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EPOCHE| Elogio semiserio degli anni Ottanta

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agosto 5, 2015 by giancristiano

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di Giancristiano Desiderio

I quarantenni, ormai ultraquarantenni quasi cinquantenni, sono quelli che erano giovani negli anni Ottanta. Su quegli anni, formidabili o meno che siano stati, c’è ormai una gran bella letteratura, proprio come per gli anni Settanta, gli anni Sessanta e gli anni Cinquanta. Per ogni decennio c’è la formula riassuntiva: i Cinquanta sono poveri ma belli, i Sessanta sono favolosi, i Settanta sono anni di piombo e del Grande Disordine e gli Ottanta sono, sono… come sono gli anni Ottanta? Se lo si chiede a chi in quel tempo era giovane, quegli anni sono bellissimi, come del resto accade per tutti, non perché sia bello un tempo in sé ma perché è bella la giovinezza che ha la sua bellezza nella piccola durata, nell’età breve come la chiamava Alvaro. Per chi era bello e giovane negli anni del fascismo erano belli quegli anni e per chi era bello e giovane negli anni della guerra erano belli perfino gli anni della guerra e se sei giovane negli anni Ottanta e ti toccano i Duran Duran e gli Spandau Ballet te li fai piacere anche se saresti portato per Tony Dallara. Così va la vita nelle cazzate che le danno senso e non è il caso di riportare alla mente i versi del Magnifico sulla bellezza fuggitiva della giovinezza o l’invito di Giacomino a godere della fanciullezza perché poi tutto passa e sopraggiunge la strage delle illusioni. In fondo, il ricordo del proprio decennio – tutto si racchiude in pochi anni, età davvero breve, brevissima – è il ricordo della forza vitale delle illusioni con cui la giovinezza prima fiorisce e poi sfiorisce. Dunque, per chi era giovane e forte negli anni Ottanta in cosa consistevano le belle illusioni?

Gli anni Ottanta sono stati spesso criticati per il disimpegno. Un giovanissimo Roberto D’Agostino che faceva il lookologo nella trasmissione Quelli della notte ne diede una definizione rimasta poi celebre: gli anni dell’edonismo reaganiano. Franco Battiato cantava questo disimpegno così: “A Beethoven e Sinatra preferisco l’insalata, a Vivaldi l’uva passa, che mi dà più calorie”. Il disimpegno sembra essere proprio la cifra di quegli anni che sono stati denigrati per la spensieratezza che sopraggiungeva, invece, dopo anni cupi e ideologici (anche se tanto la spensieratezza quanto la cupezza sono riduzioni più che sbrigative). L’edonismo reaganiano è già una caricatura, mentre la politica statunitense di Ronald Reagan e quella inglese della lady di ferro contrassegnano la fine e la sconfitta storica del comunismo e dell’Unione sovietica che con Gorbaciov è costretta a dichiarare il fallimento dell’ultimo dio (falso e bugiardo). Ma i grandi accadimenti storici poco interessano sia chi esalta gli anni Ottanta perché vi era dentro e li viveva con la televisione a colori – contro la quale i comunisti italiani, sempre all’avanguardia, si scagliarono come i preti contro il diavolo – sia chi le denigra perché li percepisce come la fine delle proprie illusioni. Per tutti così quegli anni saranno riassunti dalle tette di Colpo grosso che con un sol colpo o due, come sanno fare solo le cose vere e belle, scacciavano le tristezze economiche, le questioni morali e le convergenze parallele.

Tuttavia, è proprio in quegli anni, mentre Luis Miguel cantava una cagata davvero pazzesca come l’inascoltabile Noi, ragazzi di oggi, che cominciava a prender corpo il connubio tra politica e televisione e comunicazione e si affacciava, in quegli anni disimpegnati secondo la vulgata, il giacobinismo televisivo che anticipava quello giudiziario che Giorgio Bocca avrà poi l’ardire, ai tempi di Mani Pulite, di definire “rivoluzione italiana” (che è quasi una sorta di contraddizione in termini). Era il 1986 e Beppe Grillo era ancora un comico ma aveva capito che con la politica e la televisione si poteva far ridere ma si poteva anche creare quella cosa che poi sarà chiamata Antipolitica. Su Rai1, dopo essere stato presentato da Pippo Baudo che poi prontamente si dissocerà dalle parole del comico, Grillo inventò di fatto i grillini quando parlando del viaggio di Craxi in Cina non solo fece l’elenco delle persone che erano al seguito del volo di Stato ma recitò un dialogo tra Craxi e Martelli: “Ma senti un po’ – disse Craxi – ma qua sono un miliardo di persone e sono tutti socialisti?”. “Sì, perché?”. “Allora, se son tutti socialisti, a chi rubano?”. Il giorno dopo fu il finimondo, ma quello era solo l’annuncio di ciò che sarebbe accaduto dopo con la vera fine del mondo ormai decrepito del Novecento.

Se gli anni Ottanta hanno una particolarità, ebbene, la si deve riconoscere in una condizione di tramonto perché ciò che verrà dopo sarà davvero una rivoluzione, non italiana ma mondiale con l’affermazione in pochi anni della tecnologia. Negli anni Ottanta cominciano ad affermarsi i computer ma non c’è ancora la Rete. Il mondo virtuale-reale nel quale oggi siamo immersi in tempo reale è ancora ignoto alla generazione degli anni Ottanta che sono ancora ingenuamente dentro un mondo irreale con Goldrake, Sandokan ed Happy Days.


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Giancristiano Desiderio

Giornalista e saggista. È stato cronista parlamentare di Libero, vicedirettore de L’Indipendente, notista politico di Liberal. Collabora con Il Giornale e Corriere del Mezzogiorno

     

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Giornalista e saggista. Ha diretto il Secolo d'Italia e L’Indipendente. Ha fondato la rivista Percorsi.
 

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