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EPOCHE| Breve lezione di educazione cinica

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novembre 8, 2015 by giancristiano

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di Giancristiano Desiderio

Il senso civico è utile per la società, ma il senso cinico è necessario per la vita. Il senso civico si basa sul pudore, il senso cinico si fonda sulla spudoratezza. Quando Socrate fu ucciso, i suoi amici divennero spietati (prima di tutto con se stessi): Socrate fu ucciso senza pudore allora loro divennero spudorati. Gli amici di Socrate inventarono il cinismo per tenere a bada il potere e salvare la pelle e la libertà: Antistene menò vita da cane e Diogene ebbe casa in una botte. Per vedere la vita faccia a faccia e le cose come stanno bisogna essere cinici. Piuttosto che l’inesistente e inconsistente ora di educazione civica andrebbe fatta la consistente e costituzionale ora di educazione cinica.

La vita senza cinismo è il pianto di Tartufo. I napoletani, che sono anima e core, dicono che chi piange fotte chi ride. Il cuore alla fine è ingrato. Il cinismo non vuol né far piangere né far ridere, semplicemente non vuole inculare nessuno. I cinici non fanno sconti nemmeno a se stessi. Non prendono in giro né se stessi né il prossimo. Guardano le cose per quello che sono. Non hanno pretese e smascherano l’ipocrisia. Il cinico è buono ma non buonista: il buono ti dà una mano, il buonista ti pugnala alle spalle. Un maestro di sano cinismo è Roberto Gervaso che con La vita è troppo bella per viverla in due (Mondadori) ci offre un breve corso di educazione cinica. In verità, la vita è troppo bella per viverla anche in tre o in quattro e non c’è una regola giusta per viverla al meglio, se non quella, forse, di Agostino che diceva ama e lascia vivere (cioè non ti mettere a rompere le palle al prossimo che già la situazione è quella che è). Il matrimonio è il naufragio delle buone intenzioni – dice Gervaso – e quando ci si sposa o ci si sposta è ormai troppo tardi.

Se credessi nell’esistenza dei “generi letterari” direi che l’aforisma è un motto, una sentenza di letteratura sapienziale ma siccome non vi credo dico che l’aforisma è l’apparizione improvvisa della verità o, per dirla con Karl Kraus, se non è la verità è una mezza verità o una verità e mezzo. In poco c’è tutto, a volte troppo. Gervaso, che si è formato alla scuola di Montanelli – che lo chiamava Robertino, con affetto – che a sua volta si è formato alla scuola di Longanesi che a sua volta si è formato nella vita e di certo non a scuola – “tutto ciò che non so l’ho imparato a scuola” è un suo aforisma buono anche oggi – è un ammiratore di Longanesi, Maccari e Flaiano che considera i tre moschettieri dell’aforisma italiano. Flaiano ci ha dato quell’immortale “gli italiani corrono sempre in difesa del vincitore” e quell’altro che mi sembra particolarmente adatto ai nostri dì: “L’insuccesso gli ha dato alla testa”. Maccari rompeva le palle a Longanesi e Longanesi le rompeva a Maccari. Uno dei due disse “il duce ha sempre ragione” perché sapeva che aveva torto. L’Italia e gli italiani sono un argomento stimolante anche per Gervaso ma “il carattere degli italiani”, per dirla con Leopardi, ha sempre fornito materia abbondante al “genere aforistico”, e non solo agli italiani. In Italia, anche i fessi cercano di farti fesso – dice Gervaso – sarà anche perché gli italiani fanno il loro dovere solo per tornaconto e non sono una nazione, ma tante tribù o, secondo usi e costumi, un insieme di comuni.

Gli scrittori di aforismi non sono sempre dei motteggiatori. Hegel, ad esempio, non è uno scrittore di aforismi e il suo pensiero così sistematico dovrebbe essere il contrario dell’aforisma e del frammento ma è solo un luogo comune di quelli che dicono “bisogna prenderla con filosofia” – che non significa un cazzo – perché sistema significa semplicemente relazione e non c’è pensiero, nemmeno quello aforistico e frammentario di Nietzsche, che ormai si usa per le frasi dei Baci Perugina, che non sia relazione. Nessun grand’uomo, diceva Hegel, è tale per il suo cameriere ma non perché non sia un grand’uomo ma perché il cameriere è cameriere. E si potrebbe continuare fino all’eternità ma con calma, sia perché – diciamo la verità – l’eternità non ha fretta, sia perché – sempre per dire la verità – proprio la verità non è un colpo di pistola. Se l’aforisma ha un limite è proprio questo: sembra una scorciatoia, un modo per farla breve quando la strada appare lunga. Ma le scorciatoie, tanto nella vita quanto nel pensiero, conducono fuoristrada. Naturalmente, per farla breve, si può anche cambiare idea. L’importante è averne.


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Giancristiano Desiderio

Giornalista e saggista. Ha diretto Il Sannio, è stato cronista parlamentare di Libero, vicedirettore de L’Indipendente e notista politico di Liberal. Scrive per il Corriere della Sera e Il Giornale.
     

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Giornalista e saggista. Ha diretto il Secolo d'Italia e L’Indipendente. Ha fondato la rivista Percorsi.
 

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