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Epifania a Napoli, la messa multietnica del Cardinale Sepe e le malattie sociali dei napoletani

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gennaio 7, 2010 by avsim

di Simone Aversano

In una Napoli che ha chiuso il primo decennio degli anni 2000 all’insegna di una sempre più acclarata vitalità multietnica della gente che la popola, il nuovo decennio, quello che sta prendendo il via in questi giorni, non poteva non aprirsi con il rispetto ed il riconoscimento di queste qualità su cui ormai la città partenopea di fatto vive e cresce. In altre parole, è certamente importantissima ed attuale la scelta del Cardinale Sepe di celebrare la messa dell’Epifania, per la Napoli Cattolica, nel segno dell’apertura alle altre culture ed etnie.
La celebrazione ha visto quali momenti importanti la musica e le danze dei nigeriani, la lettura in cinese, il canto di sei bambini cingalesi. E le parole di Sepe hanno spiegato molto bene che dietro tali manifestazioni si nascondono certamente ben più concrete intenzioni di accoglimento, da parte della Chiesa napoletana, dei tanti fedeli provenienti da mille diverse parti del mondo: ”Napoli vuole essere e diventare sempre più la grotta di Betlemme – ha affermato Sepe – sempre pronta ad accogliere chiunque chieda di entrare”. Oggi coloro che non sanno e non vogliono accogliere l’altro – ha concluso – sono come Erode accecato dall’egoismo e dalla prepotenza”.
Affermazioni rassicuranti, importanti, attuali e, anzi, persino rivoluzionarie in chiave futura. Soprattutto se dalle parole si saprà passare ai fatti, e ciò non soltanto da parte del Cardinale o degli ecclesiastici partenopei. Forse chi dovrà maggiormente aprirsi, umanamente e socialmente, al riconoscimento della dignità dell’altro smettendo di individuarlo come “diverso”, sono proprio i cittadini napoletani. Tanti ancora sono, infatti, gli episodi di esclusione sociale, le differenze etniche e culturali che vengono alzate come barriere, le discriminazioni quotidiane nella vita della gente comune.
Eppure, sulla vita e sul lavoro degli extracomunitari, degli stranieri e degli uomini e donne di altre culture si sorregge anche la società napoletana e campana. Basti pensare al ruolo che riveste, per un’intera parte dell’Africa, il paese di Castevolturno. Come documentato da articoli di giornale, inchieste e trasmissioni televisive, Castelvolturno è la patria per gli africani giunti in Italia in cerca di fortuna e lavoro. Ma l’accoglienza, anche lì, manca.
Ma Napoli città non è da meno, quanto ad episodi e dimostrazioni di disgregazione sociale tra persone appartenenti a diverse etnie: basti ricordare, su tutti, il caso dell’uccisione del musicista rumeno Petru alla stazione, solo pochi mesi fa. A fare sconcerto a molti (giustamente), a guardare le immagini riprese in diretta dalle telecamere di videosorveglianza, non fu tanto la ferocia della sparatoria e dell’assassinio, quanto piuttosto il dileguarsi indiscriminato delle persone presenti sul posto. Un fuggi-fuggi che macchia di vergogna proprio la capacità dei napoletani di integrarsi con gli “altri”, accogliendoli come concittadini in casa propria. D’altra parte, certe volte, alcuni napoletani sarebbero disposti a disconoscersi la fratellanza civica persino tra loro stessi. Tra napoletani e napoletani, tra campani e campani, tra meridionali e meridionali.
E’ l’incoscienza civile, oltre all’incessante “fame” di cui soffrono certe fasce sociali di queste zone, a permettere simili auto-discriminazioni. La fame di lavoro, benessere e diritti. Come dire “oro, incenzo e mirra”.


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