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A casa di Paoloni, radiato e felice: “Mi mancano i compagni del Benevento”

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settembre 20, 2011 by admin

(La Repubblica) – La cotoletta, la pizza, le zucchine ripiene, i cannoli, le unghie. Mangia tutto. Accende una Marlboro light, la seconda, fa un sorriso un po’ malinconico. «Il campionato? Mi interessa fino a un certo punto. La squadra, i ragazzi, quelli sì che mi mancano». La gamba si agita nervosa sotto il tavolino e il mare oltre i tetti è troppo lontano. Marco Paoloni, ex portiere, dopo un’estate in carcere nei panni dell’Al Capone del Calcioscommesse, comincia oggi la sua prima stagione da reietto del pallone.

Domenica, ora di pranzo, terrazza al quinto piano di una bella casa beffardamente a ridosso del palazzo di giustizia di Civitavecchia. A tavola ci sono tutti: la moglie Michela con gli occhi bellissimi e una dolcezza materna; la figlia, un vulcanetto di quasi tre anni con un carisma da leader, il vero capofamiglia; e lui, Marco Paoloni, un ragazzone simpatico e intelligente che in un’altra vita, prima di essere travolto dal calcio scommesse, aveva talento e faceva il portiere. Adesso è un giovane uomo spaventato, in cerca del proprio futuro. «È che quando uno diventa giocatore professionista, alla fine sa fare solo quello. Per il momento lavoro in una tv locale come opinionista sulla Roma, ma per il futuro non ho davvero un’idea».

L’alibi di un’altra Marlboro, la terza, per cambiare discorso, un’occhiata languida al mare, un sospiro. «Il primo giugno scorso, quando la polizia mi è venuta a prendere a casa, a Benevento, io non volevo aprire, pensavo che fossero quelli». “Quelli” sono Erodiani e gli albanesi, la gente che minacciava da tempo luie la sua famiglia.

«Poi nel cellulare, durante il viaggio fino a Cremona, gli agenti continuavano a dirmi, “ammettilo che sei stato tu a mettere il sonnifero nel tè dei tuoi compagni”. E io a negare, e loro a insistere.A un certo punto ho sbottato: ma se siete così sicuri perché volete che ve lo dica io?». Che poi, di tutto quello che è successo, la storia del sonnifero nel tè è quella che gli dà più fastidio: «Io una cosa del genere non la farei mai, è anche difficile, bisogna essere dei prestigiatori, lo spogliatoio è minuscolo e ci sono trenta persone dentro. Capirai, a me mi chiamano “il bradipo”! Taibi, il mio solo amico nel calcio, scherza sempre: “Te sei troppo stupido per fare una cosa del genere”. La verità è che quel giorno mi sono sentito male pure io. Sono convinto che il sonnifero ce l’abbiano somministrato altrove». Un sorso di vino freddo. «Sono stato un cretino, lo so, lo ammetto, ho scommesso e non potevo, ed è giusto che ora paghi, ma due cose non ho mai fatto: mettere il sonnifero nel tè dei miei compagni e vendermi le partite.

Quelli mi ricattavano perché avevano falsificato la ricetta del sonnifero a nome di mia moglie, e io gli vendevo per “dritte” o per partite “accomodate” delle normali deduzioni logiche, tipo che l’Inter avrebbe strapazzato il Lecce. Sapevo che era rischioso ma mi dicevo: “Se scoppia il casino sticazzi, tanto sono loro ad essere in torto”. Mica sapevo che dietro c’era la malavita».

Un altro cannolo, un sorso di Nero d’Avola, Paoloni si alza e comincia a sparecchiare. Sorride: «In carcere ho imparato a fare tutto, sparecchio, lavo. I primi quattro giorni li ho passati in tilt: continuavo a pensare, “cavolo mi sto perdendo i play-off”. In tutto quel casino pensavo ai play-off. Poi ho realizzato e sono scoppiato a piangere. Ho capito quanto amavo mia moglie e mia figlia». Michela lo interrompe: «La piccola non gli poteva parlare e così guardava le foto del papà e diceva: “Brutto”». Giorni complicati, quelli, a confronto adesso è una passeggiata. «Adesso al massimo chiede perché papà non gioca e noi gli diciamo che ha la bua, e la cosa finisce lì». Sorride.

«I detenuti – riprende Paoloni – mi venivano a prendere di peso durante l’ora d’aria, per giocare a pallone. “E quando ci ricapita uno così?”, dicevano. Mi tiravano su. Ho fatto amicizia con uno che ha fatto 185 rapine e con un altro che era dentro per un assalto a un portavalori, con il morto. Una grande umanità, però. Alla quale ripenso spesso adesso che sono fuori, magari quando vado al Siipac (la società italiana per la cura delle malattie compulsive) a curare la mia dipendenza dal gioco e devi affrontare qualche difficoltà».

Dell’atleta di una volta è rimasto abbastanza poco. I bicipiti si sono un po’ sgonfiati e sul petto la camicia a righe azzurre è un po’ meno gonfia di quanto non fosse la t-shirt bianca con cui lo fotografarono all’arrivo nel carcere di Cremona. «Da quel giorno, non faccio mezz’ora di corsa e non metto piede in palestra. Però il calcio mi piace sempre. Mi mancano da morire i ritiri. Non tanto quello del sabato, quanto quello di inizio anno. È il momento più bello. Mi mancano i ragazzi, la squadra, i riti, tutto. Avevo voglia di chiamare quelli del Benevento che a differenza della Cremonese sono stati straordinari con me, ma poi mi sono sentito un peso. So che al telefono con me ormai la gente è diffidente.

Ogni volta sento il gelo. Però quanto darei per andare in ritiro. Ricordo che all’inizio, in carcere, ho pensato: be’ male che va, gioco all’estero. Poi è arrivata la giustizia sportiva… «.

Già, la giustizia sportiva. Paoloni accende un’altra sigaretta, l’ultima del pranzo, e scuote la testa. «All’interrogatorio mi fanno: “Se collabora e ci dice i nomi degli altri potrà tornare a giocare”. Ora, io nomi degli altri non li so. Ma non gli ho detto questo. Gli ho detto: “Scusi dottore, il primo giugno hanno smesso di ricattarmi i criminalie ora cominciate voi?”». Così l’hanno radiato. «Adesso, però, spero di guarire dalla dipendenza dal gioco, e che il Coni mi tolga la radiazione; così tra due anni e mezzo, a metà pena, chiedo la grazia e magari torno a giocare».

DALL’INVIATO MARCO MENSURATI


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Giornalista e saggista. È stato cronista parlamentare di Libero, vicedirettore de L’Indipendente, notista politico di Liberal. Collabora con Il Giornale e Corriere del Mezzogiorno

     

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