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Vive a Benevento, canta in mezzo mondo. Indifferentemente araba: M’Barka Ben Taleb reinterpreta le canzoni di Napoli

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aprile 13, 2009 by admin

(Corriere del Mezzogiorno) -Il suo nome è M’Barka Ben Ta­leb, ma a Benevento, dove vi­ve da tre anni col figlio Fadhel («il prediletto»), si fa chiama­re Sabrina («per semplificar­mi la vita», dice). È nata a Tunisi, e in Italia è sbarcata dapprima a Milano, trasferendosi però ben presto a Na­poli, città di cui si dice semplicemen­te «innamorata». «L’Italia mi piace tutta, però arrivare a Napoli e sentir­mi veramente come se fossi ancora nel mio paese è stato assolutamente naturale: il mare, la gente, i colori… tutto mi dà un’atmosfera di casa».

Anche la musica aiuta. O no?
«Beh, certamente. La musica napo­letana mi suona familiare. Avete stru­menti dai suoni simili a quelli di alcu­ni nostri strumenti tradizionali. E un modo di cantare che assomiglia al nostro. Soprattutto le vecchie canzo­ni vanno spesso verso il ‘‘quarto to­no’’, come le nostre. È come se trovas­sero una loro via di mezzo tra le note piene, che in Italia sono quelle usua­li… ».

Una specie di continuo affidarsi ai diesis e ai bemolle…
«Diciamo così, sì».

Ma perché stiamo parlando di mu­sica? Semplice, perché M’Barka Ben Taleb (sì, insomma, la nostra «Sabri­na ») è una cantante e musicista. Ha lavorato con Eugenio Bennato («per me è una specie di figura paterna»), con Pietra Montecorvino, con Enzo Gragnaniello (che per lei ha scritto due canzoni) e con altri, fra i quali Edoardo Bennato. Ora ha da poco in­ciso, per Bideri, una sua versione di ’O sole mio, in arabo e con un testo rielaborato da lei: «Dite a chi mi ha rubato il cuore|che io lo amo e lui non lo sa|mi ha insegnato le poesie e l’amore dell’amante|dite a chi mi ha rubato il cuore|Oh, amore mio tu non sai|e se sapessi mi strapperesti il cuore…». Ma prima di questa nuova tappa «di avvicinamento» è venuto un al­bum, intitolato Altocalore.

Immagino che questo titolo fac­cia riferimento al sole, al Mediter­raneo, insomma al nostro mondo comune…
«E invece no. È il nome di un ac­quedotto, quello che ci porta l’acqua qui a Benevento». E perché mai questa scelta? «Perché tutto questo lavoro è nato dopo un mio viaggio in Etiopia, dove ho visto una povertà spaventosa, e so­prattutto ho verificato quanto sia drammatico vivere con questa eter­na mancanza d’acqua. L’acqua ti nu­tre, l’acqua fa crescere l’erba e le pian­te, senza acqua non c’è vita. Questo è il tema del brano che dà il titolo all’al­bum ».

«Sabrina», la figura slanciata e un groviglio leonino di capelli, sul palco canta, suona e danza con grazia, sen­sualità ed energia, fra tradizione e modernità. Ascoltarla vuol dire capi­re il fortissimo legame che unisce le diverse culture del Mediterraneo, continuamente contaminate, ibrida­te, mescolate. Come per esempio suc­cede nella sua versione del classico partenopeo Indifferentemente. «Lì», dice, «abbiamo creato un ar­rangiamento molto particolare, direi quasi un travestimento. All’inizio la canzone non si riconosce, poi all’inci­so ci avviciniamo di più, anche per­ché l’unica parola che non pronun­cio in arabo è per l’appunto ‘‘indiffe­rentemente’’ ».

È un arrangiamento molto ara­beggiante, o sbaglio?
«Lo è. Grazie anche alla presenza di due strumenti come l’oud, una specie di mandola ma più grande, e il qanun, che è un tipo di arpa che si suona in orizzontale, poggiandosela sulle gambe, e utilizzando degli anel­li metallici alle dita. Nel disco, mi ha fatto l’onore di suonare il qanun Ab­dullah Chhadeh, che è il più grande virtuoso al mondo di questo stru­mento ».

È molto interessante questa sua collaborazione con tanti musicisti, italiani e non. Lei ha un suo grup­po di musicisti fissi, oppure cam­biano di volta in volta?
«Io faccio molti concerti, per la ve­rità più all’estero che in Italia. Sono stata in Spagna, in Francia, in Belgio, e ho partecipato ai principali festival. Anche in Colorado. Quando andia­mo all’estero, mi segue un gruppo di musicisti che hanno la loro base a Londra. Quando invece ci muoviamo in Italia, e lo facciamo soprattutto al Nord, allora il gruppo è tutto di casa: quattro musicisti italiani di Beneven­to. Recentemente abbiamo suonato parecchio a Torino: al Salone del Li­bro, per esempio, e poi alla Maison de la Musique. E ancora in tour con Gipo Farassino».

E poi ci sono anche le collabora­zioni con i musicisti napoletani.
«Naturalmente. Tutti quelli che ho già nominato, e anche altri. Per esem­pio Gigi Finizio, che in Altocalore can­ta con me Zuru Zuru Napoli, ovvero Venite, venite a Napoli: un mio omag­gio a questa città che considero il mio primo amore».

Quarto tono
«La musica napoletana mi suona familiare: strumenti dai suoni simili a quelli dei nostri, e un modo di cantare che va spesso verso il ‘‘quarto tono’’»

Francesco Durante


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