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L’INTERVENTO | La moralità del rifiuto a consumare carni di agnello e capra

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aprile 8, 2012 by admin

di Domenico Barone

(Sanniopress) – C’era al paese un vegliardo che per tutta la vita ha fatto commercio di animali. Crasso e imbroglione, il volto un po’ paonazzo, il mestiere sembrava fatto apposta per lui. Prima è stato mediatore, comprava e rivendeva alle macellerie. Smerciava di tutto, senza vergogna: animali già morti, animali che venivano non si sa da dove, bestie malate e storpie. Se le Asl lo prendevano lo portavano dritto a Capodimonte. Solo con la vecchiaia si decise ad aprire una rivendita in proprio. Veramente il lavoro era per lui. Tutto questo trafficare, infatti, gli fruttò per bene: una casa, due case, tre case e così via. Prima mercante poi “macellaro”, ma comunque maneggione, si poteva concedere anche “sentimenti”. Come dice ancora la moglie, essendo lui al camposanto da un bel po’, non sgozzava agnellini e capretti, e manco in periodo pasquale, quando il mercato, più che Cristo, lo invoca. “Piangono come i bambini, io non ce la posso fare”, così diceva.

Una consuetudine cristiana, mi si dice non sapendo nulla io di Cristo e limitrofi, contempla sgozzamento e abbuffata di agnelli e magari capretti in omaggio a Nostro Signore risorto. Visto che gli agnelli sono lattanti, non hanno nemmeno un mese quando vengono trucidati, e anche “carini”, non come lo scorfano, poichè insomma sono idonei a suscitare compassione giustamente in epoca pasquale si mobilitano animalisti e non contro il relativo consumo. Basta aprire una pagina facebook e trovare appelli, magari da insospettabili che sogliono mangiare costolette di maiale e postare conseguenti immagini, contro “il massacro”, “la violenza”,”gli agnellini come i bambini”, e cosi’ via.

Di fronte a quest’atteggiamento la critica comune, quella che fa chi si pretende giusto, è normalmente duplice. Tanto gli animalisti tout court, chi rifiuta integralmente o quasi integralmente il consumo di prodotti di origine animale, quanto quelli a corrente alternata, “il cane è carino e pure l’agnellino, ergo meglio non sgozzarlo”, sono accusati di sentimentalismo. In secondo luogo, alla seconda categoria ma pure a quegli animalisti a 360 gradi che non siano santi, talvolta indulgendo all’errore, cioè al consumo di prodotti di origine animale che siano la maglietta in lana, la cintura in pelle o la forma di formaggio sulla tavola, si rimprovera una presunta contraddizione: “hai le scarpe in pelle, non puoi proprio parlare, sei un incoerente”.

Le obiezioni soprammenzionate sono da seconda elementare, e infatti l’onnivoro che ha sale in zucca e tracanna l’agnellino normalmente tace e si limita a tracannare. Anzi non sono neppure obiezioni, pur se considerate tali. Ma visto che circolano, soprattutto in quella gran latrina che è internet, meritano di essere considerate. Subito il sentimentalismo, che, è cosa nota, viene usato dispregiativamente per configurare quell’atteggiamento per cui data l’azione giusta tale da implicare comunque sacrifici, il soggetto interessato rinuncia all’azione giusta in conseguenza di una sorta di immedesimazione con il sacrificato (empatia). Come è facile intuire, siffatta critica nulla dice in merito alla giustizia dell’atto, nel caso specifico il consumo di agnelli e capretti, non fornisce argomenti, ma si limita a dare per certificata la liceità morale della pratica, invero tutta da dimostrare.

D’altra parte, si è detto, si contesta la scelta di cui si discute con un argomento che, più o meno, suona così: non sei completamente coerente nei tuoi comportamenti, salvi il capretto e mandi a morire il vitello, cioè non sei del tutto conseguente, rispetto al codice morale, nelle tue scelte quindi la tua scelta è sbagliata. In questo caso sfido a trovare la consequenzialità logica espressa dal ragionamento, del tutto assente.

Quello che ho scritto non vuole essere una dissertazione di filosofia, non ne avrei i titoli nè d’altronde simili presunte confutazioni lo meriterebbero. Qualcosa però può essere detto. Riprendendo una filosofia morale utilitarista, quella elaborata da Bentham, sviluppata da Mill e Sidgwick e portata ai suoi logici esiti da Singer, è facile dedurne la moralità del rifiuto al consumo di carni di agnello e capra. Per una logica di costi-benefici, detto rozzamente ma è questo il cuore dell’utilitarismo etico, il beneficio che il consumatore e il produttore traggono non è e non può essere proporzionato al danno arrecato ai non umani. Il danno, qui, è soprattutto quello meno intuitivo, cioè la promozione alla crescita dell’industria intensiva in un settore altrimenti immune, cioè il perpetuarsi, e in forme più vigorose, dell’oppressione cosiddetta “specista”. E qui, evidentemente, il sentimentalismo c’entra nulla, mentre le eventuali incoerenze non inficiano la liceità dell’atto. Chi sceglie il vegetariano sceglie il giusto. E forse è anche più cristiano, ma questa è un’altra storia.

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