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L’INTERVENTO | Sannio, Padania e tre punti da cui ricominciare

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gennaio 1, 2012 by admin

di Nicola De Ieso

(Sanniopress) – L’anno che si è chiuso ha avuto un momento politico cruciale. Nella torrida fine d’agosto la paventata soppressione a macchia di leopardo delle province italiane fece scattare un’inedita reazione “popolare” (su Facebook i vari gruppi di discussione videro la partecipazione di oltre cinquemila persone). Le sfumature toccarono tutte le gradazioni: dal bianco dei difensori a spada tratta dell’istituzione in quanto tale, al nero dei critici più feroci sia dell’ente che degli attuali rappresentanti. Ci furono anche simpatici siparietti da stadio con l’opposizione feroce della curva del Benevento Calcio, spaventata dall’ipotesi di ritrovarsi in provincia di Avellino. Se ci mettiamo anche lo schiaffo del Molise – che di fronte all’ipotesi di riunire l’antico Sannio rispose: no, grazie – allora si capisce quanto quella bombetta estiva abbia fatto deflagrare le nostre contraddizioni e debolezze.

Nella manovra “Salva Italia” la nuova soluzione trovata dal Governo dei professori è stata efficacemente salomonica: continueranno ad esistere le province in quanto espressione identitaria sovraterritoriale, ma scomparirà l’organo politico, pur mantenendo un ruolo di rappresentanza attraverso un consiglio coordinato da un presidente eletto collegialmente. Il ruolo dell’ente sarà una sorta di “consiglio delle tribù”, dove i dieci consiglieri nominati dagli stessi Comuni si confronteranno su necessità e progetti del territorio, punto. Nessun potere esecutivo, nessuna capacità finanziaria.

Le province in carica dovranno terminare il proprio mandato (nel nostro caso entro il 2013) curando il trasferimento delle competenze ai Comuni e alla Regione. Non sarà un compito facile e indolore, ma anche una prova di maturità per la classe politica.

Cosa cambierà dunque per una provincia come la nostra? Quanto inciderà sulla nostra eterna incompiuta? Un’unione territoriale che dopo 150 anni non ha saputo fondersi e riconoscersi se non in un toponimo che sulle carte geografiche verosimilmente non è mai esistito: il Sannio. La vicenda agostana è stata utile proprio a stressare una presa di coscienza: quanto è riuscito un riferimento storico del passato remoto a dare unità ad una provincia che fino a prova contraria si chiama “di Benevento”? Eppure la Provincia non firma la carta intestata con il nome “Sannio”, né esso compare nello stemma, se non con il rimando iconografico di lance ed elmi. Tuttavia è il sostantivo che invade libri, nomi di imprese d’ogni genere, testate giornalistiche, titoli di progetti, etc.

Il Sannio è un po’ come la Padania, nel senso che viene celebrato pur non esistendo formalmente. A ben vedere le similitudini sono tante: il simbolismo guerriero, l’unione in una “lega” di popoli autoctoni dal comune ceppo etnico, l’orgoglio dell’appartenenza ad un’atavica purezza, il legame alle tradizioni agresti, la distinzione netta dai “popoli” vicini. Ovviamente la differenza c’è. Il Sannio è esistito storicamente, pur comprendendo solo in parte la provincia di Benevento. La Padania sta solo nella testa di quei trogloditi polentoni in camicia verde che fino a pochi mesi fa hanno giurato (e spergiurato) sul tricolore e sulla Costituzione.

La verità è che la diffidenza, e in molti casi il disamore, degli altri 77 municipi verso la città di Benevento ha generato una soluzione di compromesso per curare un lutto mai elaborato. Ho già affrontato questo tema in precedenza su SannioPress (vedi “Beneventani o Sanniti, that is the question”) e resto convinto che la nostra fragile provincia ha bisogno del brand Sannio, ma ha ancora più bisogno di una rivoluzione politica copernicana che metta Benevento al centro gravitazionale del sistema come primus inter pares.

È per questo che mi stupiscono (anzi mi annoiano tremendamente) gli atteggiamenti di chiusura di alcuni beneventani, troppo spesso inzaccherati in discussioni di lana caprina che non valicano le mura longobarde, alimentando ancor di più la disaffezione dei 77 nani. Salvo poi scoprirsi presi in giro da una mediocre giornalista che vien da Roma a ridacchiare dei cafoncelli appenninici.

Può la scomparsa del governo della Provincia invertire questo processo? Lo voglio sperare. Il consiglio delle tribù non potrà far altro, non avendo portafoglio, che confrontarsi sulle tante cose da fare per vincere l’isolamento e la marginalità. Per forza di cose dovranno ritrovare smalto e ruolo di programmazione anche le organizzazioni di categoria, le rappresentanze sindacali, le agenzie educative, la Camera di Commercio. Stringersi a coorte sarà un percorso obbligato di responsabilità diffusa partecipata e condivisa, non più una delega in bianco ai partiti. Questi ultimi ne trarranno la spinta a dover ripensare ai propri compiti, ora prevalentemente occupati dallo spoil system nostrano.

La fine del governo del territorio provinciale significherà ricominciare da zero? Parafrasando l’indimenticabile Troisi, credo si possa ricominciare da tre, tre punti di forza del Sannio: Benevento, il territorio, l’Università.

Questa terra può essere un grande laboratorio, un esempio per il Sud, ma a patto che la città-capoluogo ne sia davvero la guida, che il patrimonio ambientale sia difeso strenuamente e utilizzato per uno sviluppo eco-sostenibile efficiente e deideologizzato, che l’Ateneo continui ad essere sempre più laboratorio di eccellenza nella ricerca, offrendo spunti e opportunità all’agricoltura, all’industria e al terziario, con l’orizzonte della nuova economia: la green economy.

Il mio augurio è che il 2012 lasci ai leghisti padani il verde delle loro zucchine vuote e al Sannio porti un nuovo inizio che sia davvero green.


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Giornalista e saggista. È stato cronista parlamentare di Libero, vicedirettore de L’Indipendente, notista politico di Liberal. Collabora con Il Giornale e Corriere del Mezzogiorno

     

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