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L’EDITORIALE | Elogio della parolaccia giusta

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gennaio 19, 2012 by admin

di Giancristiano Desiderio

(Sanniopress) – Ma, secondo voi, se il capitano di fregata Gregorio Maria De Falco nella drammatica telefonata con il comandante Francesco Schettino, che so per certo avete ascoltato, avesse detto “Vada a bordo, sia gentile” piuttosto dell’ormai famoso “Vada a bordo, cazzo”, sarebbe stato più efficace? Il senso della frase  – non nascondiamocelo, saremmo ridicoli davanti al mondo –  è tutta lì, proprio lì, nella parolaccia. Provate a toglierla, cioè a censurarla, come ho fatto sopra, e vedrete che tutto si ammoscia. Ma allora, se il senso della frase è tutta lì, che cos’è la parolaccia? Propriamente la “parolaccia”  – ossia la “brutta parola”, la parola oscena –  non esiste. La parolaccia esiste solo quando è fuori luogo o fuori contesto o fuori testo o fuori scena. La parola oscena è ciò che c’è ma non deve apparire sulla scena, a meno che la sua apparizione o evocazione non sia appropriata alla scena. “Vada a bordo, cazzo” è una frase perfetta perché ciò che è osceno è così giusto da non esserlo più. Addirittura, Aldo Grasso sul Corriere della Sera ha notato che “in circostanze come queste” ci sono espressioni che “assumono persino un che di nobile, quasi fossero l’ultima risorsa della disperazione”. Ma perché vi sto parlando di parolacce e della parolaccia per eccellenza?

Emi Martignetti, con garbo, mi ha fatto notare che uso un po’ troppo le “brutte parole”. Capisco il suo sconcerto ma mi sembra cosa facilmente superabile. Amerigo Ciervo, più di una volta, ha sottolineato invece la chiarezza. Bene. Qui è il punto: la chiarezza fa uso di parole comuni, ordinarie, ricorrendo ad un linguaggio parlato che assume la dignità della scrittura. Allora, è chiaro, no? La parolaccia è molto meglio del parolone: la prima rivela, la seconda nasconde, la prima è vera, la seconda è falsa. Tra la parolaccia e il parolone la vera parolaccia è il parolone che finge di dire ciò che non sa. Il latinorum, il linguaggio da azzeccagarbugli è tipico di un Paese in cui il potere non parla come mangia e gli intellettuali, per tanto tempo a mensa dal Principe di ieri e di oggi, non parlano con chi non li fa mangiare. Il linguaggio è usato così per fare scena e Barzini junior diceva proprio che gli Italiani amano la “messa in scena”. La nostra politica non è forse proprio un’eterna messa in scena? Per chi fa politica in Italia la parola è (quasi) tutto. Anche per chi fa il mio mestiere la parola è (quasi) tutto. Solo che il senso di questo “(quasi) tutto” è molto diverso: un politico italiano è bravo quando a ogni parola corrisponde un’altra parola, mentre per me alla parola va fatta corrispondere la cosa. Pochi aggettivi e molti sostantivi e anche quando si usano aggettivi è meglio se sono sostantivati. In questo senso la parolaccia serve a mostrare l’osceno che è in scena. E’ il classico “il re è nudo” della fiaba di Andersen. Chi è che dice “il re è nudo”? Un bambino ossia un innocente, mentre gli altri, maliziosi, sanno e vedono ma fingono di non vedere. La parolaccia con la sua innocenza ha il compito di mostrare le vergogne.

La parolaccia, detta anche “male parola”, è poi il contrario della “buona parola”. E’ curioso, ma anche in questo caso la vera “male parola” è proprio la “buona parola”. Qual è la “buona parola”? E’ quella che fa così: “Mettici una buona parola”. Noi siamo il Paese della “buona parola” e invece dovremmo imparare o sforzarci di essere il Paese della “parola buona” ossia giusta, calzante, precisa. Ma la “buona parola” è proprio il contrario di ciò che è giusto, calzante, preciso. La “buona parola” è detta “tra di noi”, non in pubblico ma privato, qui lo dico e qui lo nego, mi raccomando, pensaci tu. Se l’Italia è una messa in scena, la “buona parola” è il retroscena. Anzi, proprio perché c’è una messa in scena non può non esserci il retroscena: la prima è finzione, la seconda è realtà, la prima è per i fessi, la seconda è per i furbi.

Voi siete fessi o furbi? No, non vi iscrivete, con sdegno, tra i fessi e condannate i furbi. Tutti siamo un po’ fessi e un po’ furbi, che queste sono le regole del gioco all’italiana. Ogni tanto, però, è bene essere irregolari, non nel senso di scorretti ma nel senso di fuori dalla regola. L’uso della parolaccia giusta serve proprio a questo: o a far saltare la regola o a farla rispettare: “Vada a bordo, cazzo”.


1 comment »

  1. Adele Cusanelli ha detto:

    Buongiorno,dico la mia:sono contraria al turpiloquio…ma non mi cospargo la testa di cenere se, in situazioni particolari, mi scappa la parola o la frase “forte”.In effetti la “mala parola” ha intrinsecamente una finalità liberatoria e di espansione significativa del sostantivo giusto che, altrimenti, dovrebbe prenderne il posto.Purtroppo questo non è più il tempo dei minuetti e,per quanto,purtroppo,la frase di De Falco sembri aver preso più dell’intera vicenda,il web,concordiamo che in quel frangente,nessuno poteva concedersi il lusso di sottilizzare: occorreva uno scossone ,fosse anche verbale…Scossone inutile,purtroppo.Parole,per dire:condivido.Buona giornata.Adele Cusanelli.

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Giancristiano Desiderio

Giornalista e saggista. È stato cronista parlamentare di Libero, vicedirettore de L’Indipendente, notista politico di Liberal. Collabora con Il Giornale e Corriere del Mezzogiorno

     

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Giornalista e saggista. Ha diretto il Secolo d'Italia e L’Indipendente. Ha fondato la rivista Percorsi.
 

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