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Clan Pagnozzi, bloccato il figlio del boss

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agosto 8, 2009 by avsim

(Il Mattino – edizione Avellino) – La partecipazione al matrimonio di un congiunto, un nipote della moglie, gli è stata fatale. Alla cerimonia nella chiesa di San Michele a Montesarchio in cui era il compare d’anello lui assolutamente non poteva non esserci. Ma non sono mancati neanche gli agenti della squadra mobile di Avellino, diretta da Pasquale Picone e del commissariato di Cervinara, diretto da Giuseppina Marino che gli erano alle costole da un lungo periodo e sono riusciti così a guastare la festa. Per circa sei mesi, infatti, Domenico Pagnozzi, detto «’o professore», primogenito di Gennaro, considerato dagli inquirenti il capo dell’omonimo clan operante in Valle Caudina da più di un trentennio, era riuscito a evitare la notifica dell’ordinanza che lo obbliga per otto anni alla sorveglianza speciale e alla dimora nel comune di Roma. L’ordinanza era stata emessa nel febbraio scorso ma senza l’adempimento non era esecutiva e, quindi, Domenico Pagnozzi poteva continuare a muoversi a suo piacimento sull’intero territorio nazionale. Andare e venire anche da San Martino Valle Caudina, per esempio, senza che nessuno potesse muovergli alcuna rimostranza. Era uscito dal carcere romano di Rebibbia dopo 18 giorni di custodia cautelare preventiva perché invischiato nell’operazione «Orchidea», il nove febbraio scorso. Da allora aveva fatto perdere le tracce proprio per evitare che gli venisse notificato il provvedimento giudiziario che avrebbe limitato di molto la sua capacità di muoversi. La sorveglianza speciale obbliga, infatti, alla firma tutte le sere in un posto di polizia e per lasciare il luogo di residenza ci vuole un permesso da parte dell’autorità giudiziaria su richiesta motivata. L’operazione «Orchidea» aveva portato dietro la sbarre 41 persone accusate a vario titolo della penetrazione dei clan camorristici campani nella capitale. Proprio a Roma si è trasferito da diverso tempo con la famiglia il cinquantenne, Domenico Pagnozzi. Alcuni pentiti lo avevano chiamato in causa e accusato di avere un ruolo di primo piano nell’organizzazione che stava tentando la scalata agli affari sporchi. Ma la difesa era riuscito a dimostrare che non era certo si trattasse proprio del suo assistito. E così Pagnozzi era uscito dal carcere romano ma, allo stesso tempo, non era mai presente quando bisognava notificargli l’ordinanza di sorveglianza speciale. A questo punto sono entrati in gioco gli investigatori della squadra mobile di Avellino e del commissariato di Cervinara. Sia Picone che la Marino conoscono molto bene il modus operandi degli appartenenti al clan con i forti vincoli familiari e sanno che in determinati momenti si deve essere in ogni modo presenti. Quando hanno avuto la notizia del matrimonio hanno capito che era arrivato il momento giusto. Gli agenti, sotto la supervisione die due funzionari, hanno preparato tutto nei minimi dettagli e subito dopo il fatidico sì, al momento delle foto, hanno bloccato il «professore». Domenico Pagnozzi ha capito che la partita era finita e che la polizia gli aveva dato scacco. Gli investigatori lo hanno riconosciuto, identificato e hanno potuto notificare l’ordinanza. Tutto questo sotto gli occhi di sposi e invitati alla cerimonia. Ora, il cinquantenne dovrà recarsi per i prossimi otto anni tutte le sere in un posto di polizia della capitale. Alle forse di polizia la soddisfazione di una operazione ben studiata, attuata con la dovuta discrezione e coronata da successo. Un segnale importante di presenza dello Stato in un territorio di particolarità strategica nella geografia della malavita organizzata.

Pasquale Pallotta


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