SCANDALI | Ospedale di S. Bartolomeo, l’incompiuta più antica d’Italia

DSCF0643(Repubblica.it) – In Italia ci sono 132 ospedali “fantasma”. Costati milioni di euro, non sono mai stati aperti o sono utilizzati solo in minima parte. Uno spreco di denaro pubblico enorme. Negli anni però sono stati il pretesto per assumere primari, capi dipartimento, infermieri. L’ospedale di San Bartolomeo in Galdo, è uno di questi. La sua storia è raccontata in un capitolo del libro inchiesta di Michele Bocci e Fabio Tonacci “La Mangiatoia – Come la sanità è diventata il più grande affare d’Italia” (ed. Mondadori, 176 pagine) da oggi nelle edicole.

A San Bartolomeo in Galdo da cinquantadue anni si attende un miracolo: l’apertura dell’ospedale comunale San Pio. Ormai quello serve, un miracolo. I più anziani se la ricordano ancora la giornata del 1961 quando sindaco e istituzioni varie giunsero in massa da tutta la Campania fino quassù, in questa cittadina in collina nella Val Fortore, profonda provincia di Benevento. Era la cerimonia di posa della prima pietra di quello che doveva diventare il punto di riferimento sanitario per almeno 32.000 persone che fino ad allora, quando avevano bisogno di un medico, dovevano farsi un’ora di macchina o due di autobus per scendere a Foggia, a Benevento o a Campobasso. San Bartolomeo, infatti, ha la sfortuna di trovarsi esattamente nel mezzo delle tre città.
Bene, dopo mezzo secolo, quell’ospedale non è stato ancora aperto. Però ci è costato 25 milioni di euro. L’incompiuta più antica d’Italia. Ha una superficie di 2000 metri quadrati su tre piani, è arredato, è attrezzato con apparecchiature, è predisposto per avere un piccolo eliporto. Ma è chiuso.

Nel primo progetto, quello degli anni Cinquanta, erano previsti reparti di Cardiologia, Emodialisi, Riabilitazione, Ostetricia, Pediatria, Ortopedia, Rianimazione, Day Hospital, Terapia intensiva, Radiologia. Un totale di 133 posti letto. Col tempo sono diventati 90, poi 20. Senza mai accogliere un paziente, ovviamente. Tutto sulla carta.
Oggi l’unico spazio aperto di questa megastruttura è un Psaup, un centro di primo soccorso, con un medico, un infermiere e un autista, inaugurato all’inizio del 2013 e costato la bellezza di 2,5 milioni di euro in strumenti e impianti. Badate bene, un Psaup non è un Pronto Soccorso. Per i codici rossi, per le emergenze vere, tocca comunque farsi ancora 45 minuti di macchina fino a Lucera, come mezzo secolo fa. La montagna ha partorito una pulce.

Eppure questa cattedrale che è stata costruita, ristrutturata, rivista, modificata per cinquant’anni di seguito, come la famosa tela di Penelope, che ha succhiato fondi al ministero dei Lavori pubblici, alla regione Campania, alla Cassa del Mezzogiorno, al Cipe, non è stata del tutto inutile. A qualcosa è servita. Per esempio ad assumere, a metà degli anni novanta, 3 primari, 1 aiuto di medicina generale, 4 assistenti, 2 biologi, 3 tecnici di laboratorio, 3 animatori di comunità, 20 ausiliari specializzati, 2 assistenti sociali e un assistente per il Sert e ben 52 infermieri professionali.

Ecco spiegato il grande interesse per quell’ospedale dell’allora giovane deputato della Dc Clemente Mastella, nato nella non lontana Ceppaloni. Che venisse realizzato o no, era comunque un serbatoio di voti da intercettare e sfruttare. Giravano appalti da centinaia di milioni di lire e posti di lavoro. Solo così si comprende la solerzia con cui Mastella inviò da Roma il 23 ottobre 1985 un telegramma al sindaco di San Bartolomeo, Raffaele Sepe, informandolo e complimentandosi per il fatto che il ministero per il Mezzogiorno avesse appena firmato un decreto per 3,6 miliardi di lire a favore della struttura.

La storia del San Pio è la riproduzione plastica di quanto la politica, a tutti i livelli, consideri la sanità non un fine, ma un mezzo per accrescere il consenso, per cavalcare campagne mediatiche, per elargire favori, distribuire nomine e sistemare famiglie, in cambio naturalmente di voti elettorali. In Italia si contano 132 strutture sanitarie inutilizzate in 16 regioni. Siamo il paese degli “ospedali fantasma”.

MICHELE BOCCI e FABIO TONACCI

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