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Ugo Gregoretti racconta: “La mia TV da fannullone raccomandato”

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novembre 26, 2011 by admin

(Sanniopress) – Come antipasto recita la voce severa del papà ingegnere, impegnato in gravi reprimende verso il figlio flaneur. Ugo Gregoretti, 81 primavere portate a spasso con invidiabile leggerezza, è uno spot contro l’ipocrisia, il buonismo, la falsa modestia. Il piatto forte di oggi è la Rai: “Mi fecero assumere in un periodo in cui c’era il blocco delle assunzioni. E mica era come adesso, che lo aggirano e se ne fregano. L’Italia era più seria”.

Allora è vero che è entrato in Rai grazie a una raccomandazione.
Avevo cambiato tre facoltà universitarie, facendo disperare i miei genitori. Ero un bellimbusto che viveva a Napoli pur essendo romano: un grazioso sfaccendato. M’iscrissi ad Architettura perché amavo la storia dell’arte. Ma quando si approssimarono gli esami veri, tipo Geometria, me la filai.

Reazioni in casa?
Sdegnate. Una mattina entrai nella camera dei miei, seguito dal cane al quale era proibito entrare. Era un alano femmina, si chiamava Ninotchka.

Come Greta Garbo.
Esatto: un film molto anti-comunista. Ma anch’io allora lo ero. Nel buio della stanza, mio padre tuonò: chi è? Il mio ingresso, capiamoci, era aggravato dal cane. Annunciai la mia intenzione di cambiare studi. Grandi sospiri: in sottofondo la coda del cane che sbatteva contro il letto. Passai prima Giurisprudenza: mio padre disse che potevo fare solo quella perché ero un cretino. E poi a Lettere. Eravamo poco più di cento, di cui cinque o sei cervellini brillanti. Nello Ajello, Giuseppe Galasso, Gilmo Arnaldi. E certe colleghe culone…

Noo…
Ma è vero: pure baffute erano. Pensi che una volta portai un deodorante in classe, uno dei primi in commercio. Non ero molto amato.

Scusi, ma che c’entra la Rai?
Aspetti. A Lettere andò come nelle precedenti esperienze. E mio padre dec ise che dovevo andare a lavorare. Mi portò da Achille Lauro che aveva un giornale monarchico Il Roma. A un certo punto prese un bigliettino con l’intestazione ‘Il sindaco di Napoli’. E sopra scrisse: ‘Assumete il latore della presente’.

Sembra il salvacondotto di Milady…
Esatto. Ma mio padre mi spedì al Nord: ‘Basta con u’ sole, u’ mare’.
Così mi presentai a Milano dove Lauro aveva un clone del Roma, si chiamava la Patria. Ero nell’ufficio dei correttori di bozze, ma non restai molto. Anche se quell’inverno mi divertii: andavamo a cameriere. Milano sembrava Sodoma e Gomorra rispetto a Napoli, dove c’era una virtù temperata solo dall’arrivo delle straniere in estate… Ad aprile cominciai a scalpitare: iniziava la stagione di Capri. Così decisi di boicottare il giornale dall’interno.

Scusi?
Un giorno corressi un pezzo delicato. Titolo: ‘Giro elettorale di Lauro a Brescia’. Occhiello: ‘Il comandante visita i monarchici della zona’. Io cambiai una consonante in zona. E sul giornale uscì ‘mona’. Scoppiò un caso, mi dimisi prima di essere cacciato e passai una meravigliosa estate di flirt a Capri. A fine stagione, mio padre tornò a dirmi che dovevo lavorare. Lui era amico del direttore generale dell’Iri, Arturo Ferrari. Mamma chiese un appuntamento ad Arturo: ‘Sai Ughetto vorrebbe tanto lavorare in televisione…’. Fui assunto come impiegato di categoria C, addetto all’ufficio di segreteria del direttore generale: Salvino Sernesi.

E che faceva?
Niente. Ero l’ultimo arrivato. Finché un giorno, per una coincidenza, mi ritrovai il solo impiegato in forze alla segreteria. Il direttore chiamò e io mi affacciai.
‘Bisogna scrivere una lettera ad Arnoldo Mondadori’. Scrissi e gliela portai con il batticuore. Gli piacque molto: da quel giorno diventai il suo scriba. Sernesi odiava il varietà e scriveva sempre letteracce ai vari responsabili. Il sabato era il giorno delle riviste come I cinque sensi sono sei di Andrea Pugliese. Siccome il sabato lui raggiungeva l’amante a Firenze, mi lasciava un foglio con la carta intestata firmato in fondo. Io avevo il compito di punzecchiare Pugliesi sugli sketch.

È vero che trovò lei il santo patrono della televisione?
Sì: il Papa aveva fatto sapere che ci voleva un patrono. Sernesi mi diede l’incarico di studiare le vite dei santi. Alla fine proposi Santa Chiara, perché mentre San Francesco moriva lei vide sulla parete del convento la sua morte: aveva inventato la diretta. Ancora adesso quando passo nelle sale di Viale Mazzini, dove c’è la sua statua di Santa Chiara a grandezza naturale, penso: ‘Eh, t’ho fatto fare carriera’.

Poi cacciarono Sernesi.

Non aveva sostenuto abbastanza la Diccì in campagna elettorale. Arrivò Filiberto Guala e io venni messo in un cantuccio. Sognavo il telegiornale anche perché avevo fatto amicizia con Vittorio Veltroni.

Come ci arrivò?
Guala un giorno mi fa chiamare. Sobbalzo. Vado da lui e mi sento dire: ‘Senta, sono stato ricevuto dall’avvocato Ferrari, direttore generale dell’Iri. Mi ha chiesto sue notizie. Non sapevo che lei fosse una persona che sta a cuore al direttore Ferrari. Perché non me l’ha detto?’. Il giorno dopo stavo al telegiornale. Cominciai a fare servizi, poi Veltroni morì. Nel frattempo Guala aveva fatto la grande operazione del concorso, che era finto. Perché lui aveva capito che la situazione culturale della Rai era allo sfascio.
Portò le teste più raffinate dell’ambiente cattolico: Francesca Sanvitale, Furio Colombo, Umberto Eco, Emanuele Milano, Sergio Silva.

Lei fece il concorso?
Ma no, io ero già entrato con l’irresistibile raccomandazione. Mi guardavano con una certa diffidenza. Il gruppo dei corsari aveva un capo, Pier Emilio Gennarini. Ortodosso, cattolico, ma uomo di grande qualità. Mi fece fare il Circolo Pickwick, sei puntate che suscitarono scandalo. Allora gli sceneggiati – tipo La cittadella, Le stelle stanno a guardare – erano macchine per produrre noia. Il Circolo aveva troppo ritmo, sfrontatezza, ironia. I critici, ma anche una parte di pubblico, lo accolsero come una provocazione: una volta mi volevano menare. Bernabei, mi è stato riferito, disse: ‘Gregoretti non metterà piede negli studi Rai per almeno 5 anni’. E fu così: era il ‘68. Ma non ero già più interno alla Rai.

E diventò regista.
Sono rimasto dipendente Rai finché non ho vinto il Premio Italia con La Sicilia del Gattopardo, nel ‘60. Anche la mia rubrica Contro – fagotto ebbe successo: ricevetti delle proposte per il cinema. Feci i primi film, però lavoravo anche con la pubblicità. Come tutti i cineasti rivoluzionari di sinistra, che per non sporcarsi le mani con la produzione borghese, poi facevano i caroselli che erano anonimi. I Taviani, Gillo Pontecorvo, Citto Maselli: lo facevano, ma non si diceva.

Ma poi tornò in Rai.
Feci l’autore del primo varietà televisivo di Gigi Proietti. Con lui ho fatto anche Le tigri di Mompracen, naturalmente in versione satirica. Poi molte fiction, per usare una brutta parola di oggi. E mi sono iscritto al Pci, anche se non volevo.

A proposito di politica: censure, mai?
Quando stavo al telegiornale non vollero mandare in onda un documentario sui profughi ungheresi.
Era il ‘56. Io mostravo con rispetto questi giovani eroi, gente seria. Troppo per stare a Roma. Ma mi mandavano sempre a fare cose defilate, proprio se erano costretti. Il direttore, che non era più Veltroni, diceva: dovete andare alla proloco per avere notizie sui luoghi di cui dovete parlare. Io andavo sempre dal corrispondente dell’Unità. Tutte le volte che facevo un servizio, arriva la protesta di qualche notabile: un po’ perché li prendevo per il culo, un po’ per i contenuti politici. Una volta feci saltare il prefetto di Salerno. Inventarono anche un neologismo: la ‘gregorettata’.

Una zingarata applicata al giornalismo?
Massì, era un modo per dire ‘sei andato fuori tema’ o ‘cerchi grane’: sono sempre stato così.

Silvia Truzzi

(da Il Fatto Quotidiano, 26 novembre 2011)


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