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L’EDITORIALE | Bestiario della scuola di magistratura

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maggio 13, 2012 by admin

di Giancristiano Desiderio

(Sanniopress) – Voi che scuole avete fatto? Alte o basse? Io ho frequentato la scuola popolare di Fonz’ ‘o rre. Personaggio straordinario che, purtroppo, non ho conosciuto direttamente ma attraverso i racconti degli amici, dei figli, degli ammiratori, dei nullafacenti e dei nostalgici. Già sapete chi è il grande Alfonso il re (tra parentesi: papà di una grande giocatore del Benevento: Gian Claudio Iannucci) perché ne ho parlato una prima volta in occasione della penultima puntata del tormentone sulla scuola di magistratura, quella della sentenza del consiglio di Stato che dava ragione al partito di Benevento contro il partito di Catanzaro nella grande guerra delle rane contro i topi e riaccendeva animi e speranze per la conquista di questo fondamentale e imprescindibile volano dello sviluppo sannita nel XXI secolo. Avevamo lasciato il grande Alfonso il magnanimo a tavola per il pranzo domenicale con la sua numerosa famiglia: era rincasato con il vassoio di paste e la notizia della schedina della Sisal giocata annunciando che se avesse fatto tredici avrebbe acquistato l’automobile. Così si scatenò l’inferno dell’entusiasmo della numerosa prole: “Guido io, io mi metto avanti, no avanti io, tu vai dietro, allora io sto al centro”. Al che il re li fermò subito: “Oh, scendete tutti dalla macchina”. Venendo da questa scuola di pensiero e di azione non mi fu difficile dire che, con o senza consiglio di Stato, era meglio non vendere la pelle dell’orso prima d’averlo realmente ucciso o, secondo la versione del Trap, non dire gatto se non ce l’hai nel sacco. Risultato: l’orso  – cioè la scuola –  è volato via (il famoso orso volante) a Firenze, insieme al gatto.

Tutto finito, dunque? Niente macchina, tutti a piedi. Macché. Il tormentone continua e si è arricchito di un altro capitoletto che fa ancora più ricca la già nutrita aneddotica che coinvolge ora nientemeno che l’ex ministro della Giustizia, Francesco Nitto Palma, che ha definito “maldestri” il sindaco Pepe e il presidente Cimitile  – notissimi il gatto e la volpe all’ombra di Calidone il cinghialone –   accusandoli, in pratica, di non essersi accontentati di un compromesso e di essere così rimasti con il classico pugno di mosche. Nitto Palma ha scelto come pulpito il Colasannio e forse  – ma lo dico di passata –  se lo poteva risparmiare visto che quando è venuto a Benevento per rasserenare le tempeste della tazzina d’acqua del Pdl ha conosciuto il fenomeno del Colasannio specializzato in informazione a senso unico, in fuoco amico e calcio dell’asino. Ma tant’è. La risposta del clan dei beneventani amici di Pinocchio non si è fatta attendere ed è stata in rime sparse e baciate citando il consiglio di Stato e tutto ciò che senz’altro saprete e se non sapete non fa niente perché non vi siete persi niente. Ciò che conta è capirci qualcosa. Il qualcosa è questo: la vicenda della scuola di magistratura  – che secondo il presidente Napolitano è bene che abbia una sola sede, per risparmiare, si capisce, visto che non abbiamo neanche più gli occhi per piangere –  va avanti ormai da anni e anni e anni per dirla con il filosofo Caccamo. Intorno alla scuola di magistratura che tutti citano e nessuno ha visto mai, un po’ come l’araba fenice, l’ircocervo e il cammello con tre gobbe, si sono alternati quattro governi, una pullman di ministri e tutti hanno avuto a che fare con Benevento: Castelli, Mastella, Alfano, Nitto Palma e ora Severino. Quindi ci sono un presidente di Provincia a Benevento e uno a Catanzaro, un sindaco e una manciata di onorevoli che non si negano a nessuno, figurarsi a Benevento che c’è chi li vede ancora come una madonna pellegrina. Il noto detto della popolare scuola ateneise che ho frequentato dice che quando ci sono tanti e troppi galli a cantare non fa mai giorno. Qui si rischia di non uscire mai più a riveder le stelle e anche il sole che non fa luce neanche quando risplende perché è praticamente buio a mezzogiorno (come diceva l’amico Koestler). Don Mimì, altro amico, dice “Gesù, fate luce” ma  – caro don Mimì –  è meglio lasciare i miracoli per le cose più serie e per la Madonna delle Grazie rimasta anche lei in bolletta.

A questo punto della comica finale avrei, alla maniera di don Peppino Prezzolini, una modesta proposta: piantatela. So che già ci sono altre manovre, manovrone e manovrine, altre manfrine e altre strade da battere e barattare. Il partito dei beneventani, formato da rane, volpi, volpini e volponi, formiche e formichelle e cicale fuori stagione ha perlomeno due fazioni che si guardano in cagnesco: una fa capo alla Rocca ed a Palazzo Mosti e un’altra fa capo a quel che resta di quell’animale ferito a morte del Pdl. Le due fazioni sono l’un contro l’altra animate da insani principi e nessuna delle due si vuole arrendere a ciò che ha deciso il ministro di Giustizia con  – lo si è capito –  il suggerimento pubblico del capo dello Stato: Firenze o niente. Così già avvertono che faranno questo e questo e ricorreranno a quello e a quell’altro. Un po’ come accade quando litigano i ragazzini che dicono “io lo dico a papà” e l’altro “e io lo dico a mio fratello” e via così alla ricerca del parente più forte e influente. Io, per fortuna, non ho parenti importanti a cui ricorrere, però, come voi, conservo ancora il buongusto delle cose semplici del mulino bianco e la cosa semplice qui è veramente elementare: più che la scuola di magistratura serve un asilo.


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Giancristiano Desiderio

Giornalista e saggista. Ha diretto Il Sannio, è stato cronista parlamentare di Libero, vicedirettore de L’Indipendente e notista politico di Liberal. Scrive per il Corriere della Sera e Il Giornale.
     

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