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L’INTERVENTO | Luminarie, centro storico ed ambizioni ampezzane (radical chic)

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dicembre 10, 2011 by admin

di Antonio Medici
(Sanniopress) – L’amministrazione comunale di Benevento, eletta lo scorso 16 maggio, ha commissionato all’architetto Riccardo Dalisi una statua ed alcune decorazioni luminose, per una spesa, si dice, di 120.000 euro.
E’ indubbio che quando c’è di mezzo l’arte le discussioni sono sempre vivaci e lo scontro sul valore artistico o meramente estetico dell’opera è assicurato. I conservatori e coloro per i quali l’opera “bella” è solo quella che rappresenta forme comuni e riconoscibili sono pronti alla critica, i “filosofi” ed i progressisti pronti a difendere, talora, anche l’indifendibile, in ragione della curiosità verso il nuovo ed il dirompente. Vedremo, si spera prima di Santo Stefano, le opere di Dalisi ed il dibattito che ne seguirà.
Nelle more si discute, molto più modestamente, di “luminarie”, il decoro natalizio per antonomasia, l’addobbo della tradizione che è anche memoria, atmosfera, suggestione inscindibilmente legata, anche per i pagani, i miscredenti e gli atei, alla festività del Natale.
Quest’anno a Benevento, pare, non avremo le “luminarie” ed in effetti a tutt’oggi non si vede una sola lampadina appesa (e per la verità nessun altro simbolo natalizio). Proprio per questo, domani, domenica 11 dicembre, addobberò con luci multicolore il mio balcone. Il mio animo, inguaribilmente sensibile alle atmosfere, non può reggere l’assenza delle lucine intermittenti, contrariamente ai nostri ambiziosi amministratori, cultori dell’arte.

Senza luci e senza addobbi, passeggiando per la città la crisi sembra penetrare nelle ossa, l’austerità diventa pervasiva, si ha l’impressione che non sia più solo il Fondo Monetario Internazionale (dell’affascinante Christine Lagarde) a ricordarci i nostri deficit, ma che addirittura anche il Comune (del condiscendete infido Fausto Pepe) ci dice che non è il caso di distrarsi, che siamo messi male e non c’è tempo manco per una suggestione natalizia. Bisogna rimaner tristi, quasi come fossimo nella Mosca di Breznev.

Dai comunicati ufficiali si intuisce che l’allestimento artistico di Dalisi nel centro storico sarà sostitutivo dei decori dell’intera città. Si manifesta in ciò la limitazione culturale che attanaglia i nostri baldi Assessori, ancorati ad un’idea di città che finisce entro le mura, che si esaurisce in un asse pedonale, una passerella di qualche centinaia di metri: corso Garibaldi. Tutto ciò che succede ai margini di quest’asse e oltre esso ed oltre le antiche porte pare irrilevante o comunque scarsamente significativo. Quasi che il problema del commercio non esista altrove e che la festa e la sua suggestione siano destinate a spegnersi a piazza Orsini.
Le case borghesi degli anni 60/70 erano organizzate in modo che vi fosse una stanza gioiello, in cui ricevere gli ospiti e rappresentare lo status della famiglia, il suo peso economico e la sua posizione sociale. Nel salotto borghese degli anni 60/70 si esponeva il mobilio di pregio, l’argenteria, gli stucchi, gli specchi, i cristalli, i liquori pregiati, i libri d’arte (magari del Banco Napoli, così si capiva che i conti erano corposi). Non da quest’anno, per la verità, ma quest’anno ancor di più, è chiaro che l’idea che l’Amministrazione ha della città e della cultura, del commercio, dell’arte, della storia è assimilabile a quella del salotto della casa borghese anni 60/70. Gli Assessori hanno bisogno del salottino in centro per attestare la loro esistenza, il loro potere, il loro status.
Tutto quanto accade in  centro e fuori dal centro, a mio avviso, è figlio di questa concezione limitata e della conseguente mancanza di obiettivi e strategie per il centro storico, inteso quale risorsa per tutta la città ed integrato ad essa.
Si deve osservare che l’Amministrazione non è sola nella sua ristretta e limitata visione della città e del centro storico; tutti i gruppi sociali ed economici direttamente interessati mostrano di volare basso quanto se non di più della classe dirigente politica.
Ci sono i commercianti, che in larga parte non hanno remora di rappresentarsi come la parte più retriva della città, continuando a recriminare contro la pedonalizzazione del corso e la concorrenza dei centri commerciali ed assecondando scelte degradanti dell’Amministrazione, come è il caso dell’inguardabile mercatino di frattaglie vecchie impropriamente dette di antiquariato. Questi imprenditori immaginano il loro successo e reddito dipendere esclusivamente dalla possibilità del transito veicolare e magari dalla sosta in doppia fila; non sanno definire una strategia commerciale, non hanno idea di cosa sia scegliersi un “target”, caratterizzare la propria offerta, mettere in campo azioni di marketing. Commercianti che non fanno sistema e lottano in perenne retroguardia e retromarcia. Resistono a mille difficoltà, è indubbio, ma non investono un euro né un grammo di speculazione intellettuale per incalzare l’Amministrazione con proposte innovative.
Ci sono poi gli abitanti del centro storico, che continuano a recriminare e protestare, blandamente, per il degrado notturno e che si sono scelti gli esercenti dei pubblici esercizi come nemici, accontentandosi al contempo di una delibera con la quale l’Amministrazione ha previsto la risibile somma di 20mila euro all’anno per la videosorveglianza del centro storico. Pur riuniti in comitato non hanno mai elaborato una proposta seria ed innovativa e neanche sono stati in grado di recepire modelli di altre città: pare che la loro sopravvivenza dipenda dalla chiusura dei locali notturni piuttosto che da una seria regolamentazione e responsabilizzazione degli esercenti e dalla “condivisione” della risorsa centro storico.
C’è infine l’Amministrazione, che non ha mai saputo dare una mission al centro storico, limitandosi, come per tutto, del resto, a scegliere di sedare le contrapposizioni e le istanze delle parti (commercianti, esercenti, residenti) con zuccherini sparsi ora a questo ora a quello.
In altre città il centro storico è il volano del commercio e del turismo, l’Amministrazione promuove il coinvolgimento degli operatori, sollecitandoli ad aggregarsi, ad assumersi responsabilità, a condividere le decisioni: si costituiscono le associazioni degli esercenti, dei commercianti, dei residenti e l’Amministrazione, se ha un’idea di centro storico, la condivide con questi gruppi, concordando provvedimenti, regolamenti, ordinanze.
Con questo schema si trovano soluzioni e risorse per far del centro storico un microsistema economico trainante, piuttosto che il salottino per l’esposizione d’arte, la passerella per le passeggiate e le fotografie degli Assessore di turno, che forse trovano le “luminarie” troppo popolari per le proprie ambizioni ampezzane  e radical chic. Noi, modesti mortali di paese, ci accontenteremmo delle vecchie lampadine ad incandescenza, quelle che diffondono la luce giallognola, appese ai fili per le vie principali di tutti i quartieri di tutta la città.

(tratto dal blog m_an’s blog)


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Giornalista e saggista. È stato cronista parlamentare di Libero, vicedirettore de L’Indipendente, notista politico di Liberal. Collabora con Il Giornale e Corriere del Mezzogiorno

     

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Giornalista e saggista. Ha diretto il Secolo d'Italia e L’Indipendente. Ha fondato la rivista Percorsi.
 

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