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GOURMAN | Il tweet lungo di Guia Soncini

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novembre 7, 2015 by admin

antoniomedici5

di Antonio Medici

Guia Soncini mangia spesso da Eataly a Milano (affollatissimo sempre), quello a due passi da corso Como, ci tiene a precisare. Per il primo anno di apertura ci ha mangiato quasi tutti i giorni (dice), rifugge però la folla delle villeggiature d’agosto (presumibilmente la stessa che intasa Eataly, ma rifuggirla ad agosto fa radical). Ha mangiato, poi, da Bottura e dai top chef newyorkesi (solo per dovere o perché invitata, si intende, fosse per lei mangerebbe hamburger tirati dal microonde o la pasta e ceci della mamma). Conosce bene ma pare disprezzare (fa chic) Beautiful, vede la serie TV americana Portlandia (fa very radical chic), conosce le copertine storiche di Vanity Fair e sa tutto di Masterchef (che è seguito, sì, dalla massa, ma la massa della nicchia degli abbonati Sky. La massa di nicchia è l’apoteosi del radical chic). Su questo ricco background imbastisce, la Guia, un pamphlet (temo l’espressione sia adeguata solo alle dimensioni del libello) che dovrebbe spiegare o illustrare o sbeffeggiare la religione dei gastrofighetti del terzo millennio. Se non che, se si espungessero dal testo le parole Farinetti, Bottura, Cracco, Eataly, Danny Meyer, Keith McNally, Mastechef e secolo, le ottantatre paginette, formato ultratascabile, si ridurrebbero a una decina, di cui un paio occupate dalla doppia ripetizione di due apodittiche conclusioni: potete ostentare di ignorare Tolstoj per essere apprezzati ma se non conoscete il pistacchio di Bronte o non sapete distinguere un patanegra da un culatello finirete negli inferi o nel ridicolo, destinati ad essere “accolti come chi bussa a un convento di clausura proponendo una serata karaoke” e “nessun essere umano maschio direbbe che ciuccia più i surgelati come i ghiaccioli, senza nemmeno scongelarli come faceva quell’archetipo di eterosessualità del secolo scorso che era Woody Allen”. Tolti i refrain e i nomi ripetuti più che in uno spot pubblicitario, insomma, resterebbe poco più di un tweet, altro che pamphlet.

Il libro della Soncini, cui per scrupolo (“visto mai che vi sia nascosto un contenuto così alto da non essere all’altezza di coglierlo” ci siam detti) e masochismo abbiamo dedicato due letture, lascia alcuni interrogativi: davvero nel 2015 per parlare di piccoli episodi degli anni 60, 70, 80 e 90 del novecento possiamo usare l’espressione “secolo scorso” senza cadere nel ridicolo e senza far sospettare che vogliamo attribuire un’aurea di analisi storica ad un raccontino da studente di seconda media? davvero basta imbellettare il vuoto pneumatico e una banalità meno che elementare con riferimenti ad un mondo radical chic che ondeggia lungo i 50 metri di corso Como, esaurendo il proprio orizzonte culturale nei cessi di Eataly (le cui indicazioni citano De André), per essere pubblicati da editori di prestigio nazionale, nell’Italia del primo secolo del terzo millennio?

Il tweet lungo si chiude con una gratuita quanto superficiale offesa ad un cuoco destinato a lasciare un segno nella storia gastronomica, Ferran Adrià, in due righe ridotto, senza che ne sia illustrato il motivo, a fondatore della chiesa del gastrofighettismo.

Con otto euro è ben possibile trovare una bottiglia di un vino dai contenuti più consistenti e profondo delle parole della Soncini.

Guia Soncini

La repubblica dei cuochi

Il Mulino, euro 8

 

 


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