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Il licenziamento

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settembre 6, 2011 by admin

di Giancristiano Desiderio

(Sanniopress) – Licenziare è più facile, ma l’unico licenziamento utile per il Paese è sempre rimandato. Il sì dei sindacati sarebbe scontato, anche se lo sciopero di oggi della Cgil è proprio “demenziale” come lo ha definito Bonanni (e non sarebbe male licenziare anche la Camusso). Il tempo politico di Silvio Berlusconi è ormai finito e il presidente del Consiglio sopravvive a se stesso. La Lega, che lo tiene in vita con respirazione artificiale da almeno un anno, gli ha dato di fatto il benservito per il 2013. I moderati hanno da tempo posto la loro condizione per un governo di responsabilità nazionale: via Berlusconi. Il Pd, sempre indeciso, sarebbe della partita (il famoso passo avanti di Bersani). Persino nel Pdl c’è una scuola di pensiero che vede nella sostituzione del premier la via di uscita dalla crisi. Perché allora non si licenzia chi, da parte sua, non avrebbe di certo problemi di disoccupazione? Perché il bipolarismo in versione berlusconiana non produce mobilità ma immobilismo.

E’ curioso, ma il bipolarismo fu pensato per inserire nella democrazia italiana, dopo la fine del “bipolarismo internazionale”, almeno tre cose semplici ed elementari: l’alternanza, la responsabilità, la partecipazione. Il bipolarismo della stagione berlusconiana invece è riuscito a capovolgere tutto: l’alternanza è un’altalena, la responsabilità è irresponsabilità e la partecipazione elettorale è un’illusione. I governi che nascono sono prigionieri di se stessi perché obbediscono alla stupida regola che morto un papa non se ne può fare un altro senza ritornare nuovamente alle urne.  La regola non scritta aveva come unico scopo quello di fare chiarezza e far giocare ognuno nel suo giusto ruolo: chi vince governa e chi perde va all’opposizione. Ma cosa accade se chi vince non governa? In casi del genere  – ed è il nostro caso –  il partito di maggioranza mostra di essere responsabile e cambia cavallo e in alcuni casi anche la squadra. In fondo, la democrazia parlamentare, a saperla far funzionare, ha delle buone regole, come dimostra la tradizione inglese, e comunque pensare che da qualche parte, in cielo e in terra, ci sia un sistema istituzionale perfetto non solo è un’illusione ma, se ci fosse, sarebbe un rimedio peggiore del male. Riassunto: il Pdl avrebbe dovuto da tempo sostituire il governo Berlusconi con un nuovo esecutivo. Il Pdl, invece, si muove nella logica padronale del suo leader.

E’ questo oggi il paradosso della democrazia italiana. Sappiamo la malattia di cui soffre e sappiamo anche quale medicina dobbiamo somministrarle, ma piuttosto che intervenire si preferisce l’agonia. In passato la sostituzione di un governo, anche di un buon governo, era la cosa più facile da fare. Oggi, anche la sostituzione di un pessimo governo quale si è rivelato quasi subito il governo Berlusconi, è la cosa più difficile.  Le tre regole del bipolarismo  – alternanza, responsabilità, partecipazione –  sono negate nei fatti e proclamate nei principi. Sono un alibi, nulla più. Il Pdl vuole riformare se stesso, ma l’unica riforma utile per sé e per il Paese non la mette in pratica. Forse, non si può neanche chiedere al Pdl ciò che il Pdl non può dare. In fondo, che cos’è realmente il partito di Berlusconi se non una emanazione o superfetazione di Berlusconi? Il Pdl sa che senza Berlusconi non sarebbe al mondo e così, come Atlante sostiene sulle spalle il mondo, il Pdl sostiene sulle sue spalle il suo mondo berlusconiano. Ma è un sostegno ormai insostenibile. E’ un mondo che sta finendo e il Pdl sta perdendo la possibilità di far funzionare le istituzioni parlamentari.  

(tratto dall’edizione odierna di Liberal)


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Giancristiano Desiderio

Giornalista e saggista. È stato cronista parlamentare di Libero, vicedirettore de L’Indipendente, notista politico di Liberal. Collabora con Il Giornale e Corriere del Mezzogiorno

     

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Giornalista e saggista. Ha diretto il Secolo d'Italia e L’Indipendente. Ha fondato la rivista Percorsi.
 

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