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RASSEGNA STAMPA | Oreste, ventitré anni, di Benevento partito soldato finito in manicomio

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dicembre 25, 2011 by admin

di Luigi Grimaldi 

(Il Vaglio) – C’era una volta un manicomio e lì venivano rinchiusi i soldati feriti alla psiche durante la prima guerra mondiale. Si trovava a Tomba, una zona periferica di Verona, oggi divenuta un quartiere che ospita l’ospedale universitario di Borgo Roma. In quel luogo di “pazzi”, intitolato a San Giacomo, fu ricoverato Oreste De Angelis nel 1917. Era un militare di Benevento, aveva 23 anni, veniva dal fronte, dalle trincee della Valdadige e dell’Altopiano di Asiago.
Erano posti in cui impazzire era il minimo che potesse accadere a quei ragazzi che affrontavano corpo a corpo altri giovani come loro e che vedevano i loro commilitoni dilaniati dalle bombe che fracassavano i timpani. Prima di andare in guerra così lontano, Oreste faceva il meccanico a Benevento. Quando entrò nel manicomio, il medico scrisse che era in uno stato maniacale e che aveva bisogno di cure. Rimase a San Giacomo per 68 giorni e poi fu dimesso. In quei due mesi e poco più, scrisse due lettere, una alla madre e l’altra al primario del manicomio.
Sono documenti che oggi riemergono dal passato, pubblicati per la prima volta da Maria Vittoria Adami, giornalista free lance e ricercatrice di storia. Vive a Villafranca di Verona, scrive per ‘L’Arena’ e per il settimanale ‘Verona Fedele’ ed è autrice del libro “L’esercito di San Giacomo”, edito dal ‘Poligrafo’. In questo volume, ha studiato, commentato, analizzato e riportato patologie e storie di un migliaio di militari che furono ricoverati tra il 1915 e il 1920 nel manicomio veronese. Nel suo lavoro, definito uno dei più importanti in Italia per questo genere di ricerche storiche, s’è imbattuta anche nella vicenda umana di Oreste.
“E’ una ricerca – scrive Adami nelle prime righe del suo libro – sull’esperienza bellica dei combattenti della Grande Guerra, sui traumi, le ferite della mente che migliaia di uomini riportarono nelle trincee”. Per trovare queste testimonianze, Maria Vittoria Adami si è affidata alle cartelle cliniche e agli altri documenti come lettere o disegni che, dopo la chiusura della struttura di Tomba, erano finiti in un umido scantinato dell’ospedale psichiatrico di Marzana, altra località vicina a Verona.
Due i meriti dell’autrice: il primo è di aver affrontato il tema della follia che scaturiva dalla violenza della guerra; il secondo, è di aver salvato uno straordinario fondo di documentazione storica dall’incuria e dal degrado e di averlo affidato in mani sicure. Oggi è custodito all’ospedale di Borgo Roma.
Negli scritti di Oreste, in un italiano sgrammaticato e apparentemente senza un filo logico, c’è lo struggente racconto dell’orrore della guerra e un tentativo di tranquillizzare sua madre Luisa, rimasta a Benevento dove aveva messo al mondo quel figlio nel lontano 1894. Così le scriveva Oreste in una lettera datata 29 luglio 1917.
Carissima mamma.
Ho ricevuto la lettera indirizzatola alla sezione, ora però trovami ricoverato in una casa di salute, la quale dista pochi Km da Verona, il paesello chiamasi Tomba. Riguardo alla famiglia ho rimasto contento a sentire che vi trovate tutti bene di salute, ma dolendo sono della sorta toccata ad Eugenio povero ragazzo! Con tutti i suoi studi, oltre che la professione di meccanico e stato inviato in fonderia, basta cara mamma le cose che ho visto a soldato sono state troppo, per Dio se fosse stato figlio di quale conte ecc.avrebbe avuto anche lui la fortuna di comandare qualche reparto Automobilista. Di queste facende non te ne voglio più parlartene, solo ti raccomando di fare il conto che il tuo figlio Oreste non esiste più. Ho preso questa decisione per alcuni vigliacchi d’ufficiali che mi hanno offeso, oltre che mi hanno inviato in una casa di salute, per fare in modo che domani se dovessi parlare mi calcolano come pazzo.

Non credere che sono malato; dal fisico non manca niente n’anche dalla testa perché il Dottore di questo Istituto dice sempre che il male esiste nel cranio, viceversa non sento niente, ora che posso assicurarti personalmente colla testa col cuore che mi sugerisce, oltre la mano che muova la penna. Cara mamma e la seconda volta che mi capita andarci sotto a queste perizie, la prima in pochi giorni fui rilasciato, ma la seconda forse mi faranno fare anche il resto della prima, per dirta la verità a me non dispiace, perché essendo una vita ???, piutosta di fare un’ora di soldato ne preferisco farci trent’anni tanti qui come in carcere per m’è lo stesso. Non ci capisco più niente che mondo e questo oggi giorno l’individuo non è padrone n’anche piu di se stesso, a me sembra che siamo ancora in una epoca ch’esistevano i schiavi quando colla forza obliavano all’uomo a fare cosa loro volevano.
Cara mamma non è vero che si combatte per la nuova civiltà, che se l’avrei saputo prima tutto il tempo fatto a soldato l’avrei passato in qualche carcere. Da retta mamma spero il Dio che venissero i Tedeschi in Verona così potrei andare fuori, e se per caso vencono in Benevento quel piatto che doveva prepararlo per me mettelo davanti qualche soldato Tedesco che vedrai che sono le più civile persone che te non avevi mai visto. Se i giornali l’hanno descritto questo popolo come malvagi non crederci, perché ho vissuto quasi un’anno con loro, e ho visto che anche il nostro comando civile militare gli ha tolto per fine il letto e per rincompensa gli hanno risposto siamo in tempo di guerra, con questo voglio dirti che anche il nostro esercito civile ha fatto delle cose che il buon Dio non l’ha mai predicato. Gli auguro mille accitendi a chi mi fa passare questa vita, d’altronde non è tanto male; e come vivere in un carcere. Non mi resta che abbracciarti col pensiero e inviandoti tanti baci e tutti di casa comprese la Gina
Tuo figlio Oreste.
Dalla descrizione fatta dei tedeschi, sembra che De Angelis abbia disertato oppure che, per una ragione sconosciuta, si sia trovato dall’altra parte della barricata e abbia trascorso un anno con il nemico. I disertori erano solitamente destinati al manicomio (quando venivano ripresi) ed è probabile che Oreste sia fuggito per il trattamento subito dagli ufficiali italiani al fronte. Questa ipotesi può reggere di fronte alla lettera scritta al primario del manicomio di San Giacomo e nella quale il meccanico di Benevento si dichiara innocente. Ecco il testo.
Signor Primario
con queste due righe mi rivolgio a lui che facia la gentilezza di sbrigliarmi al più presto possibile perché io sono innocente di tutto quello che hò fatto al fronte quella lotta me lanno fatta fare loro ma intanto io non ci hò fatto del male a nessuni ma loro a me mi anno battuto e mi anno gettato per terra e mi anno legato e crocefisato e dopo con due sentinelle armate a guernare un morto che io non aveva piu voce da parlare dei colpi che mi avevano dato ma pazienza che vuoi fare io prendo tutto per buono non hò mai parlato, perché non potevo più e mi mancava la voce. Ma però io i miei superiori li ho sempre rispettati tutti ma loro verso di me nò perché mi punivano sempre severamente con il torto ma che vuole,
Signor dottore
è così c’è stato anche il Colonello alla caserma che mi à trattato male ma pazienza io non hò mai parlato e lui sarà stato premiato e io mi trovo qui come un can bastonato io si che meriterei il premio è il grad no e dopo c’è anche Il Magiore che comandava il mio bataglione etutta la mia compagnia che no puol parlare di me. Io Prego per piacere anche il Diretore di mettermi presto in una buona strada o farmi passare alla croce rossa se pretendo ancora o lesercito che mi a qualche deposito. altrimenti che mi mandano a casa mia in covalicenza come chiedono loro di sbrogliarmi al piu presto e basta mi tocca lasiarvi perché è ora del cafè e il capo mi guarda.
Nei capitoli di Maria Vittoria Adami c’è un’umanità dolente, trascurata troppo spesso dalle storie delle guerre che tendono a raccontare più gli atti di eroismo che le sorti delle menti dei soldati. Nella sezione “Il pensiero della famiglia”, la ricercatrice scrive: “Molto spesso il pensiero della moglie e dei figli lasciati a casa da soli o dei genitori da aiutare nei lavori agricoli era un chiodo fisso che si sviluppava poi nell’ossessione vera e propria sulla quale si incentrava il delirio del soldato. Le riforme negate, le punizioni, l’internamento negli ospedali allontanavano sempre più dalla mente dei soldati l’ora del ritorno, contribuendo ad accrescere l’ansia e l’angoscia di non poter raggiungere casa”. Oreste fu dimesso perché ritenuto guarito dopo il trattamento sanitario. Come lui, anche altri soldati ritenuti malati psichici lasciarono testimonianze sul conflitto. Ma erano davvero “pazzi”?
Sul libro “L’esercito di San Giacomo”, prima dell’introduzione e sotto il titolo, l’autrice ha trascritto il pensiero di Angelo, uno dei ricoverati in manicomio: “Temo di essere vittima d’una misteriosa fatalità…Ad ogni modo conosco bene di essere un misero in pugno ai potenti e sono rassegnato alla volontà e ai capricci dei medesimi”. Forse anche per questo, Adami ha dedicato il suo libro ai “miei” soldati.


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