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Querele utilizzate come clava: a Pignataro giornalista assolto dopo sette anni

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luglio 25, 2011 by admin

(Ossigeno per l’informazione) – Quintali di carta bollata per intimidire i giornalisti e oscurare la realtà. A Pignataro Maggiore, Caserta, Italia, la “macchina del fango” è fatta anche di questo.

Questa è terra di Gomorra. Qui non è facile pubblicare notizie sgradite ai boss e ai loro amici e sodali. Chi lo fa rischia: minacce, attentati e, se queste non bastano, ritorsioni per via legale. La querela per diffamazione viene usata come una clava per colpire il giornalista che “non si fa i fatti i suoi”, che ficca il naso negli affari della camorra e del malaffare politico. Il malcapitato è costretto a difendersi, a sostenere spese che non sono alla portata di tutti, anche quando le accuse sono palesemente false, costruite a tavolino. Queste azioni giudiziarie sono formalmente “legittime” anche quando sono pretestuose. E’ un guaio. Ci vogliono anni prima che il giudice metta la parola fine dicendo che era solo una montatura. Lo sa bene Enzo Palmesano, un cronista di razza, che vive e lavora qui da molti anni.

Le sue scomode inchieste giornalistiche hanno contribuito a scoperchiare molti loschi affari che fanno apparire la criminalità organizzata di Pignataro Maggiore ciò che veramente è: una costola non secondaria di Cosa Nostra. Enzo Palmesano e’ riuscito a scrollarsi di dosso una fastidiosa querela, un processo che dovrebbe essere definito per “direttissima”. Invece ci sono voluti 7 anni e 3 mesi.

Il giornalista era stato querelato il 30 marzo del 2004 da Pino Romagnuolo, fratello della defunta prima moglie del potente e sanguinario boss mafioso Vincenzo Lubrano (quest’ultimo deceduto il 4 settembre 2007). L’uomo, conosciuto con il nomignolo di “Zio Pino ‘o mericano”, non aveva gradito alcuni articoli di Palmesano sul clan Lubrano pubblicati all’epoca dal quotidiano locale “Giornale di Caserta”.  Assistito dall’avvocato Carlo De Stavola, Romagnuolo, ha trascinato Palmesano in tribunale.

Nel corso del dibattimento il pubblico ministero ha chiesto la condanna del giornalista – difeso dall’avvocato Salvatore Piccolo di Luigi – a quattro mesi di reclusio-ne, ma le argomentazioni del difensore hanno avuto la meglio.

Il 7 luglio il giudice monocratico del Tribunale di Salerno, dott. Ubaldo Perrotta, ha assolto Palmesano dall’accusa di diffamazione a mezzo stampa perché “il fatto non sussiste”.

L’avvocato Salvatore Piccolo di Luigi ha illustrato la complessa personalità del querelante Pino Romagnuolo citando gli atti del processo sull’ “Operazione Caleno”, guidata dalla Direzione distrettuale antimafia di Napoli (pubblici ministeri dott. Giovanni Conzo e dott.ssa Liana Esposito). Fra gli atti vi sono interessanti intercettazioni ambientali tra lo stesso Pino Romagnuolo e il capomafia Vincenzo Lubrano.

Enzo Palmesano si rallegra della sentenza e minimizza le difficoltà che ha dovuto affrontare.  “Era una querela infondata, è finita come doveva finire. E’ chiaro, hanno tentato di intimidirmi per impedirmi di continuare le mie inchieste giornalistiche su Pino Romagnuolo e sul clan Lubrano. Ma io non mi sono fermato. Nei miei articoli – spiega ad Ossigeno – non c’era proprio nulla di diffamatorio. Si faceva riferimento solo a ciò che è scritto negli atti giudiziari. Io sono stato un cronista corretto e preciso, tant’è vero che il giudice mi ha assolto perché il fatto non sussiste”.

“La situazione a Pignataro Maggiore è sempre molto pesante  perché – racconta Palmesano – il clan Lubrano è potentissimo nonostante tutte le inchieste e gli arresti. E’ in Campania, ma si tratta di un vero e proprio gruppo mafioso, direttamente collegato con i corleonesi. Svolge una forte attività intimidatoria e condiziona gli apparati di sicurezza, le istituzioni, la politica. Perciò chi si mette contro il clan Lubrano non si mette solo contro la camorra, contro la mafia violenta, ma contro chi gestisce il potere”.

“La camorra dalle nostre parti è un fenomeno di classi dirigenti: i padrini hanno il colletto bianco dirigono industrie, importanti attività economiche. Quando si parla della camorra di Pignataro Maggiore, si parla degli alleati dei Nuvoletta e dei corleonesi insomma siamo a livelli altissimi e raccontare i fatti negativi che li riguardano è sempre difficile e pericoloso”.

Arnaldo Capezzuto


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