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LA STORIA | “Io, giornalista minacciata dai Casalesi”

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novembre 18, 2011 by admin

di Arnaldo Capezzuto

(Sanniopress) – Si chiama Marilena Natale.  Vive ad Aversa, vicino a Casal di Principe, la storica roccaforte del super latitante padrino dei casalesi Michele Zagaria. È una agguerrita cronista della Gazzetta di Caserta. Ha un conto aperto con i camorristi. È stata più volte minacciata dal clan dei casalesi, che le ha rovinato la vita. A fine ottobre, uno di loro, Vincenzo Armando Caterino, numero tre del clan che controlla la zona, è stato condannato a tre anni e quattro mesi per avere minacciato Marilena. Per attutire la condanna aveva provato ad offrile  un risarcimento di millecinquecento euro. Marilena ha rifiutato con sdegno. ‘’Non prendo soldi dai camorristi, sono sporchi di sangue. Se vuole – ha detto  – compri carta per fotocopie  per  la  Direzione Distrettuale Antimafia, che ne ha bisogno”.

Marilena fa la cronaca nera e giudiziaria. Ma è anche una cittadina e vorrebbe  nel suo Comune  una politica più pulita e trasparente, vorrebbe che in un municipio così esposto al rischio di infiltrazioni si proteggesse con scelte oculate e trasparenti, tali da non far  pensare, neanche lontanamente, a collusioni con la criminalità organizzata.

Perciò, nella settimana di Ferragosto,  sbigottita dalla nomina di un indagato alla carica di assessore, ha lanciato l’allarme.  “È giusto che un indagato per voto di scambio politico mafioso diventi assessore all’Istruzione con deleghe in settori delicatissimi come la Programmazione di opere pubbliche, l’Urbanistica e per finire i Beni confiscati, in uno dei  territori a più alta densità criminale?”, ha chiesto pubblicamente al sindaco del piccolo comune casertano, Pasquale Martinelli.

Marilena ha diffuso la domanda in tutta Italia, con una lettera aperta che ha sollevato un vespaio di polemiche, ma non ha convinto il neo assessore a farsi da parte. Marilena ha segnalato il caso ai giornali e  a numerose autorità pubbliche, anche al presidente della Repubblica.

Ha chiesto: “È normale che Angelo Ferraro, 38 anni, insegnante e dirigente della scuola calcio Real Casale, fratello del consigliere provinciale Sebastiano Ferraro e cugino di Nicola Ferraro, ex consigliere regionale arrestato in passato per associazione mafiosa e lui stesso indagato per reati gravi entri nell’esecutivo di un paese, con un tasso d’infiltrazione mafiosa così alto?”.

Il neo assessore Ferraro ha replicato:  “Rispetto il lavoro della giornalista Marilena Natale, ma in questo caso non posso condividere le critiche contenute nella sua lettera. Certo, sono coinvolto in un’indagine, ma non ho ricevuto alcuna condanna. Anzi ho chiesto più volte di essere ascoltato dai magistrati inquirenti”.  È sceso in campo anche  il sindaco Pasquale Martinelli: “Difendo la mia scelta, dico solo mettiamolo alla prova, e poi vediamo”.

Niente da fare. Le argomentazioni di Marilena non fanno breccia, ma lei  non si arrende e ogni volta che si trova davanti  gli  amministratori di Casal di Principe, come un disco rotto, ripete: “È giusto che  Angelo Ferraro, faccia l’assessore? Mi rispondete per favore?”.

Marilena,  non molla. La grinta, la rabbia non le mancano. Più volte il suo carattere irruento, i suoi modi diretti e spicci l’hanno fatta entrare nel mirino della camorra. Ha subito  pesanti minacce: lettere anonime, buste con  proiettili,  la redazione devastata,  l’auto incendiata. Uno degli episodi più clamorosi è quello a cui accennato all’inizio e si è concluso con la condanna di un boss reggente dei Casalesi.

Come ti è venuta l’ idea di scrivere la lettera-denuncia?

Ero in ferie quando  ho  saputo che  il sindaco aveva nominato Angelo Ferraro assessore al Comune di Casal di Principe. Non sarà lui, ho pensato. Invece era proprio lui, l’Angelo Ferraro indagato  insieme con altre persone  ai sensi dell’ articolo 416 bis e 416 ter, cioè per associazione mafiosa e voto di scambio politico-mafioso. So bene che ogni  cittadino deve essere considerato innocente fino al terzo grado di giudizio. Ma com’è possibile che a Casal di Principe, in Italia, una persona accusata di reati così gravi sia chiamato a  fare l’assessore e  abbia  le deleghe  per la gestione dei beni confiscati ai camorristi?  Quando ho cominciato a chiedere in giro, tutti alzavano le spalle rassegnati. Io invece non riuscivo a farmene una ragione. Questo pensiero non mi faceva  dormire  la notte. E così, una notte,  alle quattro del mattino di getto ho scritto la lettera aperta.

Cosa ti ha maggiormente indignato?

Il fatto che Angelo Ferraro ha inviato in giro  centinaia di email con  il suo curriculum  e una foto  che lo ritrae insieme al procuratore Cafiero de Raho. Un modo subdolo, un giochetto per accreditarsi pubblicamente dalla parte della legalità. Anche se ti fai  fotografare insieme al Papa non vuol dire che sei una brava persona. Sono passati dei mesi ed io resto della mia idea. Non credo sia stato giusto  dare  la delega  comunale per amministrare i beni dei camorristi confiscati al cugino del boss Sebastiano Ferraro,  che è l’ex proprietario di un terreno confiscato e affidato alla cooperativa di volontari Eureka. I clan non sono rassegnati a quella confisca. Recentemente,  per ritorsione, hanno danneggiato l’impianto di irrigazione.

Ma perché proprio tu hai fatto quella denuncia?

Nella  lettera  aperta, non a caso,  ho citato Paolo Borsellino, quella sua affermazione secondo  la quale ciò che la  magistratura non riesce a  sanzionare con le sentenze, lo dovrebbe  sanzionate  la politica con le sue scelte. La politica di fronte a certe persone, specialmente se indagate o sottoposte a gravi sospetti, dovrebbe dire: sospetto che tu non sia una brava persona e in attesa che la tua posizione si chiarisca, a prescindere  dalle tue effettive colpe, io  non ti faccio amministrare la cosa pubblica.

Questa tua iniziativa come è stata accolta?

Puoi immaginare. Con grande tempismo qualcuno ha creato un nuovo profilo su Fb e mi ha inviato inviti minacciosi del tipo  “Smettila di gettare fango sui casalesi”.

Cosa ti aspettavi?

L’azzeramento della nomina ad assessore di Angelo Ferraro. Bastava fargli fare un semplice  passo indietro almeno per far sparire i sospetti. Questo gesto  sarebbe utile, anche se non basterebbe a risolvere tutti i problemi che ci sono in quel Comune.

E come giornalista, ti senti una cronista assediata?

Lavoro alla Gazzetta di Caserta da 10 anni e  sono una cronista libera. Posso dirlo senza timore di essere smentita.  Il mio giornale ha un direttore matto ed un editore garibaldino. Mi lasciano fare ed  io,  quando vedo del marcio, lo scrivo.  Ti faccio un esempio. Nel 2008 la nostra redazione fu devastata, distrutta  con  un raid intimidatorio. Venne a trovarci per esprimere solidarietà anche  il presidente del Senato Renato Schifani. Quello è stato un episodio particolarmente grave. Ma si può dire che ormai arrivano minacce quasi tutti giorni:  fotografie con disegnato delle  croci, proiettili, auto bruciate, aggressioni… Purtroppo nel casertano se vuoi fare questo mestiere raccontando i fatti, devi mettere nel conto dei rischi, anche gravi.  Ci minacciano, cercano di intimidirci. Ma nessuno riesce a fermarci. Noi andiamo avanti. Dando le notizie io  combatto per liberare la mia terra dalla camorra, e non ho paura. I camorristi li guardo negli occhi. Se possibile prendo anche il caffè con i camorristi, perché  per combatterli  devo capire cosa pensano, come

ragionano e cosa fanno.

C’è stata una  escalation di minacce e intimidazioni. Perché?

Non lo so. So che da quattro anni intimidazioni, minacce, pressioni malavitose sono continue.  Noi le denunciamo puntualmente alle forze dell’ordine che nei momenti più tesi, saltuariamente, fanno un servizio di vigilanza intorno alla redazione. Sai in  queste terre disperate quando avviene il salto di qualità, la reazione violenta contro un giornalista? Quando il giornalista tocca i notabili, i colletti bianchi. Sono quelli che hanno più paura di finire sui giornali e in galera.  Un camorrista  ha  messo in conto di finire prima o poi  in galera nel corso della sua “carriera”.  Fa parte del gioco. Il politico invece no. Perciò passi i guai quando cominci a scrivere, a documentare, a svelare i collegamenti tra camorra e politica.

I politici più spesso usano le querele…

Altrove, vuoi dire. Qui è diverso. Qui la risposta è la violenza. In tanti anni di mestiere ho scritto tante cose, ho subito tante intimidazioni, ma non ho avuto mai  una querela. Anche perché io scrivo sulla base di informazioni certe e di carte che ho in mano. A forza di rileggerli, ormai conosco a memoria alcuni atti giudiziari, alcune sentenze, alcune ordinanze. Insomma, il grande problema irrisolto resta la contiguità tra politica e camorra, e non solo a Casal di Principe… Certamente, ed io sento molto il dovere di difendere dalle infiltrazioni e dagli inquinamenti camorristici il paese in cui vivo, in cui sono nata.  Sento il dovere d’impegnarmi, anche con  ostinazione. I comuni del  casertano sono infiltrati dalla camorra.  È il problema dei problemi. A Teverola ad esempio la lista che sostiene l’attuale sindaco era stata ricusata. Allora il futuro primo cittadino iniziò a fare polemica minacciando il non voto. Da un’indagine recente è emerso che gli Schiavone prima del voto andarono casa per casa ad avvisare gli elettori di non ad andare a votare, perché  altrimenti l’avrebbero pagata. Insomma  gli elettori non andarono a votare  e dopo un anno di commissariamento alle nuove elezioni al Comune di Teverola si è ripresentato la stessa lista che era stata ricusata, con lo stesso candidato che, naturalmente, è diventato sindaco.  Neanche a lui sono mancati gli avvertimenti. Di recente la camorra ha sparato contro la sua casa per ricordargli che gli impegni si mantengono. Un altro esempio è Grazzanise, dove il fratello del vice sindaco è indagato. Di Casal di Principe ci sarebbe tantissimo da dire. Insomma, qui è tutto inquinato. Forse occorrerebbe sciogliere tutti i comuni del casertano e farli amministrare per una decina di anni dai Prefetti, per  dare il tempo di crescere a una nuova classe di amministratori puliti, non collusi con la camorra. Altro che modello Caserta sbandierato dal ministro dell’Interno Roberto Maroni.  Lì in strada non ci sono più i militari mandati per mantenere l’ordine pubblico. Ai commissariati di polizia manca addirittura  la benzina  per  le auto e la carta per le fotocopie. Dunque, di quale lotta alla camorra parliamo?  Se questa è la strategia per acciuffare Michele Zagaria, stiamo freschi.

Perché i cittadini non reagiscono?   

Non è vero che non reagiscono, e forse siamo vicino a un punto di svolta. Il popolo di Casal di Principe prima o poi dovrà cambiare. Adesso a Casale gli automobilisti hanno cominciato a  pagare con regolarità l’assicurazione automobilistica. Lo fanno perché  hanno  paura di incappare nei controlli stradali. È un grosso cambiamento. Qui prima  avevamo  il record europeo di evasione della tassa.  Altri  record negativi invece  resistono: l’usanza paesana di non pagare al comune la fornitura dell’acqua, o di  rubare l’energia elettrica. Insomma c’è ancora la mentalità che ognuno si  fa la legge a proprio uso e consumo. Accadono cose assurde. Un giorno gli abitanti di Casale hanno manifestato contro  l’abbattimento delle costruzioni abusive,  contro  la disoccupazione e contro il caro assicurazione, come se fossero  tutte rivendicazioni legittime. A quel punto non ci ho visto più. Ho preso carta e penna, perché so fare  solo questo,  ed ho attaccato a muso duro : “Care persone di Casal di Principe – ho scritto – io ho un fratello laureato in architettura che è disoccupato e non manifesta in strada… anch’io pago l’assicurazione alta, però se vediamo i dati le maggiori truffe alle compagnie assicuratrici vengono proprio dai nostri comuni, Castel Volturno e Villa Literno. Voi  rubate sistematicamente la corrente, non pagate l’acqua, vi offendete se vi chiamano mafiosi e sta di fatto che se passa per strada un giornalista, voi lo vedete eccome. Se invece vi cammina davanti agli occhi un latitante, non lo vedete. E poi pensate di essere discriminati”.

Ma non hai paura di sfidare a tu per tu i camorristi? Non pensi ai rischi? Non ti senti in pericolo? Inquieta molto, però,  l’ultima aggressione che hai subito.

Vedi, io non cerco la fama. Non voglio fare carriera.  Io credo in quello che faccio.  Cerco semplicemente di combattere la mentalità criminale con le mie armi, quelle della scrittura. Vorrei  liberare la mia terra dalla maledizione della camorra. I camorristi li guardo negli occhi,  la mattina mi reco sempre nel solito bar di Casal di Principe e aspetto. Non ho paura di loro. Ti spiego perché ora lo posso fare.

Come andò quel giorno, quando il boss Caterino ti minacciò?

Di solito seguo l’attività della polizia e dei carabinieri quando sono impegnati in qualche  operazione.  Prendo appunti e documento con la telecamera il loro lavoro e cerco di cogliere i particolari. Durante un’irruzione a casa del boss Nicola Panaro, la moglie fece la solita sceneggiata. Lo scrissi un articolo descrivendo la scena, le parole, le imprecazioni della signora alla vista delle forze dell’ordine. Panaro lesse il mio pezzo e mi  mandò una  lettera dicendo: “Cara signora Natale lei non si deve permettere di offendere mia moglie, anzi non si deve permettere mai più. Lei non si rende conto di chi sono io e sarebbe un discorso troppo lungo per parlare di me in questa lettera”. Il caso ha voluto che qualche giorno dopo i carabinieri con un blitz lo hanno arrestato. Lo hanno in caserma. Poi al momento che doveva uscire per essere trasferito in carcere, in strada si era affollata tanta gente. Fra loro c’erano tantissimi affiliati al clan, e i familiari dello stesso Panaro. Accade sempre, per salutare il parente arrestato. Quando i camorristi hanno visto che c’eravamo noi giornalisti, schierati con  telecamere e macchine fotografiche, hanno tentato di bloccarci, di non farci fare le riprese. È stato a quel punto che  Vincenzo Armando Caterino, cognato dell’arrestato, ha  fatto  una corsa, si è fermato dietro a me,  mi  ha  afferrato  per le spalle e, scuotendomi, ha  gridato: “Lo so chi sei tu”. Io ho continuato a fare le riprese con la telecamera accesa, ho ripreso tutto, anche le sue minacce, per utilizzarle come prova. Non è finita lì. Il cognato di Panaro si  è scagliato con violenza anche contro altri due colleghi. Io, d’istinto, gli  ho detto: “Lasciali stare, loro non sono di qua. Prenditela con me”. Considera che non ero sola. C’erano altri trenta colleghi e c’era vicino un carabiniere, che poi ha fatto rapporto. Alla fine  di tutti quei  colleghi, due hanno accettato di testimoniare. Era il 14 aprile 2010. Giusto un anno dopo la Direzione distrettuale antimafia ha emesso un’ordinanza di arresto per questo personaggio, provvedimento confermato dal riesame. Le indagini continuano, nei confronti di  altre persone che diedero man forte a Caterino.

È stato pesante per te?

Ha influito molto sulla mia vita.  Per una questione di opportunità, su invito dei carabinieri mi sono dovuta allontanare da Casal di Principe, ho dovuto lasciare la mia abitazione insieme ai miei familiari. Si temevano ulteriori ritorsioni. Ma ho avuto anche delle soddisfazioni. Nell’ordinanza di arresto  di Caterino,  il procuratore aggiunto della Dda, Federico Cafiero De Raho ha scritto che gli aggressori mi  hanno impedito di esercitare il diritto di cronaca e  che l’episodio dimostra “l’attuale pericolosità del clan dei Casalesi che, pur di conservare il controllo del territorio e il consenso sociale, non esita a porre in essere gravi atti intimidatori”.

Ora sei più tranquilla?

Sono tranquilla e felice. Faccio un lavoro che adoro. Coltivo la speranza che un giorno le cose nel casertano cambieranno e che la camorra prima o poi scomparirà da queste terre. La parola Gomorra sarà solo il titolo di un libro di successo. Nel mio piccolo e come sempre continuerò a dare un contributo per migliorare le cose.

(tratto da Ossigeno per l’informazione)


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Giornalista e saggista. È stato cronista parlamentare di Libero, vicedirettore de L’Indipendente, notista politico di Liberal. Collabora con Il Giornale e Corriere del Mezzogiorno

     

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Giornalista e saggista. Ha diretto il Secolo d'Italia e L’Indipendente. Ha fondato la rivista Percorsi.
 

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