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L’italocomunista sedotto e abbandonato

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novembre 3, 2008 by admin

Quando due anni fa (il 23 ottobre del 2006) Italo Palumbo, presidente provinciale e regionale del Pdci, fu nominato assessore della giunta Pepe, nessuno degli alleati del sindaco ebbe da obiettare. Altri tempi, quelli. La maggioranza, a Palazzo Mosti, si poteva permettere il lusso di avere nell’esecutivo i rappresentanti di quattro partiti esclusi dall’assegnazione dei seggi. Prevaleva il principio del diritto di tribuna assicurato ai più piccoli e indifesi. E già, perchè le liste in questione, vale a dire Città in Comune (alimentata da Rifondazione e Verdi) e Progetto Benevento (Pdci e Idv) complessivamente, nel turno elettorale del 28 e 29 maggio 2006 non erano andate oltre il 3,24%, conseguendo un risultato ininfluente per un sindaco che era stato eletto con il 56,18%. Ma quella giunta e quella maggioranza – come detto – potevano consentirsi il privilegio di allargare la giunta a 12 elementi, inserendo due esterni e dando spazio e visibilità (leggi: diritto di tribuna) ai parenti poveri (di voti) della coalizione: Antonio Medici per Rifondazione Comunista e Salvatore De Toma – già in passato consigliere comunale del glorioso Pci – per il partito di Diliberto e Cossutta. Sicchè, silurato De Toma, toccò a Palumbo. Un avvicendamento scontato ma non indolore. Perchè all’indomani della revoca imposta dal sindaco all’assessore immolato sull’altare dell’ipermercato Zamparini, la vittima designata (De Toma) non si fece scrupolo di dichiarare apertamente che “la sua defenestrazione era da attribuire al presidente del mio partito Italo Palumbo” che “già da mesi” gli remava contro. E ancora: «Perché il Pdci non mi difende? Perché non è stato riunito il Comitato federale? Aspetto notizie, anche da Diliberto e Rizzo ai quali ho scritto raccontando tutto quello che è accaduto. Continuo a ritenere che Pepe non sia l’unico responsabile. Se così fosse stato, avrebbe commesso un clamoroso autogol, dimostrando che quest’amministrazione non tutela i cittadini e non difende la partecipazione».
Le parole di De Toma, tuttavia, non sortirono alcun effetto concreto.
A Palumbo, che rilevò anche le deleghe del suo predecessore (partecipazione, Urp, trasparenza, difensore civico, Statuto e regolamenti, Consulte, laboratori di quartiere e tutela dei cittadini nei confronti di racket ed usura – solo successivamente fu aggiunta quella alla comunicazione -), nessunò sbarrò il passo. Detto e ridetto, erano altri tempi. Al governo nazionale c’era il centrosinistra, Clemente Mastella era ministro della giustizia, la bufera giudiziaria che avrebbe spazzato via l’Udeur (partito del sindaco) era inimmaginabile, men che mai era pensabile che si verificasse nel 2008 il ciclone elettorale che ha reso disoccupati Prodi, Bertinotti, Ferrero, Diliberto e Pecoraro.
Palumbo, che è comunque politico navigato, non cadde nella trappola della polemica a caldo con De Toma. Fece passare qualche settimana e lasciò al suo partito il compito di commentare l’accaduto. Questi i passaggi essenziali del comunicato stampa licenziato dal comitato federale e pubblicato sugli organi d’informazione il 13 novembre: «Alla vigilia della giunta che deveva decidere su modalità e tempi di apertura del centro commerciale Zamparini, si è concordato con l’assessore De Toma di dare, sia pure con qualche criticità, il nostro assenso, ma De Toma, dissociandosi dalla decisione del partito, non ha partecipato alla deliberazione scatenando le ire del centrosinistra e del sindaco. Il partito ha ritenuto che non poteva compromettere un percorso politico per dare copertura a De Toma che aveva fatto fatto scelte in dissenso con il gruppo dirigente».
I due anni alla guida dell’assessorato, che non è di prima fascia, non sono stati agevoli per Palumbo. E non solo perchè si è dovuto dare da fare lui per trovare contenuti e spazio di manovra, vista la genericità e i pochi fondi delle deleghe, ma anche perchè, finita in querela la spinta propulsiva di De Toma, è toccato ad Antonio Medici (dimissionario dalla giunta per incompatibilità morale con l’Udeur) e al suo entourage metterlo nel mirino, in particolare per ciò che ha riguardato le politiche di comunicazione e trasparenza. Palumbo si è difeso, a volte bene, a volte male. Ha dovuto fronteggiare la “rivolta” dei comitati di quartiere, sobillati da qualche esponente della sua stessa maggioranza, e gli assalti dei suoi colleghi di giunta. Perchè il “diritto di tribuna” è una frase bella a dirsi ma che non regge quando gli “altri” ti chiedono il conto di preferenze e cifre elettorali. Tant’è che Palumbo si è difeso, più volte, sostenendo che ci sono assessori che hanno i voti e altri che hanno il cervello. Ora la luna di miele con il sindaco è finita. Appena tornerà dalla Tunisia – così dice il Mattino – Pepe darà il benservito a Palumbo, per fare spazio a Giovanni D’Aronzo (Democrazia Partecipata), rinunciando, senza particolari patemi, alle pressioni dei quattro partiti di centrosinistra collocati fuori dall’esecutivo.
Una piccola (?) vittoria, però, Palumbo l’ha ottenuta. Al di là dei brindisi di gioia di De Toma e Medici, che hanno saputo aspettare, sulla sponda del fiume, il cadavere del loro nemico, dovrà e potrà chiedersi perchè il Pd non ha avallato la sua cacciata (“E’ un problema del sindaco. Si comporti come ha già fatto con le nomine di Miceli e Lisi e cioè senza consultare nessuno”, hanno fatto sapere a più riprese Nino Del Vecchio e Umberto Del Basso De Caro).Il Pd non si sporca le mani perchè con l’ingresso di D’Aronzo vedrebbe aumentare il numero dei propri consiglieri, mantenendo inalterato il rapporto di forza degli assessori rispetto all’Udeur, o perchè teme una eventuale reazione di Palumbo? Ma quest’ultimo come reagirà, se reagirà? Aspettiamo lumi dal Palazzo di città.

bru. men. (da Epicentro Beneventovisita il sito)


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