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Benevento, la Corte dei Conti condanna amministratori e dirigenti: ecco la sentenza

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giugno 17, 2011 by admin

(Sanniopress) – La sezione giurisdizionale della Campania della Corte dei Conti ha condannato ex amministratori e dirigenti del Comune di Benevento alla restituzione di circa 3 milioni di euro. All’origine del provvedimento il condono tributario deliberato dal Consiglio comunale di Benevento sui canoni delle acque reflue e la depurazione. Ecco di seguito la sentenza integrale:

FATTO

Con citazione depositata presso questa Sezione Giurisdizionale il 14 aprile 2010 la Procura Regionale ha evocato in giudizio i seguenti soggetti: Sandro Nicola D’ALESSANDRO, Raffaele BARRICELLA, Massimo BASILE, Antonio CAMPESE, Antonio CAPUANO, Cesare CARDONE, Enrico CASTIELLO, Alessandro CONSALES, Walter CORONA, Corrado DE LORENZO, Nicola Danilo DE LUCA, Vincenzo DE PAOLA, Umberto DEL BASSO DE CARO, Raffaele DEL VECCHIO, Roberto IEVOLI, Luigi IONICO, Renato LISI, Eugenio MEDICI, Alberto MIGNONE,Giovanni MONTEFUSCO, Federico PAOLUCCI, Enrico PASCUCCI, Antonio REALE, Nicola SALEMME, Grazia SPERANDEO, Gerardo TINESSA, Rosario GUERRA, Daniele NICASTRO, Luca RICCIARDI, Umberto ZANONE, Pasquale GRIMALDI, Marcello MATARAZZO e Pellegrino PERROTTA (tutti nella qualità di

consiglieri comunali del Comune di Benevento), oltre a Costanzo DI PIETRO
(Assessore alle Finanze del Comune di Benevento), Nicola BOCCALONE
(Direttore Generale del Comune di Benevento), Sergio DE CECIO
(Coordinatore U.O.S. Tributi del Comune di Benevento), Antonietta
MASTROCOLA e Margherita PIGNATIELLO (Dirigenti del Settore Finanze del
Comune di Benevento, rispettivamente fino al 2003 e dal 2004 in poi),
Antonio ORLACCHIO (Segretario Comunale del Comune di Benevento) e
Ge.Se.Sa. S.p.a. (società concessionaria del servizio riscossione tributi
comunali), per sentirli condannare al risarcimento del danno, in favore
del Comune di Benevento e dell´Erario dello Stato, di importo pari a: a)
in via principale € 2.643.563,79 per danno patrimoniale da mancate entrate
ed € 500.000,00 per danno da disservizio in favore del Comune di
Benevento, nonché € 240.323,88 in favore dell´Erario dello Stato, in
solido fra loro, oltre interessi dalla data del mancato incasso e
rivalutazione monetaria; b) in via alternativa € 78.589,09 ciascuno, di
cui € 72.580,99 a favore del comune di Benevento ed € 6.008,09 a favore
dell´Erario dello Stato, sempre oltre interessi e rivalutazione monetaria.

Il danno di che trattasi è derivato, secondo la prospettazione attorea,
dall’approvazione di una serie di delibere consiliari con le quali è stato
stabilito il condono tributario, in violazione dell’art. 13 legge 289/2002
che l’ha consentito soltanto per i tributi locali, dei canoni per le acque
reflue e la depurazione, che hanno natura di corrispettivo e non di
tributo, relativamente al periodo ottobre 2000-dicembre 2005.

Premesso che l’indagine del requirente contabile è scaturita da una nota
con la quale la Procura della Repubblica di Benevento ha trasmesso gli
atti di un procedimento penale perché venisse valutata la sussistenza di
eventuali danni all´erario derivanti dall´operato degli organi comunali
del Comune di Benevento, l’atto introduttivo del giudizio evidenzia
l’illiceità, sotto il profilo amministrativo-contabile, degli atti
deliberativi del Comune di Benevento mediante i quali si è prima approvata
una previsione regolamentare e poi se ne è di volta in volta estesa
l’applicazione a varie annualità con successive delibere consiliari
comunali, concernente il condono – di per sé misura eccezionale – del
canone per le acque reflue e depurazione, a dispetto del fatto che tali
fonti di entrata comunale non hanno natura di tributo. Il requirente ha
citato, sul punto, una serie di pronunce della Corte di Cassazione, che
hanno pacificamente, uniformemente e sin dal 2003 (epoca della prima delle
contestate deliberazioni) statuito che il canone per il servizio di
scarico e depurazione delle acque reflue ha natura di componente del
corrispettivo del servizio idrico a partire dal 3 ottobre 2000, per
effetto dell’innovazione introdotta dall’art. 31, 28° comma, L. 448/1998 e
del differimento della sua iniziale decorrenza (1 gennaio 1999) disposto
dall’art. 62 del d.lgs. 152/1999, modificato dall’art. 24 del d.lgs.
258/2000 (entrato in vigore alla predetta data del 3 ottobre 2000),
rappresentando un tributo comunale soltanto per il periodo anteriore.

La Procura attrice, dopo aver ricordato che gli illeciti contestati sono
stati anche rilevati dal Servizio Ispettivo del Ministero dell´Economia e
Finanze a seguito di un’ispezione effettuata presso il Comune di
Benevento, ha sottolineato che la sentenza n. 335/2008 della Corte
Costituzionale, con la quale è stata sancita l´illegittimità delle
disposizioni con le quali si è disponeva la debenza della quota di tariffa
anche nel caso in cui il Comune fosse sprovvisto di impianto di
depurazione, nulla toglie all’illiceità del comportamento tenuto dagli
odierni convenuti che hanno deliberato reiteratamente di procedere a
condonare delle entrate patrimoniali e non delle entrate aventi natura di
tributo né determina la pretesa insussistenza del danno erariale. Invero –
evidenzia il requirente nell’atto introduttivo del giudizio – la pronuncia
della Consulta si fonda sul presupposto secondo cui la tariffa di cui si
controverte ha natura di corrispettivo e non di tributo, tant’è vero che a
seguito di essa è intervenuto il D.L. 208/2008, convertito nella L.
13/2009 che, all´art. 8-sexies ha chiarito che dai rimborsi da
corrispondere agli utenti a seguito della pronuncia di incostituzionalità,
devono essere dedotti gli oneri derivati dalle attività di progettazione,
di realizzazione o di completamento avviate, relative agli impianti di
depurazione che, rappresentando una componente vincolata della tariffa del
servizio idrico integrato, sono comunque dovuti ai gestori. Il Decreto del
Ministro dell´Ambiente del 30.09.2009, emanato in attuazione della
predetta norma, ha previsto specifiche incombenze finalizzate ad
individuare le quote della tariffa da rimborsare agli utenti ed ha
stabilito il termine quinquennale di prescrizione per la presentazione
delle istanze degli utenti intese ad ottenere la restituzione dei canoni
versati.

Essendo, dunque, oltremodo discutibile l’effettiva attribuibilità di
eventuali rimborsi della tariffa versata nel periodo assunto in
considerazione (ottobre 2000-dicembre 2005) alla luce delle disposizioni
citate, il requirente ha ribadito che nella vicenda all’esame “l´unico
dato certo è il mancato introito del canone acque reflue e depurazione da
parte del Comune di Benevento, in virtù della normativa vigente al momento
della causazione degli illeciti”. Tale danno viene quantificato
nell’importo di € 2.643.563,79, mancata entrata pari alla differenza tra
quanto si sarebbe dovuto riscuotere (€ 5.058.129,45) e quanto è stato in
effetti riscosso (€ 1.510.607,88), dedotto l’ulteriore importo di un
quarto di tale somma (cioè della somma di € 3.547.521,57) che indica
equitativamente le annualità relative al periodo 1998-ottobre 2000.

Il danno suindicato viene ritenuto attribuibile a titolo di dolo
contrattuale ai consiglieri comunali, titolari della potestà regolamentare
di individuare i tributi e le modalità per la sottoposizione a definizione
agevolata, a tutte le componenti amministrative, che con il loro parere
favorevole hanno avallato le scelte regolamentari del consiglio comunale,
all´Assessore al Ramo, che ha formulato le proposte a monte delle medesime
delibere, e alla Ge.Se.Sa. S.p.a., che ha proceduto all’attuazione pratica
del condono con macroscopica superficialità visto che svariati importi
risultano non introitati.

Sempre a titolo di danno patrimoniale diretto, viene addebitata ai
convenuti l’ulteriore somma di € 240.323,88, cioè la quota dell´I.V.A.
dovuta all´Amministrazione finanziaria dello Stato sulle somme non
introitate per effetto del condono accordato.

Un’ulteriore voce di danno posta solidalmente a carico degli odierni
convenuti dal requirente è quella costituita dal danno da disservizio,
derivante dal fatto che il condono generalizzato del corrispettivo dovuto
dagli utenti ha determinato il detrimento del pieno soddisfacimento che
l´utenza finale deve ottenere dal servizio reso secondo gli obiettivi
prefissati dal legislatore; il danno di che trattasi è stato quantificato
dall’Ufficio di Procura nella misura di € 500.000,00 e ritenuto
addebitabile ai convenuti ancora a titolo di dolo contrattuale e dunque
con il vincolo della solidarietà.

In via alternativa, è stata contestata agli evocati in giudizio la
condotta quantomeno gravemente colposa, derivante dalla pervicace
indifferenza nella violazione di norme di legge e, conseguentemente, dei
propri obblighi di servizio ovvero connessi al mandato elettivo espletato.

Trentasei dei quaranta convenuti si sono costituiti in giudizio, con
memorie depositate tra il 14.12.2010 ed il 07.01.2011.

Alberto MIGNONE (patrocinato dall’avv. Silvia Tozzi con memoria depositata
il 14.12.2010) ha chiesto di essere prosciolto da ogni addebito, deducendo
l’insussistenza sia del pubblico nocumento e sia dell’elemento soggettivo
dell’illecito, in quanto: 1- la mancata erogazione del servizio di
depurazione da parte del Comune di Benevento (sprovvisto di depuratore)
avrebbe reso illegittima l’esazione del canone dovuto dagli utenti a tale
titolo, tant’è vero che l’irragionevole disposizione normativa in
proposito è stata annullata ex tunc con sentenza C. Cost. 335/2008; 2-
all’epoca dei fatti, così come successivamente, il “servizio idrico
integrato” previsto dall’art. 4, comma 1°, lett. f), legge 36/1994, non
era stato attuato, sicché doveva ritenersi l’inapplicabilità della
corrispondente tariffa; 3- la definizione agevolata delle violazioni ha
dunque evitato l’insorgenza di contenziosi, ha fornito al Comune
un’entrata superiore a quella dovuta (30% del canone) e certamente non ha
determinato disservizio per gli utenti; 4- la quantificazione del danno
operata dalla Procura è senz’altro abnorme; 5- ad Alberto MIGNONE,
consigliere comunale all’epoca dei fatti, deve ritenersi applicabile la
scriminante di cui all’art. 3, punto a) comma 1°-ter, legge 639/1996.

Marcello MATARAZZO (difeso da sé medesimo con memoria depositata il
30.12.2010) ha eccepito la nullità dell’atto di citazione per mutatio
libelli rispetto alla prospettazione descritta nell’invito a dedurre
nonché per genericità di descrizione ed assoluto difetto di prova degli
elementi dell’illecito contestato, oltre alla prescrizione dell’azione
relativamente al periodo antecedente il 16.10.2004 in ragione della data
di notifica dell’invito a dedurre. Quindi, nel merito, ha chiesto il
proprio proscioglimento da ogni addebito, in quanto ha rilevato –
richiamando la sentenza n. 1641/2008 di questa Sezione Giurisdizionale –
l’ascrivibilità esclusiva agli organi ed uffici amministrativi comunali
delle delibere di cui il requirente afferma l’illegittimità, essendo state
tali delibere approvate dai consiglieri comunali in perfetta buona fede;
inoltre, ha evidenziato doversi tutt’al più addebitare a ciascuno quanto
non introitato dal Comune di Benevento per effetto delle delibere cui ha
partecipato. Ha sottolineato, altresì, l’insussistenza del danno
patrimoniale da mancate entrate, in quanto il canone oggetto di condono
non avrebbe dovuto essere pagato affatto dai cittadini, prima della
sentenza 335/2008 della C. Cost. perché il servizio non veniva erogato e
dopo perché la disposizione che lo prevedeva era ormai retroattivamente
illegittima, nonché l’assoluta carenza di prova della sussistenza del
danno da disservizio.

Alessandro CONSALES e Vincenzo DE PAOLA (di cui il secondo è difensore sia
di sé medesimo e sia del CONSALES, con memorie presentate il 30.12.2010),
hanno sollevato deduzioni e formulato conclusioni del tutto analoghe a
quelle esposte da Marcello MATARAZZO e dianzi sintetizzate, con l’aggiunta
del rilievo secondo cui Vincenzo DE PAOLA non ha partecipato ad alcun atto
deliberativo in data antecedente al 16.10.2004 (periodo ad avviso dei
convenuti coperto da prescrizione dell’azione di responsabilità intrapresa
nei loro confronti).

Antonietta MASTROCOLA, Costanzo DI PIETRO e Margherita PIGNATIELLO
(patrocinati dall’avv. Mario Verrusio con memoria difensiva presentata il
07.01.2011) hanno pregiudizialmente eccepito l’inammissibilità dell’atto
di citazione nei loro confronti perché depositato oltre il prescritto
termine di 120 giorni dalla scadenza del termine assegnato per le
controdeduzioni, nonché l’inammissibilità delle fonti di prova perché non
indicate nell’atto introduttivo del giudizio, mentre in via preliminare di
merito hanno contestato la prescrizione dell’azione di responsabilità con
riferimento al periodo che ha preceduto il quinquennio antecedente la data
di notifica dell’atto di citazione. Nel merito, hanno chiesto il rigetto
della domanda attrice, in quanto: 1- il canone per le acque reflue e la
depurazione doveva – o poteva, senza che ciò fosse imputabile a colpa o
dolo – essere considerato, prima della sentenza n. 335/2008 della C. Cost.
che ha sancito l’irragionevolezza di tale qualificazione, alla stregua di
tributo, in quanto tale legittimamente assoggettabile alla definizione
agevolata; 2- in alternativa, il medesimo canone doveva essere considerato
alla stregua di corrispettivo dal 03.10.2000 in poi, senza peraltro essere
dovuto per la mancata erogazione del servizio da parte del Comune di
Benevento; 3- la prospettazione è la quantificazione, sia del danno
patrimoniale diretto e sia di quello da disservizio, sono del tutto
generiche, errate e sfornite di riscontri probatori; 4- per DI PIETRO,
l’assenza di responsabilità deriverebbe dall’essere stato mero proponente
(e non deliberante) degli atti comunali (e neppure di tutti) di cui la
Procura lamenta l’illiceità, mentre per la PIGNATIELLO l’incontestabilità
dell’illecito troverebbe ragione, in particolare, nella mancanza
dell’elemento soggettivo (dolo o colpa grave); 5- gli apporti causativi
del preteso danno andrebbero comunque diversamente valutati, mentre il
vantaggio conseguito dall’amministrazione per effetto dell’annullamento
degli incipienti contenziosi con gli utenti dovrebbe rappresentare valido
motivo di esercizio del potere riduttivo.

Daniele NICASTRO (difeso dall’avv. Giovanna Abbate con memoria depositata
in data 07.01.2011) ha pregiudizialmente eccepito il difetto di
giurisdizione contabile in ragione dell’insindacabilità nel merito delle
scelte amministrative discrezionali e la nullità dell’atto di citazione
per genericità – e conseguente lesione del diritto alla difesa dei
convenuti – dovuta alla mancata differenziazione delle singole voci di
danno derivanti da ciascun atto deliberativo, per poi rilevare, in via
preliminare di merito, la prescrizione dell’azione
amministrativo-contabile sino a tutto il 2004. Nel merito, ha rilevato
l’insussistenza del danno, sia patrimoniale diretta da mancati introiti
(“…a dispetto del nomen iuris, sostanzialmente non può parlarsi di
canone inteso come corrispettivo di una prestazione inesistente, ma
trattasi comunque di prelievo tributario, come tale condonabile”, ai sensi
degli artt. 119 Cost. e 3 T.U.E.L.) e sia del danno da disservizio
(inconfigurabile in concreto, in presenza di totale mancanza di erogazione
del servizio). Inoltre, va applicato il principio della compensatio lucri
com damno, tenendo presente che l’Amministrazione comunale ha introitato €
1.510.607,88, laddove a rigor di logica non avrebbe dovuto incassare
alcunché. Ha negato, infine, la sussistenza per quanto lo riguarda
specificamente, del nesso di causalità, avendo egli partecipato soltanto
alle sedute consiliari comunali n. 12/2004 e n. 37/2004 in cui si è
proceduto alla semplice proroga dei termini di adesione al condono, e
dell’elemento soggettivo dell’illecito. Ha concluso di conseguenza,
chiedendo poi, in via subordinata e gradata, l’ampia applicazione del
potere riduttivo dell’addebito e l’individuazione precisa dei singoli
apporti causativi del danno.

Antonio ORLACCHIO (patrocinato dall’avv. Camillo Cancellario), nonché
Enrico CASTIELLO, Raffaele DEL VECCHIO, Umberto DEL BASSO DE CARO, Nicola
Danilo DE LUCA, Luigi IONICO (difesi dall’avv. Marialuisa Cavuoto), si
sono costituiti con memorie difensive depositate in data 07.01.2011,
contenenti deduzioni del tutto analoghe. Specificamente, in via
pregiudiziale hanno rilevato l’insindacabilità della scelta compiuta ai
sensi dell’art. 1, comma 1°, legge 20/1994, dopo di che in via preliminare
di merito è stata sollevata eccezione di prescrizione con riferimento agli
atti ed alle attività eseguiti fino al 2004, essendo stato l’invito a
dedurre notificato nell’anno 2009. Nel merito, i convenuti hanno
evidenziato l’insussistenza del danno erariale, sia patrimoniale diretto,
perché l’entrata in controversia rappresentava comunque un tributo ed in
ogni caso un'”entrata propria” per il Comune di Benevento in quanto tale
gestibile autonomamente ai sensi degli artt. 119 Cost. e 3 T.U.E.L., e sia
da disservizio, perché non può discorrersi di “diminuzione di rendimento
di un servizio apprestato, laddove il servizio sia del tutto assente
(impianto di depurazione); sempre in punto di elemento oggettivo
dell’illecito, i deducenti hanno rilevato che dall’applicazione del
principio della compensatio lucri cum damno di cui all’art. 1, comma 1°
bis, legge 20/1994, la considerazione dell’utilitas concretamente
conseguita dalla P.A. per effetto della vicenda qui esaminata
determinerebbe l’annullamento di qualsiasi ipotizzabile depauperamento
patrimoniale per il Comune di Benevento. Per quanto riguarda Antonio
ORLACCHIO, si è negata la sussistenza nella sua condotta, non solo
dell’elemento soggettivo (dolo o colpa grave) ritenuto inconfigurabile per
i consiglieri comunali (CASTIELLO, DEL VECCHIO, DEL BASSO DE CARO, DE LUCA
e IONICO), ma anche del nesso di causalità, avendo egli espresso con
riferimento alle delibere di cui la Procura assume l’illiceità un mero
parere non vincolante ai sensi dell’art. 97 T.U.E.L. In subordine, hanno
chiesto l’ampia applicazione del potere riduttivo.

Ge.Se.Sa. S.p.a., anch’essa patrocinata dall’avv. Marialuisa Cavuoto, si è
costituita in giudizio con memoria depositata in Segreteria il 07.01.2011,
in cui ha pregiudizialmente eccepito l’inammissibilità dell’atto di
citazione perché depositato oltre 120 giorni dalla scadenza del termine
assegnato per controdedurre, nonché per genericità ed indeterminatezza; in
via preliminare di merito, ha eccepito la prescrizione dell’azione di
responsabilità amministrativo-contabile con riferimento agli atti ed alle
attività eseguiti fino al 2004. Nel merito, Ge.Se.Sa S.p.a. ha proposto,
in punto di insussistenza dell’elemento oggettivo del danno pubblico,
deduzioni del tutto analoghe a quelle sollevate da ORLACCHIO, CASTIELLO,
DEL VECCHIO, DEL BASSO DE CARO, DE LUCA e IONICO, dianzi sintetizzate;
sotto il profilo del nesso causale, ha sottolineato che, stanti le norme
convenzionali che affidano alla Società la gestione del servizio idrico e
delle attività connesse per il Comune di Benevento, la Ge.Se.Sa. non
poteva far altro che procedere alla verifica delle utenze sulla base dei
dati forniti dall’Ente e poi comunicare a quest’ultimo le ipotesi
d’inadempimento e di estinzione parziale delle obbligazioni per i
provvedimenti conseguenti, non avendo poteri di recupero coattivo diretto.
La Società ha, altresì, provveduto correttamente allo svolgimento dei suoi
compiti con riferimento alla questione qui esaminata, con conseguente
inconfigurabilità anche dell’elemento soggettivo dell’illecito. Ha
chiesto, comunque ed in mero subordine, l’applicazione del potere
riduttivo dell’addebito.

Roberto IEVOLI, difeso dall’avv. Luigi Diego Perifano, ha presentato a sua
volta memoria difensiva, anch’egli in data 07.01.2011, in cui ha rilevato
la prescrizione dell’azione di responsabilità con riferimento agli anni
1998-2002, l’insussistenza del danno patrimoniale diretto – perché la
tariffa per la depurazione e le acque reflue non era dovuta nella
fattispecie a cagione della mancanza presso il Comune di benevento di un
impianto di depurazione, secondo quanto statuito dalla C. Cost. con la
sentenza n. 335/2008 – e sia del danno da disservizio – non essendovi
stato nel caso di specie svolgimento di servizi ulteriori rispetto a
quelli istituzionalmente previsti e non essendovi alcun riscontro
probatorio di tale nocumento – il difetto di legittimazione passiva del
convenuto IEVOLI per aver partecipato all’adozione della sola delibera
consiliare del 27.03.2003 riguardante la tariffa relativa al 1998, nonché
la mancanza dell’elemento soggettivo dell’illecito – stante
l’ascrivibilità esclusiva agli organi ed uffici amministrativi comunali
delle delibere di cui il requirente afferma l’illegittimità, poiché
approvate dai consiglieri comunali in perfetta buona fede. Ha concluso di
conseguenza, chiedendo altresì la corretta individuazione degli apporti
causativi del nocumento eventualmente rilevato nonché, in ulteriore
subordine, l’applicazione del potere riduttivo dell’addebito.

Con unica memoria, depositata in Segreteria il 07.01.2011 per il tramite
del difensore incaricato avv. Giuseppe Iannelli, si sono costituiti in
giudizio Sandro Nicola D’ALESSANDRO, Raffaele BARRICELLA, Massimo BASILE,
Antonio CAMPESE, Antonio CAPUANO, Cesare CARDONE, Walter CORONA, Corrado, DE LORENZO, Renato LISI, Eugenio MEDICI, Federico PAOLUCCI, Enrico
PASCUCCI, Antonio REALE, Nicola SALEMME, Gerardo TINESSA, Rosario GUERRA, Luca RICCIARDI, Umberto ZANONE, Nicola BOCCALONE e Sergio DE CECIO. I convenuti hanno pregiudizialmente chiesto la chiamata in causa del
Sindaco, dell’Assessore alle Finanze e del Dirigente del Settore Finanze
dal 2006 all’attualità, per non aver promosso l’attivazione delle
procedure di riscossione coattiva nei confronti degli utenti ammessi ad
agevolazione, rilevando poi, in via preliminare di merito, la prescrizione
dell’azione di responsabilità amministrativo-contabile. Nel merito, hanno
evidenziato, mediante un dettagliato excursus di varie disposizioni
normative, le difficoltà interpretative inerenti l’attribuzione al canone
per le acque reflue e la depurazione della natura di tributo locale o di
corrispettivo per il relativo servizio, con ciò rilevando l’insussistenza
dell’elemento soggettivo (senz’altro del dolo, ma anche della colpa grave)
dell’illecito; mancante peraltro, secondo la prospettazione difensiva,
anche dell’elemento oggettivo del pubblico nocumento, in ragione della
sostanziale non dovutezza della tariffa da parte dei cittadini in mancanza
dell’espletamento del sevizio di fognatura e di depurazione da parte del
Comune di Benevento, rilevata da varie associazioni di consumatori e poi
statuita dalla Corte Costituzionale nel 2008 con effetto retroattivo:
invero, non potrebbe rilevarsi la sussistenza di alcun danno pubblico, in
presenza del mancato incameramento di somme non dovute, per le istanze di
rimborso delle quali non può ritenersi maturato alcun termine
prescrizionale, decorrente dal 2003 e comunque decennale e non
quinquennale. Inoltre – hanno altresì evidenziato i convenuti – per il
pagamento del canone di fognatura si è disposto che esso dovesse avvenire
per l’intero, e in ogni caso “le somme non riscosse sono sicuramente
inferiori a quanto effettivamente percepito dal Comune in forza delle
definizioni agevolate operate per i canoni di depurazione e di fognatura
nel loro complesso considerati”, mentre per quel che concerne il danno da
disservizio risulterebbe evidente che di nessun disservizio può
discorrersi a fronte di servizio di per sé sostanzialmente inesistente.
Hanno, quindi, concluso per l’accoglimento delle eccezioni pregiudiziali e
preliminari, per il rigetto della domanda attorea e, comunque, per la
ripartizione dell'”obbligo di pagamento tra tutti i condannati in
proporzione al contributo da ciascuno di essi dato alla causazione del
danno”.

Nella pubblica udienza odierna il PM ha, in primo luogo, evidenziato
l’infondatezza delle eccezioni ed istanze pregiudiziali e preliminari
sollevate ed avanzate dalle difese dei convenuti, ricordando che l’atto di
citazione è senz’altro tempestivo e non viziato da mutatio libelli
rispetto all’invito a dedurre e che la prescrizione dell’azione di
responsabilità amministrativo-contabile non può che decorrere – in un caso
quale quello all’esame, in cui si controverte di mancati introiti – dalla
scadenza del termine quinquennale entro cui è consentito all’Ente di
attivarsi per incamerare gli introiti medesimi. Nel merito, ha provveduto
a meglio specificare gli elementi a sostegno della sussistenza del danno,
a suo avviso efficacemente testimoniata anche dalla documentazione
prodotta dalla difesa della convenuta MASTROCOLA in allegato alla memoria
di costituzione in giudizio, confermando anche la quantificazione del
danno medesimo, così come operata nell’atto introduttivo del giudizio, la
cui validità sarebbe confermata da una nota di Ge.Se.Sa. presente in atti,
da cui risulta l’irrisorietà del numero delle istanze di rimborso
ricevute. Il PM ha ulteriormente insistito circa la sussistenza del danno
da disservizio, così come descritto nell’atto di citazione, richiamando
sul punto talune pronunce, in particolare della Sezione Giurisdizionale
Calabria (ad esempio, la sentenza n. 761/2009). Con riferimento
all’elemento soggettivo, ha evidenziato che nella delibera consiliare
comunale del 2005 si discorre chiaramente di condono di entrate tributarie
ed “extra-tributarie”, con ciò facendo emergere la consapevolezza dei
partecipanti alla deliberazione di compiere atti di disposizione di
diritti di credito della P.A., notoriamente indisponibili; per quanto
specificamente concerne la società Ge.Se.Sa, ha ricordato che essa aveva
senz’altro poteri di riscossione coattiva. Ha concluso confermando in toto
l’atto scritto, provvedendo altresì a depositare copia del certificato di
decesso di Mario DE FALCO, ex consigliere comunale che partecipò – con il
proprio voto favorevole – all’adozione di una delle delibere del Comune di
Benevento con cui si ampliava il periodo di riferimento dei canoni
sottoposti a condono, non invitato a dedurre né – ovviamente – citato in
giudizio proprio in ragione dell’avvenuto decesso.

Gli avvocati Giuseppe Iannelli, Marialuisa Cavuoto, Vincenzo De Paola,
Mario Verrusio, Giovanna Abbate e Camillo Cancellario, hanno insistito in
tutte le eccezioni, istanze e deduzioni scritte, che hanno provveduto a
richiamare, soffermandovisi ampiamente. L’avv. Marialuisa Cavuoto ha
precisato, altresì, che la mancanza in capo a Ge.Se.Sa s.p.a. di qualsiasi
potere, non solo deliberativo, ma anche recuperatorio in ordine agli
introiti in controversia, si evince dall’art. 4 della convenzione
stipulata con il Comune di Benevento.

Considerato in

DIRITTO

1. Il Collegio deve anzitutto pronunciarsi, in via pregiudiziale, sulla
domanda d’integrazione del contraddittorio avanzata dai venti convenuti
assistiti dall’avv. Giuseppe Iannelli con riferimento al Sindaco,
all’Assessore alle Finanze ed al Dirigente del Settore Finanze del Comune
di Benevento dal 2006 all’attualità, per non aver promosso l’attivazione
delle procedure di riscossione coattiva nei confronti degli utenti ammessi
ad agevolazione, atteso che trattasi di questione che investe il regolare
instaurarsi del rapporto processuale.

Sul punto, deve evidenziarsi che a seguito delle innovazioni legislative
all’istituto della responsabilità amministrativa recate dalla legge 14
gennaio 1994 n. 20, come poi modificata dalla l. 20 dicembre 1996, n. 639,
con l’introduzione del principio della personalità e parziarietà in luogo
di quello previgente della solidarietà (fatta eccezione soltanto per il
caso del dolo con illecito arricchimento), al di fuori delle ipotesi di
litisconsorzio necessario di cui all’art. 102 c.p.c. – che presuppone
l’unicità e l’inscindibilità del rapporto giuridico sostanziale –
l’integrazione cosiddetta “facoltativa” del contraddittorio (artt. 107
c.p.c. e 47 R.D. n. 1038 del 1933) è rimessa alla valutazione di
opportunità del Collegio ove si versi in una fattispecie di comunanza di
cause, cioè quando dall’impianto accusatorio (ed entro i limiti dallo
stesso imposti, ai sensi dell’art. 112 c.p.c.) emergano condotte autonome
di terzi che abbiano potuto incidere sul processo di causazione del danno,
sovrapponendosi o unendosi alla condotta degli evocati in giudizio, in tal
modo rendendosi opportuna la loro chiamata per ragioni di economia
processuale, anche al fine di evitare conflitto di giudicati (cfr. solo
alcune fra le più recenti pronunce sul punto: Sezione Giurisdizionale
Campania, sentenza n. 1135/2007; Sezione III Centrale, sentenza n.
419/2007; Sezione II Centrale, sentenza n. 234/2007; Sezione
Giurisdizionale Umbria, sentenza n. 223/2007).

In ogni caso, la Sezione può attribuire ai soggetti convenuti
esclusivamente la quota di danno agli stessi imputabile, secondo quanto
previsto dall’art. 1 quater della legge n. 20 del 1994, che impone al
giudice contabile, nell’ipotesi di danno determinato da più persone, di
valutare le singole responsabilità e condannare “ciascuno per la parte che
vi ha preso”.

Orbene, nel caso in esame la domanda risarcitoria risulta promossa con
l’intera intestazione del debito erariale ai soli convenuti.

Spetta al Collegio, pertanto, stabilire, non più se vi siano i presupposti
per la chiamata in giudizio anche dei soggetti indicati dall’avv.
Giuseppe Iannelli, bensì pronunciarsi nel merito della riferibilità a
costoro (ed agli altri convenuti) dell’integrale somma riportata nell’atto
introduttivo del giudizio, ovvero di altra somma che costituisca
(eventualmente) danno erariale in rapporto alle condotte tenute come fonti
della “singola responsabilità” nel senso indicato dalla legge.

Per quanto dianzi esposto, la richiesta d’integrazione del contraddittorio
deve essere respinta.

2. Venendo ora all’esame dell’eccezione di difetto di giurisdizione
contabile in ragione dell’insindacabilità nel merito delle scelte
discrezionali dell´amministrazione ai sensi dell´art. 1, comma 1 della
l.n. 20/94 sollevata dagli avvocati Giovanna Abbate, Camillo Cancellario e
Marialuisa Cavuoto, si osserva quanto segue.

La disposizione contenuta nell´art. 1, comma 1, l.n. 20/94 che ha
introdotto nel giudizio di responsabilità amministrativo-contabile la
“insindacabilità nel merito di scelte discrezionali” è stata più volte
oggetto di intervento da parte della Corte regolatrice. Secondo un primo
orientamento l´area della discrezionalità – insindacabile in sede di
giudizio di responsabilità – era segnata dal rispetto dei fini
istituzionali dell´ente. La competenza del giudice contabile non si
estendeva, pertanto, al controllo delle concrete articolazioni dell´agire
amministrativo, ma poteva essere esercitata soltanto se l´organo non
avesse agito per la cura degli specifici interessi pubblici ad esso
affidati in via primaria.

Nella sentenza n. 14488/03, le SS.UU. C.Cass. hanno, però, abbandonato
tale indirizzo osservando che “la nozione di discrezionalità è unitaria, e
non può subire allargamenti nel caso specifico del giudizio di
responsabilità, nel quale il controllo della conformità a legge
dell´azione amministrativa deve riguardare anche l´aspetto funzionale di
quest´ultima, vale a dire in relazione alla congruenza dei singoli atti
rispetto ai fini imposti, in via generale o in modo specifico, dal
legislatore. L´art. 1 della l. n. 20/94 deve, infatti essere posto in
correlazione con l´art. 1 della l. n. 241/90, il quale stabilisce che
l´esercizio dell´attività amministrativa deve ispirarsi a criteri di
economicità e di efficacia, criteri che assumono rilevanza sul piano della
legittimità, e non della mera opportunità. Pertanto, la violazione di tali
criteri può assumere rilievo anche nel giudizio di responsabilità
amministrativa, essendo l´illegittimità dell´atto amministrativo
presupposto necessario, anche se non sufficiente, della colpevolezza
dell´autore”.

Tale orientamento è stato successivamente confermato dalle SS.UU. C.Cass.
Nella decisione n. 7024/06, con la quale vengono ribaditi alcuni
fondamentali principi: a) “Non è imposto da alcuna ragione di ordine
sistematico che il controllo di legalità nel giudizio di responsabilità
amministrativa dinanzi al giudice contabile debba avere un contenuto meno
ampio e debba essere meno penetrante di quanto avviene nel giudizio di
legittimità sugli atti amministrativi, affidato al giudice amministrativo
e, in via incidentale, al giudice ordinario”; b) “Dalla necessità di
ricondurre l´esercizio del potere discrezionale al principio di legalità
discende, altresì, che lo stesso non può consistere in mero arbitrio e che
devono essere assicurate le varie forme possibili di sindacato indiretto
(quale quello classico dell´eccesso di potere nelle sue varie forme), in
qualunque sede giurisdizionale”; c) “Sulla configurazione di spazi
discrezionali – e quindi di aree di insindacabilità – svolgono un
essenziale effetto conformatore i principi di economicità e di efficacia
contenuti nella l.n. 241/90, art. 1, i quali, anche per l´attività
regolata dal diritto pubblico, costituiscono un ulteriore limite alla
libertà di valutazione conferita alla P.A.”

Tali criteri non esprimono un mero ed enfatico richiamo ai principi di
legalità e di buona amministrazione contenuti nell´art. 97 Cost.: si
tratta, infatti, non di un vincolo ad un generale dovere (quale quello del
perseguimento del pubblico interesse affidato al singolo organo
amministrativo), la cui concreta applicazione dà luogo ad esercizio di
discrezionalità amministrativa, ma di vere e proprie regole giuridiche, la
cui inosservanza può dar luogo alla misura – correttiva o repressiva – che
il giudice deve applicare ad esito della sua verifica. Tali principi,
quindi, costituiscono una regola di legittimità dell´azione
amministrativa, la cui osservanza può essere oggetto di sindacato
giurisdizionale, nel senso che lo stesso comporta il controllo della loro
concreta applicazione, essendo lo stesso estraneo alla sfera propriamente
discrezionale. Trattandosi di clausole generali o di concetti giuridici
indeterminati, secondo un principio generale dell´ordinamento, la verifica
della loro osservanza da parte dell´amministrazione non può, peraltro,
comportare un controllo che vada al di là della ragionevolezza.

Entro i limiti delineati dalla Corte di Cassazione si è consolidata la
giurisprudenza della Corte dei conti (cfr., fra le ultime, Sez. I Appello
n. 289/10 e n. 405/10, Sez. Lazio n. 1213/10, Sez. Lombardia n. 428/09).

Poiché nel caso di specie si controverte addirittura della corretta
applicazione di disposizioni di legge, appare di tutta evidenza
l’infondatezza dell´eccezione di difetto di giurisdizione, che va quindi
senz’altro disattesa.

3. Va ora esaminata l’eccezione – sollevata dagli avvocati Mario Verrusio
(difensore di Antonietta MASTROCOLA, Costanzo DI PIETRO e Margherita
PIGNATIELLO) e Marialuisa Cavuoto (in difesa di Ge.Se.Sa. S.p.A.) –
d’inammissibilità dell’atto di citazione perché depositato oltre la
scadenza del termine previsto dall’art. 5, comma 1, del d.l. 15 novembre
1993 n.453, convertito in legge 14 gennaio 1994 n. 19, come sostituito
dall’art. 1, comma 3 bis, del d.l. 23 ottobre 1996 n. 543, convertito in
legge 20 dicembre 1996, n. 639 (120 giorni a loro volta decorrenti dalla
scadenza del termine, nella specie trenta giorni, assegnato nell’invito a
dedurre e decorrente dalla data della notifica di esso per la
presentazione delle controdeduzioni).

Sul punto, occorre premettere che le Sezioni Riunite della Corte dei
Conti, con orientamento che il Collegio condivide appieno, hanno affermato
che il momento giuridicamente rilevante ai fini dell’esercizio
dell’azione, entro la sequenza temporale imposta dal legislatore, va
individuato con riferimento alla data in cui l’atto di citazione viene
depositato presso la segreteria della Sezione adita, essendo questo il
momento che giuridicamente ne segna l'”emissione” (sentenza n. 18/QM/1998
del 27 maggio-4 agosto 1998).

Con riferimento al dies a quo del predetto termine nel caso di pluralità
d’invitati, le SS.RR. di questa Corte hanno affermato, nella sentenza n.
1/2005/QM ormai uniformemente applicata e condivisa anche dalle Corti di
merito, che gli aspetti strutturali e di garanzia del soggetto indagato e
quelli incidenti sulla completezza della fase istruttoria, potessero
essere entrambi soddisfatti attraverso l’applicazione della disposizione
contenuta nell’art. 7, comma 3, del r.d. n. 1038 del 1933, a tenore della
quale “quando nello stesso procedimento siano più i convenuti, vale per
tutti il termine maggiore”, in quanto norma funzionale all’esigenza di
garantire, nel solo caso di pluralità di presunti corresponsabili del
medesimo danno pubblico, esattamente individuati nell’invito a dedurre
loro contestualmente comunicato, la valutazione unitaria e comparata delle
relative posizioni. Per le altre ipotesi, invece, ivi compresa quella in
cui eventuali corresponsabili vengano individuati solo successivamente, le
Sezioni Riunite hanno ritenuto di confermare il precedente orientamento
espresso nella sentenza n. 13/2003/QM, ovvero quello di ancorare il dies a
quo del termine di centoventi giorni dalla data di notifica di ciascun
invito a dedurre.

Orbene, nella fattispecie in esame la data di notifica dell’ultimo invito
è il 16.12.2009 (Umberto ZANONE). Pertanto, l’eccezione va senz’altro
respinta, essendo l’atto introduttivo del giudizio stato depositato presso
la Segreteria della Sezione in data 14.04.2010, cioè ben prima della
scadenza del termine utile (15.05.2010).

4. Riguardo il rilievo d’inammissibilità dell’atto di citazione per
genericità delle contestazioni mosse dalla Procura, contenuto nelle difese
di Daniele NICASTRO e di Ge.Se.Sa. S.p.A., il Collegio ritiene che anche
l’eccezione in parola sia priva di fondamento giuridico.

Si deve osservare, in proposito, che l´art. 1 del R.D. n. 1038/33
richiede, quali elementi oggettivi dell´atto introduttivo “la esposizione
dei fatti e la qualità nella quale furono compiuti, l’oggetto della
domanda e l’indicazione dei titoli su cui è fondata” mentre l´art. 163
c.p.c., – evocabile a fini di integrazione ex art. 26 del medesimo R.D. n.
1038/33 – con norma sostanzialmente sovrapponibile richiede, a pena di
nullità, “3) la determinazione della cosa oggetto della domanda; 4)
l’esposizione dei fatti e degli elementi di diritto costituenti le ragioni
della domanda, con le relative conclusioni”.

Se ne deduce che l´editio actionis è vulnerata, nella sua esigenza di
assicurare un compiuto diritto di difesa, da un´insufficiente
determinazione dell´oggetto della domanda, ossia di petitum e di causa
petendi, di modo che vi sia assoluta incertezza sugli elementi
identificatori del diritto fatto valere.

Tale verifica, però, deve effettuarsi, da parte del Giudice, attraverso un
esame complessivo dell´atto introduttivo e dei documenti allegati (cfr.
Cass. Sez. I Civ., sentenza n. 17023/03) con la conseguenza che una
valutazione in termini di nullità/inammissibilità della pretesa può essere
fatta solo allorché l´oggetto sia “assolutamente” incerto, tale da ledere
il diritto costituzionale all´approntamento di un´adeguata ed informata
difesa.

Nel caso di specie l´opera di verifica non consente di poter formulare una
pronuncia nel senso richiesto dalle difese suindicate.

L’atto introduttivo del giudizio, infatti, delinea con chiarezza
espositiva, indicazione esaustiva dei fatti contestati, articolata
deduzione dei motivi di diritto, la domanda risarcitoria, sicché la stessa
si presenta come prospettazione lucida, coerente ed appagante sia
dell´oggetto di contestazione del P.M., sia delle ragioni che sono alla
base delle censure mosse ai soggetti evocati in giudizio.

Poiché, inoltre, la congrua ed esaustiva esposizione degli elementi
probatori offerti alla valutazione del Collegio al fine di verificare la
sussistenza nella concreta fattispecie di tutti gli elementi dell’illecito
amministrativo contabile contestato attengono notoriamente al merito della
medesima questione, le osservazioni sin qui svolte depongono per
un´infondatezza della doglianza formulata, che va perciò disattesa.

Riguardo la censura di nullità dell’atto di citazione per genericità
sollevata dalla difesa di Daniele NICASTRO, essa si sostanzia nella
deduzione secondo cui l’azione sarebbe inammissibile (e/o sarebbe nullo
l’atto di citazione) per la (presunta) assoluta indeterminatezza della
domanda a causa della mancata differenziazione delle singole voci di danno
derivanti da ciascun atto deliberativo; l’avv. Mario Verrusio (difensore
di Antonietta MASTROCOLA, Costanzo DI PIETRO e Margherita PIGNATIELLO),
più in particolare, ha dedotto l’inammissibilità delle fonti di prova
perché non indicate nell’atto introduttivo del giudizio.

Il Collegio osserva trattarsi, anche sotto tali ultimi aspetti, di censura
priva di fondamento, per quanto sopra osservato, perché dalla lettura
dell’atto emerge in maniera chiara l’addebito contestato a ciascun
convenuto ed in quanto l’analitica indicazione dei documenti addotti a
sostegno della pretesa risarcitoria non è per pacifica giurisprudenza
condizione di validità o ammissibilità della domanda. Inoltre, all’atto di
citazione sono stati allegati tutti i documenti costituenti riscontro
probatorio della domanda attrice, con la conseguenza che la completezza
della prospettazione accusatoria e della documentazione allegata a riprova
avrebbe consentito il completo dispiego delle argomentazioni difensive.

5. Ciò posto, occorre esaminare l’ulteriore eccezione difensiva
pregiudiziale di rito, sollevata dai convenuti Marcello MATARAZZO,
Alessandro CONSALES e Vincenzo DE PAOLA, di inammissibilità dell’atto di
citazione perché contenente elementi di consistente novità rispetto
all’invito a dedurre, restando in tal modo irrimediabilmente viziato per
violazione dell’art. 5 della legge 19 gennaio 1994, n. 14. Con siffatta
eccezione, il precitato convenuto ha voluto denunciare il vulnus del
divieto della cd. mutatio libelli a carico dell’odierno procedimento.

Tale vizio, tuttavia, ricorre quando l’attore o il debitore introducono
nel procedimento elementi di valutazione nuovi e diversi, sì da
configurare una differente causa petendi e un nuovo petitum rispetto a
quelli che hanno costituito rispettivamente oggetto della domanda
principale o della domanda riconvenzionale; di contro, la mutatio libelli
è da escludere quando, come in questo caso, risulti solo una apparente
diversità nell’oggetto della domanda, giacché non v’è dubbio che con
l’odierno atto di citazione siano rimaste immutate, rispetto a quanto
evidenziato nell’invito a dedurre, le ragioni della pretesa risarcitoria.

“Deve aggiungersi che, proprio perché l’invito è atto pre-processuale,
volto anche a fini di ulteriore istruttoria, la sua emissione non
presuppone il completamento delle indagini, cosicché non può pretendersene
la completezza espositiva” (Sez. I Appello, sentenza n. 152/2004).

Nel caso di specie, pertanto, deve ritenersi che gli inviti a dedurre,
nella loro formulazione, non siano viziati in quanto consentono
l’individuazione delle fattispecie ritenute generative di responsabilità,
la conoscenza dei fatti e la formulazione delle difese pertinenti alla
fase pre-processuale in cui si inseriscono gli atti de quibus.

Di conseguenza, l’eccezione relativa all’inammissibilità dell’atto di
citazione conseguente alla pretesa mutatio libelli – oltretutto motivata
dai predetti convenuti in modo tutt’altro che chiaro e convincente sul
piano giuridico – dev’essere disattesa.

6. Riguardo l’eccezione di prescrizione sollevata da tutti i convenuti
costituiti, si osserva quanto segue.

Con riferimento al termine iniziale di decorrenza della prescrizione
dell’azione di responsabilità, va preliminarmente rilevato che non è
sufficiente a dare inizio al periodo prescrizionale, il semplice
compimento di una condotta trasgressiva degli obblighi di servizio. Tale
assunto discende in maniera evidente dalla lettura sistematica dell’art. 1
della legge n. 20/1994 come modificato dal d.l. n. 543/1996, convertito in
legge n. 639/1996 (che discorre di “fatto” dannoso), coordinata con il
fondamentale principio dell’art. 2935 c.c., secondo cui “la prescrizione
inizia a decorrere dal giorno in cui il diritto può essere fatto valere”.

Nell’ipotesi che qui ricorre – mancato introito per l’intero importo da
parte del Comune di Benevento dei canoni per le acque reflue e la
depurazione relativi al periodo ottobre 2000-dicembre 2005 – è di tutta
evidenza che il termine di prescrizione decorre dal momento in cui la
perdita del diritto dell´Amministrazione diviene certa, di modo che
l’exordium preascriptionis deve farsi coincidere – come giustamente posto
in rilievo dal P.M. di udienza – con la data di definitiva scadenza del
termine quinquennale entro cui è consentito all’Ente di attivarsi per
incamerare gli introiti medesimi.

In ipotesi di mancata acquisizione di entrate, invero, l´orientamento
costante ed assolutamente maggioritario del giudice contabile è nel senso
di ritenere che il danno erariale conseguente diviene certo e attuale nel
momento in cui si verifica la prescrizione del relativo diritto (Sez.
Giur. Sardegna, sentenza n. 4/2011; Sez. Giur. Umbria, sentenza n.
88/2008).

Che l’azione per il risarcimento del danno derivato dalla perdita di un
credito per prescrizione sia proponibile solo dopo che quest’ultima è
maturata, e a decorrere da quel momento, trova implicita conferma – come
in precedenza anticipato – nella disposizione di cui all’art. 1, comma 3
della legge 14 gennaio 1994, n. 20, secondo la quale “qualora la
prescrizione del diritto al risarcimento sia maturata a causa di omissione
o ritardo della denuncia del fatto, rispondono del danno erariale i
soggetti che hanno omesso o ritardato la denuncia. In tali casi, l’azione
è proponibile entro cinque anni dalla data in cui la prescrizione è
maturata”.

In definitiva, se la domanda attrice, come pacificamente desumibile
dall’atto di citazione, è volta a ottenere il risarcimento del danno
derivante dal venir meno di un’entrata dell´Ente conseguente alla
intervenuta prescrizione o comunque alla definitiva impossibilità di
acquisire il relativo diritto di credito, non è consentito ritenere
attuale il danno prima che tale perdita si sia verificata e a prescindere
da essa, perché per non essere ancora concreto ed attuale il danno, non
sarebbe azionabile alcuna pretesa risarcitoria e la domanda del
Procuratore regionale dovrebbe essere respinta per insussistenza
dell’elemento oggettivo della responsabilità (cfr., tra le più recenti,
Sez. Giur. Lazio, sentenze n. 645/2009 e n. 1405/2010).

Orbene, poiché gli inviti a dedurre – corredati da apposita formula per la
costituzione in mora degli intimati – sono stati tutti notificati tra il
11 settembre ed il 12 dicembre 2009, mentre la prescrizione quinquennale
dell’azione di riscossione coattiva del canone in controversia ha iniziato
a decorrere dall’ottobre 2005, appare di tutta evidenza la loro
tempestività. E che la prescrizione dell’azione di recupero dei canoni
attivabile dall’amministrazione sia soggetta al termine quinquennale e non
a quello decennale, è dato desumere dalla previsione di cui all’art. 2948
c.c. (cfr. Sez. Giur. Sardegna, sentenza n. 4/2011; Sez. Giur. Calabria,
sentenza n. 1094/2007).

Per quanto considerato, anche l’eccezione di prescrizione deve essere
respinta.

7. Sgombrato il campo dalle questioni pregiudiziali e preliminari proposte
dalle difese dei convenuti, il Collegio può esaminare in punto di merito
la vicenda descritta nella premessa in fatto. Deve quindi procedersi alla
verifica della sussistenza, nel caso concreto, degli elementi tipici della
responsabilità amministrativa che, com´è noto, si sostanziano in un danno
patrimoniale, economicamente valutabile, arrecato alla pubblica
amministrazione, in una condotta connotata da colpa grave o dolo, nel
nesso di causalità tra il predetto comportamento e l’evento dannoso,
nonché nella sussistenza di un rapporto di servizio fra coloro che lo
hanno determinato e l’ente che lo ha subito.

8. Con riferimento, in primo luogo, all´elemento oggettivo del danno
pubblico, la valutazione della relativa sussistenza nel caso di specie
concerne due distinte voci di nocumento, rilevate dalla Procura attrice,
ovvero il danno patrimoniale da mancate entrate ed il danno da
disservizio.

8.a. Riguardo la prima delle suindicate voci di danno, derivato ad avviso
del requirente dall’approvazione di una serie di delibere consiliari del
Comune di Benevento con le quali è stato stabilito il condono tributario
dei canoni per le acque reflue e la depurazione relativi al periodo
ottobre 2000/dicembre 2005 – in violazione dell’art. 13 legge 289/2002 che
l’ha consentito soltanto per i tributi locali – va premesso che l´art. 13
legge n. 289/2002 ha previsto la possibilità, per le Regioni, le Province
ed i Comuni di procedere a “condono” fiscale, relativamente ai tributi
locali, nella ricorrenza di due essenziali presupposti: 1. la previa
regolamentazione delle procedure da seguire mediante l´emanazione di
propri atti normativi volti a regolamentare la fattispecie; 2. la
circostanza che oggetto di tali disposizioni siano esclusivamente le
tipologie rientranti nella nozione di tributi propri, cioè quelli la cui
titolarità giuridica ed il cui gettito siano integralmente dovuti agli
enti indicati nella legge (Regioni, Province e Comuni, appunto). Più
specificamente, la norma in questione prevede che:

“1. Con riferimento ai tributi propri, le Regioni, le Province e i Comuni
possono stabilire, con le forme previste dalla legislazione vigente per
l’adozione dei propri atti destinati a disciplinare i tributi stessi, la
riduzione dell’ammontare delle imposte e tasse loro dovute, nonché
l’esclusione o la riduzione dei relativi interessi e sanzioni, per le
ipotesi in cui, entro un termine appositamente fissato da ciascun ente,
non inferiore a sessanta giorni dalla data di pubblicazione dell’atto, i
contribuenti adempiano ad obblighi tributari precedentemente in tutto o in
parte non adempiuti.

2. Le medesime agevolazioni di cui al comma 1 possono essere previste
anche per i casi in cui siano già in corso procedure di accertamento o
procedimenti contenziosi in sede giurisdizionale …

3. Ai fini delle disposizioni del presente articolo, si intendono tributi
propri delle Regioni, delle Province e dei Comuni i tributi la cui
titolarità giuridica ed il cui gettito siano integralmente attribuiti ai
predetti enti, con esclusione delle compartecipazioni ed addizionali a
tributi erariali, nonché delle mere attribuzioni ad enti territoriali del
gettito, totale o parziale, di tributi erariali”.

Per quanto specificamente concerne il canone acque reflue e depurazione,
va evidenziato, come condivisibilmente fatto nell’atto introduttivo del
giudizio, che di tali fonti di entrata comunale l´art. 14 della legge n.
36/1994 e s.m.i. ha modificato la natura da tributo a corrispettivo,
poiché il rapporto che si instaura tra ente erogante il servizio e
cittadino avente diritto ad esso e nel contempo obbligato al pagamento del
canone (corrispettivo), è fondato su di un vero e proprio sinallagma
contrattuale. Tale sostanziale modifica è intervenuta con decorrenza 3
ottobre 2000, per effetto della previsione contenuta nell´art. 31, comma
28°, della legge 448/1998, così come ripetutamente evidenziato in varie
pronunce della Corte di Cassazione, la quale ha affermato, in generale,
che il servizio di depurazione delle acque reflue costituisce, in base
alla legge 5 gennaio 1994, n. 36, un servizio pubblico irrinunciabile che
gli enti gestori sono tenuti ad istituire per legge; gli utenti di esso,
ancorché potenziali, sono chiamati, in forza dell’art. 14 L. n. 36 del
1994, a contribuire, con il versamento di un apposito canone, sia alle
relative spese di gestione ordinaria che a quelle di installazione e di
completamento, comprese le spese per il collegamento fognario delle
singole utenze. Pertanto, il canone per i servizi di depurazione delle
acque reflue, alla stregua della legge n. 36 del 1994, è dovuto
indipendentemente non solo dall’effettiva utilizzazione del servizio, ma
anche dall’istituzione di esso, o dall’esistenza dell’allacciamento
fognario ad esso della singola utenza, laddove, secondo la precedente
disciplina – di cui agli artt. 16 e segg. della legge 10 maggio 1976, n.
319, modificata dall’art. 3 del D.L. 28 febbraio 1981, n. 38, convertito
in legge 23 aprile 1981, n. 153 -, l’obbligo di corrispondere il canone
era sì indipendente dall’effettiva utilizzazione del servizio, ma nasceva
soltanto per effetto della istituzione di quest’ultimo e dell’allaccio
alla rete fognaria pubblica, sicché era condizionato all’esistenza
dell’impianto centralizzato ed all’allacciamento fognario ad esso della
singola utenza (C. Cass., Sez. V, sentenza n. 96 del 04.01.2005, che si
cita a mero titolo esemplificativo). Con specifico riferimento alla natura
del canone di che trattasi, sin dal 2003 la Suprema Corte ha chiarito che
solo fino al 3 ottobre 2000 il canone di depurazione dovesse considerarsi
un tributo; invero, con la sentenza n. 16426 del 20.08.2004, le SS.UU.
della C. Cass. (che si cita a mero titolo esemplificativo) hanno osservato
che il canone per il servizio di scarico e depurazione delle acque reflue
ha natura di componente del corrispettivo del servizio idrico solo a
partire dal 3 ottobre 2000, per effetto dell’innovazione introdotta
dall’art. 31, ventottesimo comma, della legge 23 dicembre 1998, n. 448 e
del differimento della sua iniziale decorrenza (primo gennaio 1999)
disposto dall’art. 62 del D.Lgs. 11 maggio 1999, n. 152, modificato
dall’art. 24 del D.Lgs. 18 agosto 2000, n. 258 (entrato in vigore alla
predetta data del 3 ottobre 2000), mentre, per il periodo anteriore,
integra un tributo comunale, sulla scorta delle previsioni, prima,
dell’art. 17-ter della legge 10 maggio 1976, n. 319 (aggiunto dall’art. 3
del decreto-legge 28 febbraio 1981, n. 38, convertito, con modificazioni,
dalla legge 23 aprile 1981, n.153), e successivamente, dopo l’abrogazione
di detta norma ad opera dell’art. 32 della legge 5 gennaio 1994, n. 36,
dell’ultimo comma dello stesso art. 17, inserito dall’art. 2, comma
terzo-bis, del decreto-legge 17 marzo 1995, n. 79 (convertito, con
modificazioni, dalla legge 17 maggio 1995, n. 172).

Dagli atti di causa emerge che con deliberazione n. 8 del 27.03.2003 il
consiglio comunale di Benevento approvò il Regolamento per la definizione
agevolata dei rapporti tributari, in esecuzione dell’art. 13 legge
289/2002 (sopra citato), indicando, quali tributi ricadenti nell´ambito di
applicazione del disposto regolamentare, l´imposta comunale sugli
immobili, la tassa per lo smaltimento dei rifiuti solidi urbani, la tassa
per l´occupazione degli spazi ed aree pubbliche, l´imposta comunale sulla
pubblicità e le pubbliche affissioni, il canone per le acque reflue e
depurazione relativo all´anno 1998, nonché l´imposta I.C.I.A.P, ed
indicando altresì i periodi di riferimento dei tributi da definire in
maniera agevolata.

Con deliberazione giuntale immediatamente successiva (n. 61 del
28.03.2003) si determinarono le tariffe per l’allontanamento e scarico
delle acque reflue e per la depurazione delle acque, chiarendo che “il
volume dell’acqua scaricata nella fogna pubblica viene determinato in
misura pari al 100% del volume d’acqua fornita, prelevata o comunque
accumulata”, il che fa apparire evidente – anche per la giunta deliberante
– la natura di corrispettivo attribuibile alle tariffe di che trattasi.

Del resto, che tale fosse la natura del canone in parola, emerge con
assoluta chiarezza dalle note n. 17665 del 26.02.2001 e 24429 del
09.04.2001 del Dirigente del Settore Finanze del Comune di Benevento
(Antonietta MASTROCOLA), entrambe dirette al Movimento di Difesa del
Cittadino Onlus a riscontro di varie istanze di rimborso di somme pagate
da cittadini a titolo di canone per la depurazione (cfr. all.ti n. 3 e n.
4 al fascicolo di parte privata). Di tali note appare opportuno riportare
qui di seguito il testo:

“…si fa presente che l’art. 14 della legge n. 36 del 1994 stabilisce
espressamente che la quota di tariffa relativa al servizio di depurazione
e’ dovuta dagli utenti anche nel caso in cui la fognatura sia sprovvista
di impianti centralizzati di depurazione o questi siano temporaneamente
inattivi.

I relativi proventi affluiscono in un fondo vincolato e sono destinati
esclusivamente alla realizzazione e alla gestione delle opere e degli
impianti centralizzati di depurazione.

La circolare del Ministero delle Finanze n. 177/E del 05/10/2000 chiarisce
ulteriormente il disposto dell’art. 14 della legge 36/94, precisando che
‘risultano in tal modo del tutto superati i dubbi sulla corresponsione
della quota di tariffa relativa alla depurazione, in quanto attualmente è
la legge stessa che, a differenza di quanto avveniva nel passato, ne
impone il pagamento da parte di coloro che sono allaciati alla pubblica
fognatura, ma non usufruiscono del servizio di depurazione, perché manca o
è inattivo l’impianto di depurazione.

Pertanto in base alla normativa suesposta, allo stato, non è possibile
provvedere alla restituzione dei canoni di depurazione riscossi per l’anno
1999 e primo semestre 2000”.

“Nessuna deliberazione di trasformazione del cannone in tariffa è stata
adottata da Questo Ente, essendo tale trasformazione stabilita da una
legge dello Stato (L. 448/1998 art. 31 comma 28) ed essendo la tariffa in
vigore in questo Comune già adeguata ai parametri, ai criteri e ai limiti
stabiliti dal CIPE:

Gli introiti del canone (o tariffa) di depurazione per gli anni 1996-2000
ammontano complessivamente a £ 6.479.612.837 e sono confluiti
nell’apposito fondo, per la gestione e realizzazione del depuratore”.

Nonostante, dunque, fosse ben chiara – contrariamente a quanto dedotto
dalle difese dei convenuti – la natura di corrispettivo attribuibile alla
tariffa in parola, con deliberazione consiliare del Comune di Benevento n.
92 del 04.12.2003 (avente ad oggetto “Modifica Regolamento Comunale per la
definizione agevolata dei rapporti tributari”) sono stati inseriti
nell´ambito di applicazione del regolamento le sanzioni relative alle
violazioni del Codice della Strada ed i canoni per le acque reflue e
depurazione degli anni 1998-1999-2000-2001-2002. Al riguardo, l´art.3 del
Regolamento è stato modificato nel senso che per effetto del condono, gli
obblighi relativi ai suddetti canoni sarebbero stati adempiuti con il
pagamento del solo tributo ridotto al 30%, oltre le spese di spedizione e
gli interessi legali del 3%. Successivamente, con deliberazione consiliare
n. 12 del 20.04.2004, è stata introdotta la definizione agevolata per i
tributi previsti nell´ambito regolamentare anche per l´anno 2003, con
estensione anche al canone acque reflue e depurazione. Con deliberazione
consiliare n. 25 del 09.06.2005 l’estensione in parola è stata disposta
anche per l´annualità 2004, e poi ancora per l’anno 2005 con l’adozione
della deliberazione n. 28 del 26.04.2006 (cfr. all.ti numeri 11, 12, 13 e
19 al fascicolo di Procura).

Eppure – come del resto precedentemente evidenziato – con riferimento
all’obbligatorietà del pagamento dell’intero importo del canone in
controversia, non vi erano i dubbi interpretativi descritti dai convenuti,
in quanto era lo stesso art. 14, comma 1°, legge n. 26/1994 – e poi l’art.
155 d.lgs. n. 152/2006 – che prevedeva che la quota di tariffa del canone
di depurazione fosse dovuta anche qualora il Comune fosse sprovvisto di
impianto di depurazione oppure questo fosse inattivo. Il che equivale a
dire che non vi erano dubbi interpretativi tali da far ritenere tale
introito comunale quale tributo.

In virtù del regolamento e delle successive modifiche, tuttavia, il Comune
di Benevento ha consentito che gli inadempienti dell’obbligo in parola
abbiano potuto beneficiare di una sorta di regolarizzazione della loro
posizione, semplicemente mediante il versamento di una somma pari al 30%
del corrispettivo dovuto con completa esenzione degli interessi.

Come giustamente evidenziato dal requirente nell’atto introduttivo del
giudizio, l'”anomala applicazione delle disposizioni agevolative previste
dalla normativa in materia di condono per la definizione di tributi
erariali, con particolare riferimento … all’ampliamento a fattispecie
non previste dalla norma, causa di mancati introiti per l’Ente” è stata
rilevata anche dal Servizio Ispettivo del Ministero dell´Economia e
Finanze a cura del quale, a seguito di ispezione effettuata presso il
Comune di Benevento dal 30 marzo al 24 aprile 2009, è stata redatta
apposita relazione (cfr. stralcio, all. n. 1 al fascicolo di Procura). Ivi
si afferma, condivisibilmente, quanto segue: “l’ambito oggettivo della
procedura di definizione agevolata approvata dall’Ente” eccede “i limiti
indicati dall’art. 13 della Legge n. 289/02”; dopo aver citato alcune
pronunce della S.C. sull’argomento, nella medesima relazione si prosegue
rilevando che “In sostanza la Corte (di Cassazione) afferma che la natura
tributaria dei canoni in questione era venuta meno solamente in base alle
disposizioni dell´art. 24 del D.Lgs. n. 258/00 ed a far data dal 03.10.00.
Pertanto per il periodo successivo a tale data, non avendo il canone
natura tributaria, non poteva essere oggetto di definizione ai sensi della
Legge 27.12.02, n. 289 … presso il Comune di Benevento la definizione
agevolata è stata applicata a tali entrate sino all’anno 2005, in
violazione delle disposizioni in precedenza richiamate”.

Tutte le difese dei convenuti si sono soffermate sull’insussistenza di
danno erariale, in ragione della sentenza n. 335 del 08.10.2008 della
Corte Costituzionale, che ha sancito l´illegittimità delle disposizioni,
dianzi indicate, che stabilivano l’obbligatorietà del pagamento della
tariffa anche nel caso in cui il Comune fosse sprovvisto di impianto di
depurazione, come sarebbe avvenuto per il Comune di Benevento. Con la
pronuncia in parola, infatti, la Consulta ha dichiarato incostituzionale
l´art. 14, comma 1°, della legge n. 36/1994, nella parte in cui prevede
che la quota di tariffa riferita al servizio di depurazione è dovuta dagli
utenti “anche nel caso in cui la fognatura sia sprovvista di impianti
centralizzati di depurazione o questi siano temporaneamente inattivi”,
nonché l´art. 155, comma 1°, primo periodo, del d.lgs. n. 152/2006, nella
parte in cui prevede che la quota di tariffa riferita al servizio di
depurazione è dovuta dagli utenti “anche nel caso in cui manchino impianti
di depurazione o questi siano temporaneamente inattivi”.

La Corte Costituzionale ha rilevato, in particolare, quanto segue:
“Dall’accertata volontà del legislatore di costruire la quota di tariffa
riferita al servizio di depurazione come corrispettivo deriva la
fondatezza della censura di irragionevolezza della disposizione
denunciata, nella parte in cui prevede che la suddetta quota di tariffa è
dovuta dagli utenti anche quando manchi il servizio di depurazione.

La norma censurata, imponendo l’obbligo di pagamento in mancanza della
controprestazione, prescinde dalla natura di corrispettivo contrattuale
della quota e, pertanto, si pone ingiustificatamente in contrasto con la
sopra delineata ratio del sistema della legge n. 36 del 1994, che, come si
è visto, è invece fondata sull’esistenza di un sinallagma che correla il
pagamento della tariffa stessa alla fruizione del servizio per tutte le
quote componenti la tariffa del servizio idrico integrato, ivi compresa la
quota di tariffa riferita al servizio di depurazione”.

Quindi, non solo la Corte Costituzionale ha ulteriormente rilevato che
trattasi di corrispettivo e non di tributo, ma anche ha ritenuto
incostituzionale non l’intera tariffa, bensì soltanto la quota relativa al
servizio di depurazione.

Infatti, a seguito della pronuncia di incostituzionalità è intervenuto il
D.L. 30.12.2008 n. 208, convertito nella legge 27.02.2009 n.13, che
all´art. 8-sexies ha chiarito che dall´importo da restituire a seguito
della pronuncia di incostituzionalità, devono essere dedotti gli oneri
derivati dalle attività di progettazione, di realizzazione o di
completamento avviate relative agli impianti di depurazione i quali,
unitamente agli oneri relativi ai connessi investimenti, costituiscono una
componente vincolata della tariffa del servizio idrico integrato e,
conseguentemente, sono pur sempre dovuti ai gestori, a decorrere
dall´avvio delle procedure di affidamento delle prestazioni di
progettazione o di completamento delle opere necessarie alla attivazione
del servizio di depurazione, purché alle stesse si proceda nel rispetto
dei tempi programmati.

Inoltre, la stessa norma ha demandato la disciplina delle modalità
applicative per procedere al rimborso ad un decreto da emanarsi a cura del
Ministro dell´Ambiente, che è stato poi effettivamente adottato il 30
settembre 2009 ed ha previsto specifiche incombenze intese
all’individuazione delle quote della tariffa da rimborsare agli utenti,
stabilendo altresì, ai sensi dell’art. 2948 c.c., il termine quinquennale
di prescrizione per la presentazione dell’istanza di rimborso dei canoni
versati.

A tali condivisibili conclusioni il requirente contabile è pervenuto anche
con il rilevante ausilio delle osservazioni contenute nel parere n. 25 del
10.02.2009 della Sezione Controllo della Corte dei conti Lombardia, la
quale si è espressa sul quesito, posto dal Sindaco del Comune di Lodi,
relativo ai limiti entro i quali si propagano gli effetti della
dichiarazione di incostituzionalità, contenuta nella sentenza n. 335/2008
della C. Cost. sopra citata e riportata, dell´art. 155 del D.lgs. 152/2006
e della pregressa normativa che, a partire dalla legge n. 35/1994, regola
il servizio idrico integrato nella componente relativa al servizio di
depurazione, nella parte in cui prevede che la quota riferita al servizio
stesso è dovuta dagli utenti anche nel caso in cui manchino gli impianti
di depurazione o questi siano temporaneamente inattivi. In tale parere, la
Sezione di Controllo contabile per la Lombardia ha posto taluni principi:

(A) alla pronuncia di incostituzionalità deve riconoscersi natura
costitutiva (e non dichiarativa), correlata alla configurazione della
legge invalida per contrasto con la Costituzione come legge annullabile (e
non nulla), con la conseguenza che la norma o l´atto annullato vengono
espunti dall´ordinamento divenendo insuscettibili di regolamentazione
delle situazioni o dei rapporti giuridici che in essi trovavano
fondamento, senza, però, che la pronuncia di incostituzionalità coinvolga
i rapporti cd. esauriti, i quali si definiscono come tali per aver
prodotto tutti i loro effetti giuridici anteriormente alla pronuncia di
costituzionalità;

(B) per i pagamenti effettuati dagli utenti nei comuni privi di servizio
di depurazione anteriormente alla sentenza della Corte Costituzionale, i
termini di prescrizione vanno individuati nel limite quinquennale di cui
all´art. 2948 c.c. – mentre per i pagamenti effettuati successivamente
alla stessa sentenza vale il termine ordinario decennale di cui all´art.
2946 c.c. – in quanto “i profili di incostituzionalità della norma
costituiscono impedimenti di fatto e non di diritto rispetto all´operare
della prescrizione e … pertanto, è onere dell´interessato che voglia
impedire la prescrizione mettere in campo gli idonei rimedi giuridici
eventualmente promuovendo innanzi al giudice adito il giudizio incidentale
di incostituzionalità”.

Pertanto, all’attualità, deve ritenersi sussistente per il comune di
Benevento il danno erariale descritto nell’atto introduttivo del giudizio,
in quanto:

1. la pronuncia d’illegittimità della C. Cost, n. 335/2008, non ha
riguardato la tariffa relativa alle acque reflue, anch’essa oggetto,
peraltro, della procedura di definizione agevolata per effetto delle
delibere consiliari precedentemente descritte;

2. la tariffa per la depurazione per gli anni che vanno da ottobre 2000
fino a dicembre 2005 (periodo cui si fa riferimento nell’atto di
citazione) non potrebbe essere oggetto di alcuna istanza di rimborso, in
quanto già coperta da prescrizione, di modo che, se non se ne fosse
previsto il “condono tributario”, le somme ad essa relative sarebbero
state introitate dal Comune di Benevento;

3. la quota da sottoporre a rimborso non si rivela ad oggi del tutto
definita, in ragione delle disposizioni introdotte dall´art. 8-sexies D.L.
30.12.2008 n. 208 e del successivo decreto del Ministro dell´Ambiente,
secondo cui – come già in precedenza ricordato – gli enti locali
percettori avrebbero dovuto provvedere alla restituzione della quota di
tariffa agli utenti che non usufruiscono del servizio, decurtata degli
oneri relativi alle attività di progettazione, di realizzazione o
completamento degli impianti e computata sulla base del diritto a rimborso
con termine di prescrizione quinquennale (in tal senso, invero, ha
disposto la delibera giuntale del Comune di Benevento n. 23/2010: cfr.
all. n. 3 al fascicolo di Procura);

4. parte dell’utenza fruisce comunque degli impianti di depurazione, di
modo che non avrebbe potuto in ogni caso ottenere la restituzione della
quota di tariffa versata neanche a seguito della sentenza della Corte
Costituzionale (cfr. relazione istruttoria alla delibera giuntale comunale
n. 23/2010, all. n. 4 al fascicolo di Procura).

Pertanto, deve riconoscersi sussistente il danno patrimoniale, consistente
nel mancato introito del canone acque reflue e depurazione da parte del
Comune di Benevento nel periodo dall’ottobre 2000 al dicembre 2005.

In merito alla quantificazione del danno così descritto e ritenuto
sussistente nella fattispecie, il Collegio ritiene anche sotto tale
profilo condivisibile la prospettazione attorea.

Invero, dai prospetti inviati (su cd rom: cfr. all. n. 8 al fascicolo di
Procura) dal Comune di Benevento risulta che, a fronte di un importo
originario dei canoni pari ad € 5.058.129,45, gli importi, per effetto del
condono, sono stati ridotti ad € 1.558.457,74, di cui €.1.510.607,88
introitati, secondo quanto attestato dal medesimo Comune. Pertanto le
previsioni regolamentari in controversia hanno prodotto un danno da
mancata entrata, pari alla differenza tra quanto si sarebbe dovuto
riscuotere e quanto allo stato è stato riscosso, cioè ad € 3.547.521,57.
Tale somma, tuttavia, tiene conto anche delle annualità relative al
periodo 1998-ottobre 2000, in cui il canone per le acque reflue e la
depurazione aveva ancora natura tributaria, potendo pertanto
legittimamente essere assoggettato alla definizione agevolata. Poiché
l´Ente non ha potuto fornire né al requirente né all´Ispettore
ministeriale i dati relativi al periodo di riferimento dei versamenti
effettuati, si ritiene di poter condividere il criterio utilizzato
dall´ispettore ministeriale, il quale ha ridotto di un quarto la somma
sopraindicata, sulla base di una valutazione effettuata in via equitativa,
tenendo conto del fatto che per 21 mesi su 84 coperti dalle disposizioni
consiliari, il canone aveva natura tributaria; la somma che risulta da
tale decurtazione è pari ad €.2.643.563,79, che costituisce il nocumento
patrimoniale arrecato al Comune di Benevento.

Sempre a titolo di danno patrimoniale diretto, va addebitata ai convenuti
– come giustamente richiesto della Procura attrice – l’ulteriore somma di
€ 240.323,88, cioè la quota dell´I.V.A. dovuta all´Amministrazione
finanziaria dello Stato sulle somme non introitate per effetto del condono
accordato.

9. Un’ulteriore voce di danno posta solidalmente a carico degli odierni
convenuti dal requirente è quella costituita dal danno da disservizio,
derivante dal fatto che “il corrispettivo dovuto dagli utenti per il
servizio reso, in una concezione pubblicistica, è necessariamente
destinato a migliorare e rendere più efficiente il servizio stesso”, con
la conseguenza che il condono generalizzato di esso ha determinato nel
caso di specie il significativo detrimento del pieno soddisfacimento che
l´utenza finale deve ottenere dal servizio reso secondo gli obiettivi
prefissati dal legislatore; il danno di che trattasi è stato quantificato
dall’Ufficio di Procura nella misura di € 500.000,00.

Al riguardo giova evidenziare che il cd. danno da disservizio si
caratterizza, in generale, per l´inosservanza dei doveri del pubblico
dipendente, con conseguente diminuzione di efficienza dell´apparato
pubblico. “Nei casi di disservizio, infatti, l´azione pubblica non
raggiunge sotto il profilo qualitativo, quelle utilità ordinariamente
ritraibili dall´impiego di determinate risorse così da determinare uno
spreco delle stesse.

Occorre evidenziare, tuttavia, che il danno da disservizio non si sottrae,
al pari del danno economico in senso stretto, da un principio di prova
certa e non presuntiva e, solo quando il danno sia provato nel suo
concreto verificarsi è possibile per il Giudice, nei casi in cui sia
estremamente difficile provare l’esatto ammontare, procedere ad una sua
valutazione equitativa” (Sez. Giur. Lazio, sentenza n. 195/2010).

Nella fattispecie all’esame, invece, il prospettato disservizio che
sarebbe conseguito al Comune di Benevento, seppure teoricamente
ipotizzabile, non risulta in realtà adeguatamente provato dalla Procura
attrice, ma solo affermato nell’atto di citazione, né, peraltro, idonei
elementi sul suo verificarsi emergono dagli atti del fascicolo
processuale.

In particolare, non emerge con la dovuta evidenza la circostanza che, a
seguito delle condotte dei convenuti, l’Amministrazione abbia dovuto
sostenere dei costi aggiuntivi per svolgere un servizio rientrante nelle
ordinarie attribuzioni dell’Ente: invero, il servizio di smaltimento delle
acque reflue e di depurazione, già sostanzialmente insussistente prima
dell’adozione delle delibere consiliari che hanno disposto il condono
delle relative tariffe, non risulta aver subito ulteriori variazioni
peggiorative né aver richiesto spese aggiuntive per essere mantenuto
costante ovvero (auspicabilmente) migliorato. In assenza di specifica
prova circa l’effettivo incremento della spesa sostenuta ed in assenza di
documentazione da cui desumere l’effettivo detrimento arrecato
all’ordinato svolgimento del servizio dal comportamento illecito dei
convenuti, non risulta, allo stato degli atti, raggiunta la prova del
prospettato danno da disservizio che, conseguentemente, non può formare
oggetto di valutazione equitativa.

La pretesa relativa al ristoro della descritta voce di danno, pertanto,
non può trovare accoglimento nei termini in cui è stata sottoposta alla
valutazione di questa Sezione.

10. Va ritenuta ovviamente in re ipsa, nel caso all’esame della Sezione,
la sussistenza del rapporto di servizio rispetto all’Amministrazione
comunale danneggiata degli odierni convenuti, tutti inquadrati
nell’apparato amministrativo-burocratico del Comune di Benevento perché
aventi rispetto ad esso un rapporto d’impiego o un incarico politico.

11. Incontestabile è, altresì, la rilevabilità nel caso concreto del nesso
di causalità tra i comportamenti tenuti dagli evocati in giudizio ed il
depauperamento patrimoniale dianzi indicato. Alla totalità di essi,
invero, sono da ascrivere le condotte, pur se dotate di differenziata
efficacia lesiva, che hanno cagionato il danno erariale che ha originato
il presente giudizio, nel senso che esso non si sarebbe verificato ove
siffatte condotte non fossero state poste in essere ovvero si fossero
diversamente realizzate.

In buona sostanza, il danno erariale in controversia è stato
complessivamente determinato da coloro che hanno concorso in modo
significativo alla predisposizione ed all’adozione delle delibere n.
92/2003, 12/2004, 25/2005 e 28/2006 del Consiglio Comunale del Comune di
Benevento, nonché dalla Società GE.SE.SA. S.p.a., incaricata dalla stessa
Amministrazione Comunale di procedere a quantificare gli importi dovuti
per il condono.

Pertanto, si rivela priva di pregio la prospettazione dell´avv. Giuseppe
Iannelli con riferimento al contributo causativo del danno da ascrivere al
Sindaco, all’Assessore alle Finanze ed al Dirigente del Settore Finanze
del Comune di Benevento dal 2006 all’attualità, per non aver promosso
l’attivazione delle procedure di riscossione coattiva nei confronti degli
utenti ammessi ad agevolazione, poiché tali condotte non presentano alcuna
incidenza sulla produzione del nocumento sopra descritto, da attribuire
invece interamente agli odierni convenuti, per le ragioni che di seguito
verranno specificate.

Inoltre, va evidenziata l’inconferenza delle argomentazioni difensive dei
consiglieri comunali beneventani che hanno sostenuto che la responsabilità
dovesse ricadere unicamente sui funzionari amministrativi che hanno
proceduto ad esprimere i pareri di regolarità di competenza, poiché la
norma contenente la disciplina che qui rileva, nel prevedere una esplicita
potestà regolamentare in capo agli enti locali, ha attribuito all´organo
politico la responsabilità di individuare i tributi da sottoporre a
definizione agevolata e le modalità di tale sottoposizione. Risulta,
pertanto, evidente che i consiglieri comunali avrebbero dovuto esercitare
tale potestà entro i limiti stabiliti dalla legge,senza travalicarli
illecitamente.

Sul punto, va altresì osservato che non possono – in generale – essere
ritenute fondate le deduzioni difensive che, nell’intento di escludere la
sussistenza nella specie il nesso di causalità – prima ancora che
l’elemento soggettivo della colpa grave – con riferimento al comportamento
tenuto dai consiglieri comunali, invocano la cd. “scriminante politica”
prevista dall’art. 1 comma 1 ter L. 14 gennaio 1994 n. 20, come sostituito
dall’art. 3 L. n. 639 del 1996.

Invero, già dopo la riforma recata dalla L. n. 142 del 1990, il Consiglio
Comunale non costituisce più l’organo a competenza generale che ora è
invece individuato nella Giunta municipale. Il Consiglio è, invece,
attributario di specifiche competenze, tra le quali vi sono quelle di
indirizzo e di controllo politico ma anche amministrativo. Le funzioni di
quest’ultimo tipo sono orientate specificamente nei confronti dei
dirigenti preposti agli uffici ed ai servizi e sono finalizzate a
verificare la coerenza programmatica tra gli indirizzi del Consiglio e le
scelte gestionali compiute dai dirigenti.

Spetta altresì al Consiglio (art. 32 L. 142/1990) adottare provvedimenti
che, per la rilevanza del loro oggetto, assumono il carattere di atti
fondamentali dell’Ente, tra i quali rientrano quelli attinenti l’attività
finanziaria ed il bilancio (appunto quale atto di indirizzo programmatico
e politico) dell’Ente stesso ovvero la materia degli acquisti e delle
alienazioni immobiliari, nonché assumere provvedimenti che si presentano
come adempimenti improrogabili.

Quindi, considerate tali funzioni, la rammentata esimente da
responsabilità amministrativa prevista per gli organi politici che abbiano
approvato o fatto eseguire in buona fede atti ricompresi nelle competenze
di uffici tecnici o amministrativi, non può trovare applicazione nei casi
in cui l’Organo politico abbia esercitato (come nel caso in esame) una
propria attribuzione di amministrazione attiva, in una materia che la
legge riserva all’Organo stesso e nella quale gli uffici tecnici o
amministrativi abbiano espletato funzioni istruttorie ovvero consultive e
comunque di mero supporto strumentale.

Si soggiunge che la buona fede dell’Organo politico è ravvisabile allorché
esso abbia espresso la sua volontà ignorando di arrecare un pregiudizio
patrimoniale all’Erario, quando siano assenti elementi di segno opposto,
ma non anche allorché abbia violato suoi doveri specifici, com’è invece
avvenuto nel caso di specie.

Va, al contrario, configurata, nella vicenda esaminata, una responsabilità
del Consiglio comunale come Organo collegiale per aver svolto in modo
pesantemente negligente un adempimento che rientrava nelle sue specifiche
incombenze e vanno nel contempo individuati (come in realtà è stato fatto)
all’interno del medesimo Organo, i singoli soggetti che, col loro voto
espresso, hanno contribuito a dar vita ad una deliberazione censurabile
sotto il profilo dell’illiceità.

Va evidenziato, altresì, che devono ritenersi pienamente concorrenti negli
illeciti sopra evidenziati anche tutte le componenti amministrative che,
con il loro parere favorevole, hanno avallato le scelte regolamentari del
consiglio comunale, unitamente all´Assessore al Ramo che ha proceduto a
proporre tali delibere.

In particolare, emerge l’attribuibilità di efficacia causativa del danno
patrimoniale dianzi descritto alle condotte poste in essere dal
responsabile del Settore Finanze, dal Direttore Generale, dal Segretario
Generale, e dal Coordinatore del U.O.S. Tributi che, per la rispettiva
competenza hanno proceduto ad esprimere parere favorevole alle proposte in
questione, stante la specifica competenza loro attribuita
dall´ordinamento.

Infine, per quanto specificamente concerne l’apporto causativo del danno
attribuibile alla Ge.Se.Sa. s.p.a., va osservato che l´attività di
quantificazione degli importi dovuti a titolo di condono, la verifica
delle istanze di condono presentate dai contribuenti ed altre attività ad
esse correlate sono state ad essa affidate a titolo oneroso dal 2003 fino
al 2008 (cfr. all.ti numeri 4, 6 e 8 al al fascicolo di parte della
Ge.Se.Sa. s.p.a.).

Inoltre, il capitolato speciale di oneri relativo alla concessione per la
gestione dei servizi di acquedotto e di fognatura per il Comune di
Benevento prevede, all’art. 9, che l’attività di riscossione degli importi
relativi ai canoni per i servizi di fognatura e di depurazione è a carico
della società concessionaria (cfr. all. n. 2 al fascicolo di parte della
Ge.Se.Sa. s.p.a.). Di ciò, del resto, costituisce conferma quanto si legge
nel preambolo alla delibera di G.C. del Comune di Benevento n. 146 del
25.06.2004, avente ad oggetto la “Gestione definizione agevolata della
depurazione e canone acque reflue 2003: incarico esterno – indirizzi”:
“Premesso che la Ge.Se.Sa. s.p.a., titolare del servizio acquedotto, a cui
quindi compete anche la riscossione (comprese le morosità) dei canoni per
servizio di fognatura e depurazione, nonché l’attività di recupero crediti
che si rende necessaria per l’introito dei canoni per servizio di
fognatura e depurazione insoluti; …” (cfr. all. n. 5 al fascicolo di
parte della Ge.Se.Sa. s.p.a.).

Quindi – diversamente da quanto sostenuto dalla difesa della Società – la
Ge.Se.Sa. non aveva soltanto il compito di procedere alla verifica delle
utenze sulla base dei dati forniti dall’Ente e poi comunicare a
quest’ultimo le ipotesi d’inadempimento e di estinzione parziale delle
obbligazioni per i provvedimenti conseguenti, bensì aveva poteri di
recupero coattivo diretto con specifico riferimento anche ai canoni
oggetto dell’odierna controversia.

12. Riguardo, infine, all’elemento soggettivo dell’illecito
amministrativo-contabile in controversia, che la Procura ha indicato come
dolo contrattuale o – in subordine – come colpa grave, questo deve, del
pari, essere ritenuto sussistente nella forma – appunto – della colpa
grave, per le considerazioni che di seguito si espongono.

In primo luogo, appare opportuno riportare la condivisibile osservazione
riportata dall’Ispettore I.G.F. nella relazione precedentemente
richiamata: “L’aver proceduto alla ripetuta reiterazione del condono
appare contrario al principio di buona amministrazione, in quanto può
comportare rilevanti effetti negativi sull’adempimento spontaneo degli
obblighi tributari”.

Oltre a ciò, va opportunamente evidenziato che non risulta in atti –
contrariamente, quindi, a quanto prospettato dalle difese dei convenuti –
che siano stati aperti procedimenti contenziosi ad opera di utenti o di
associazioni di consumatori, finalizzati ad ottenere la restituzione degli
importi versati a titolo di canone per le acque reflue e per la
depurazione. Semplicemente, risulta dall’esame degli allegati al fascicolo
di parte privata MASTROCOLA – DI PIETRO – PIGNATIELLO, che il Codacons, lo
Studio Legale Verrilli di Benevento ed il Movimento di Difesa del
Cittadino Onlus fecero pervenire nell’anno 2001 al Comune di Benevento
varie istanze di restituzione degli importi versati dai cittadini a titolo
di canone per la depurazione delle acque in assenza di controprestazione
da parte dell’Ente – ovvero per la mancanza del servizio stesso di
depurazione – poiché in mancanza si sarebbero esperite azioni
giurisdizionali a tutela.

Alle istanze in parola veniva fornito riscontro (negativo) con le note del
Dirigente del Settore Finanze del Comune di Benevento già citate al punto
8. che precede, in cui veniva evidenziata l’obbligatorietà del pagamento a
termini di legge. Non risulta – giova ribadirlo – che a ciò siano
effettivamente seguite le adombrate azioni innanzi all’A.G.O.

Nonostante tutto quanto sopra rilevato, nella relazione che ha preceduto
l’adozione della delibera consiliare n. 92/2003 si legge testualmente:
“… ai fini della definizione agevolata del canone per la depurazione e
acque reflue, è opportuno venire incontro alle esigenze dei cittadini e
delle associazioni di categoria, prevedendo l’estensione del condono alle
annualità successive al 1998, con l’applicazione di una riduzione anche
dell’imposta dovuta, in funzione della difficoltà interpretativa della
normativa e soprattutto del contenzioso che potrebbe derivare
dall’attività di accertamento”.

Nelle premesse alle altre delibere consiliari, che hanno di volta in volta
esteso l’ambito delle annualità di applicazione della procedura di
definizione agevolata di che trattasi (numeri 12/2004, 25/2005 e 28/2006),
manca invece qualsiasi tipo di motivazione sul punto.

Risulta, pertanto, di tutta evidenza che gli odierni convenuti hanno
violato disposizioni di legge pienamente vigenti all’epoca dell’adozione
delle predette delibere, privando l’Ente di entrate previste e
disciplinate dalla legge stessa, adducendo a sostegno nulla oppure
l’esigenza di “venire incontro alle esigenze dei cittadini e delle
associazioni di categoria”, motivazione di cui non può sfuggire l’assoluta
arbitrarietà, connotata da gravissima negligenza, tenuto conto della
macroscopica esorbitanza dai limiti oggettivi che la legge poneva agli
organi dell’apparato amministrativo-burocratico comunale.

Per quanto specificamente concerne Ge.Se.Sa. s.p.a., dai prospetti
(allegati in CD Rom dalla Procura, cui su tale supporto sono stati inviati
dal comune di Benevento) si evince – come giustamente rilevato dal
requirente – che: in vari casi la somma effettivamente pagata corrisponde
a cifre inferiori al 30% dell’importo originario, che gli utenti avrebbero
dovuto pagare per effetto dell’accesso alla procedura di definizione
agevolata; tale pagamento ulteriormente ridotto è stato consentito anche
per il canone acque reflue, che avrebbe dovuto invece essere pagato per
l´intero, con interessi pari al 3%; la Ge.Se.Sa. s.p.a. non è stata
altresì in grado di definire e specificare gli importi delle somme dovute
per ogni singola annualità dai cittadini morosi (cfr. nota del 11.05.2009
del Responsabile del Ciclo Attivo di Ge.Se.Sa. s.p.a., all. n. 6 al
fascicolo di Procura).

13. Conclusivamente, questo Collegio ritiene che la somma di €
2.643.563,79, che rappresenta il nocumento patrimoniale arrecato al Comune
di Benevento per i mancati introiti discesi dall’adozione degli atti
deliberativi consiliari più volte dianzi indicati, nonché l’ulteriore
somma di € 240.323,88, cioè la quota dell´I.V.A. dovuta
all´Amministrazione finanziaria dello Stato sulle somme non introitate per
effetto del condono accordato, costituiscano danno ingiusto per gli Enti
suindicati, da addebitare ai soggetti convenuti nel presente giudizio
secondo la ripartizione che segue.

Di entrambe le predette somme, dovranno rispondere: Ge.Se.Sa. s.p.a. nella
misura del 5% dell’intero danno patrimoniale (€ 132.178,19 a favore del
Comune di Benevento ed € 12.016,19 in favore dell’Amministrazione
finanziaria statale); Costanzo DI PIETRO, l’Assessore alle Finanze del
Comune di Benevento che ha proposto l’adozione di tutte e quattro le
suindicate delibere consiliari, nella misura del 10% dell’intero danno
patrimoniale (€ 264.356,38 a favore del Comune di Benevento ed € 24.032,38
in favore dell’Amministrazione finanziaria statale); Nicola BOCCALONE
(Direttore Generale), Sergio DE CECIO (Coordinatore U.O.S. Tributi),
Antonietta MASTROCOLA e Margherita PIGNATIELLO (Dirigenti del Settore
Finanze rispettivamente fino al 2003 e dal 2004 in poi), Antonio ORLACCHIO
(Segretario Comunale), che hanno espresso parere favorevole all’adozione
di tutte e quattro le suindicate delibere consiliari, nella misura del 35%
dell’intero danno patrimoniale (€ 925.247,33 a favore del Comune di
Benevento ed € 84.113,36 in favore dell’Amministrazione finanziaria
statale), da ripartirsi ulteriormente fra loro come si indicherà al
prossimo paragrafo; i Consiglieri comunali (che verranno indicati
nominativamente al paragrafo che segue, in sede di ulteriore ripartizione)
nella misura del 50% dell’intero danno patrimoniale (€ 1.321.781,90 a
favore del Comune di Benevento ed € 120.161,94 in favore
dell’Amministrazione finanziaria statale).

La percentuale del 35% dell´intero danno patrimoniale (€ 925.247,33 a
favore del Comune di Benevento ed € 84.113,36 in favore
dell’Amministrazione finanziaria statale) attribuita agli organi
burocratici dell´Ente, va ulteriormente ripartita come segue: il 30% (€
277.574,20 a favore del Comune di Benevento ed € 25.234,01 in favore
dell’Amministrazione finanziaria statale) ciascuno a carico di Sergio DE
CECIO, Antonietta MASTROCOLA congiuntamente con Margherita PIGNATIELLO
(che di tale 30% dovranno rispondere nella misura del 50% ciascuna, pari
ad € 138.787,10 + € 12.617,00), nonché di Antonio ORLACCHIO, mentre il 10%
(€ 92.524,73 a favore del Comune di Benevento ed € 8.411,33 in favore
dell’Amministrazione finanziaria statale) a carico di Nicola BOCCALONE.
Ciò, in quanto il Coordinatore U.O.S. Tributi ed i Dirigenti del Settore
Finanze avevano competenza e responsabilità specifiche sulla materia di
cui si controverte, così come il Segretario Generale ha la fondamentale
funzione di “collaborazione e di assistenza giuridico-amministrativa nei
confronti degli Organi del Comune ai sensi dell´art. 97 comma 2°
T.U.E.L.”, così come evidenziato nello stesso parere apposto dal dr.
Antonio ORLACCHIO in calce alle delibere consiliari dianzi indicate,
laddove il Direttore Generale (Nicola BOCCALONE) ha compiti di attuazione
degli indirizzi e degli obiettivi stabiliti dagli organi di governo
comunali, dunque riveste, rispetto alla vicenda che specificamente occupa
la Sezione, un ruolo – per così dire – più marginale. Per quanto poi
concerne i Dirigenti del Settore Finanze che si sono succeduti nel periodo
in considerazione, ovvero Antonietta MASTROCOLA e Margherita PIGNATIELLO,
se è vero che la MASTROCOLA ha espresso parere favorevole solo con
riferimento alla prima delle quattro delibere che vengono in rilievo
nell´esaminata vicenda, è altrettanto vero che la medesima MASTROCOLA
seguì personalmente, nell´anno 2001, le istanze di rimborso delle
associazioni di consumatori concernenti la tariffa di che trattasi,
avendone pertanto diretta ed ampia conoscenza, oltre ad aver espresso
parere favorevole alla prima e fondamentale delibera di estensione del
condono al canone per le acque reflue e la depurazione.

Per quanto invece concerne i Consiglieri comunali, va evidenziato che le
delibere consiliari del Comune di Benevento che qui vengono in rilievo
sono state adottate con complessivi 98 voti favorevoli (27 per la n.
92/2003, 25 per la n. 12/2004, 23 per la n. 25/2005 e 23 per la n.
28/2006), quindi il 50% del danno (€ 1.321.781,90 a favore del Comune di
Benevento ed € 120.161,94 in favore dell’Amministrazione finanziaria
statale) va diviso per 98 (€ 13.487,57 + € 1.226,14) e poi moltiplicato
per i voti favorevoli espressi da ciascuno. Pertanto, la parte di danno
così individuata va suddivisa fra i Consiglieri comunali del Comune di
Benevento evocati nel presente giudizio secondo gli importi che di seguito
si indicano. Sandro Nicola D’ALESSANDRO, Raffaele BARRICELLA, Massimo
BASILE, Antonio CAPUANO, Alessandro CONSALES, Walter CORONA, Corrado DE
LORENZO, Alberto MIGNONE, Giovanni MONTEFUSCO, Federico PAOLUCCI, Enrico
PASCUCCI, Antonio REALE, Nicola SALEMME e Grazia SPERANDEO: € 53.950,28 +
€ 4.904,56 (4 voti favorevoli); Antonio CAMPESE, Cesare CARDONE, Nicola
Danilo DE LUCA, Renato LISI, Gerardo TINESSA, Rosario GUERRA, Luca
RICCIARDI e Umberto ZANONE: € 40.462,71 + € 3.678,42 (3 voti favorevoli);
Enrico CASTIELLO, Umberto DEL BASSO DE CARO, Roberto IEVOLI, Luigi IONICO
e Marcello MATARAZZO: € 26.975,14 + € 2.452,28 (2 voti favorevoli);
Vincenzo DE PAOLA, Raffaele DEL VECCHIO, Eugenio MEDICI, Daniele NICASTRO,
Pasquale GRIMALDI e Pellegrino PERROTTA: € 13.487,57 + € 1.226,14 (1 voto
favorevole).

I predetti importi, oltre rivalutazione monetaria, saranno gravati di
interessi legali a far data dalla pubblicazione della presente decisione.

Resta, naturalmente, a carico dell´Amministrazione la parte di nocumento
(pari ad € 26.975,14 + € 2.452,28, derivante dall´espressione di due voti
favorevoli nell´adozione delle delibere consiliari indicate quali
causative del danno subito dal Comune di Benevento nella vicenda qui
esaminata) addebitabile al consigliere comunale Mario DE FALCO, deceduto
anteriormente all´inizio della fase istruttoria, come da certificazione
depositata dalla Procura nel corso dell´udienza di discussione del
giudizio.

Per quanto riguarda, infine, le spese di giudizio, queste ai sensi
dell’art. 97 c.p.c., seguono la soccombenza.

P.Q.M.

La Corte de Conti

Sezione Giurisdizionale per la Campania

1. RESPINGE l’istanza d’integrazione del contraddittorio;

2. RESPINGE l’eccezione di difetto di giurisdizione;

3. RESPINGE tutte le eccezioni d’inammissibilità/nullità dell’atto di
citazione;

4. RESPINGE l’eccezione di prescrizione;

5. RIGETTA la domanda attrice sotto il profilo del danno da disservizio;

6. CONDANNA i convenuti al risarcimento del complessivo danno di €
2.643.563,79 in favore del Comune di Benevento e di € 240.323,88 in favore
dell´Amministrazione finanziaria dello Stato, da ripartire, per quanto
esposto in motivazione, come segue: Ge.Se.Sa. s.p.a., € 132.178,19 + €
12.016,19; Costanzo DI PIETRO, € 264.356,38 + € 24.032,38; Sergio DE CECIO
e Antonio ORLACCHIO, € 277.574,20 + € 25.234,01 ciascuno; Antonietta
MASTROCOLA e Margherita PIGNATIELLO, € 138.787,10 + € 12.617,00 ciascuna;
Nicola BOCCALONE, € 92.524,73 + € 8.411,33; Sandro Nicola D´ALESSANDRO,
Raffaele BARRICELLA, Massimo BASILE, Antonio CAPUANO, Alessandro CONSALES,
Walter CORONA, Corrado DE LORENZO, Alberto MIGNONE, Giovanni MONTEFUSCO,
Federico PAOLUCCI, Enrico PASCUCCI, Antonio REALE, Nicola SALEMME e Grazia
SPERANDEO: € 53.950,28 + € 4.904,56; Antonio CAMPESE, Cesare CARDONE,
Nicola Danilo DE LUCA, Renato LISI, Gerardo TINESSA, Rosario GUERRA, Luca
RICCIARDI e Umberto ZANONE: € 40.462,71 + € 3.678,42; Enrico CASTIELLO,
Umberto DEL BASSO DE CARO, Roberto IEVOLI, Luigi IONICO e Marcello
MATARAZZO: € 26.975,14 + € 2.452,28; Vincenzo DE PAOLA, Raffaele DEL
VECCHIO, Eugenio MEDICI, Daniele NICASTRO, Pasquale GRIMALDI e Pellegrino
PERROTTA: € 13.487,57 + € 1.226,14.

Dette somme, oltre rivalutazione monetaria, saranno gravate di interessi
dalla data di pubblicazione della presente sentenza al soddisfo.

I predetti soggetti sono, poi, tenuti al pagamento, nei confronti
dell’erario, delle spese di giustizia che si liquidano in euro
…………………………………………………………….

Così deciso in Napoli, nella camera di consiglio dei giorni 27 gennaio e
24 marzo 2011.

IL I REF. ESTENSORE IL PRESIDENTE

(Rossella Cassaneti) (Fiorenzo Santoro)


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Giornalista e saggista. È stato cronista parlamentare di Libero, vicedirettore de L’Indipendente, notista politico di Liberal. Collabora con Il Giornale e Corriere del Mezzogiorno

     

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Giornalista e saggista. Ha diretto il Secolo d'Italia e L’Indipendente. Ha fondato la rivista Percorsi.
 

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