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#PadrePio | Riflessioni sul passaggio delle spoglie

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febbraio 18, 2016 by admin

di Amerigo Ciervo

Girare sui social o sui siti on line, sfogliare i giornali con le cronache locali, seguire le varie edizioni dei tg regionali, nei giorni scorsi, ha significato fare una vera e propria indigestione di foto, video, notizie, commenti, battute, aforismi. Il tutto dedicato al passaggio delle spoglie mortali di Padre Pio tra Pietrelcina e Benevento. Ho cercato di seguire, con grande curiosità, per quanto ho potuto, dal letto, a causa di un’ influenza fastidiosa, tutto il transito. Ovviamente, tutti si sono schierati e i post degli “amici” – con i relativi “mi piace” – si sono equamente divisi tra coloro che non finivano di confessare di aver vissuto una singolare ed irripetibile esperienza mistica e quelli che hanno ironizzato non poco sui primi considerandoli – e mi sarei meravigliato davvero del contrario: nonostante gli studi di Le Goff, di Emmanuel Le Roy Ladurie e di altri illustri storici, resta ben solida, nella mente dei più, la stramba e antistorica relazione tra oscurantismo e medioevo – una sorta di medievali révenants 2.0.

Non me la sono risparmiata neppure io, la battuta, sollecitata anche dal fatto di aver visto, negli stessi giorni, un paio di foto di Ornella Vanoni e di Patty Pravo. Era il mercoledì delle ceneri, così ho pensato che la chiesa farebbe bene a modificare la formula dell’imposizione delle ceneri: “Pulvis es et in pulverem reverteris” potrebbe mutarsi in “Polvere sei e silicone diventerai”. La battuta potrà pure suscitare un sorriso ma resta un fatto: che decine e decine di migliaia persone, di ogni età, condizione, cultura e stato sociale si sono messe in fila per ore e ore, sopportando non pochi disagi, per poter sfilare, più o meno velocemente, intorno alla teca, ed eternare l’attimo tanto agognato con uno scatto o un selfie. Dirò subito che non ritengo per niente utile, per recuperare alla “modernità” quelle donne e quegli uomini, quegli adulti e quei giovani, una dose da cavallo di letture di opere di Voltaire o di Diderot. C’è qualcosa che ci sfugge e che sarebbe necessario tentare di comprendere. A deridere, a ironizzare, a deprecare non ci vuole molto. Comprendere, viceversa, diventa più impegnativo e non è detto che ci si riesca. L’uomo, dicono, è un animale razionale. Ne siamo davvero sicuri? Forse sarebbe meglio affermare: un animale affettivo-sentimentale, con un cofano pieno zeppo di problemi da risolvere, di domande che invocano risposte di senso, di questioni che sembrano – e, forse, sono – senza soluzione. Tra queste, il problema della morte. Sarà un caso che è stato un corpo morto (o quello che resta di un corpo morto) a muovere tutta quella gente verso Pietrelcina? Diverse la motivazioni, credo, dei pietrelcinesi, rispetto a quelle dei pellegrini. Per alcuni giorni hanno ritrovato l’essenza del loro essere “comunità”, il “totem”, in cui essi hanno proiettato il loro ego identitario e che li ha resi celebri nel mondo. Non ho dubbi a pensare che la stragrande maggioranza di essi abbia profondamente sofferto nel momento del distacco. Dalla dimensione metatemporale del rito si doveva ritornare nel tempo della storia, con tutto quello che questo passaggio comporta.

In un celebre testo del 1961,  L’eclissi del sacro nella società industriale, il sociologo padovano Sabino Acquaviva, ha teorizzato la scomparsa della dimensione del sacro, ossia del trascendente, del soprannaturale, dalla vita quotidiana dell’uomo contemporaneo: un fenomeno che ha dato vita a ciò che lo studioso ha definito la “secolarizzazione del mondo” e la “secolarizzazione della religione”. E’ possibile vivere senza “sacralità”? Certo che è possibile, ma, forse, si vive male e così va a finire che diventi necessario esperire nuovi spazi da “sacralizzare” e altri gesti da ritualizzare. La funzione del calcio – ma già Pasolini ‘sta cosa l’aveva ben intuita in tempi non sospetti -, probabilmente ha assolto e continua ad assolvere a questa funzione suppletiva. Il tifo è un “gioco” molto serio ed è uno “spazio” che rappresenta simbolicamente il luogo dove scaricare pulsioni e bisogni altri. Un po’ come pensa Desmond Morris: gli esseri umani nel lungo processo evolutivo, si sarebbero trasformati da ‘cacciatori’ a ‘calciatori’, arrivando, cum jujcio, a “lotte” sempre meno sanguinarie. Così il rito del calcio finisce per sostituire altri scontri, altri spettacoli di natura più intensamente drammatica, per esempio il gioco dei gladiatori nell’arena.

Non muta, tuttavia, il significato di caccia rituale, in cui l’arma è la palla e la preda è la porta.  Le curve così non sono un branco disorganizzato, ma si muovono e agiscono come  un gruppo ben strutturato. Esse comunicano simbolicamente con le loro magliette, gli striscioni e le bandiere.  I cori, di incitamento o di scherno, per Morris, hanno la funzione di catarsi collettiva, un canto che spazza via tutte le cure e le tensioni settimanali. Essi diventano soggetti del rito e non puramente osservatori in tal modo riuscendo a dare corpo alle loro frustrazioni, sfuggendo alla noia del quotidiano e vivendo per qualche ora fuori dai limiti e dagli schemi. Che è ciò che ci si aspetta dalla dimensione del “sacro”. Ora è possibile che la sfilata delle migliaia di persone davanti alle spoglie del santo di Pietrelcina poco abbia a che fare con la dimensione cristiana della vita. Un’esperienza, quella cristiana, che, a differenza dei rituali, non consola ma, piuttosto, provoca. “Essere davanti a Dio, come se Dio non ci fosse” sostiene Dietrich Bonhoeffer, che vede nel “Dio tappabuchi” uno dei grandi limiti di una religione consolatoria e non   provocatoria. In ogni caso, quelle masse esprimono un profondo bisogno di “sacralità” che esige rispetto e comprensione. Uno dei più grandi filosofi del novecento, Wittgenstein, giudicando l’opera più celebre dell’etnografo inglese James Frazer, Il ramo d’oro, scrive: “Mi sembra già sbagliata l’idea di voler spiegare un’usanza, per esempio l’uccisione del re-sacerdote. Frazer non fa altro che renderla plausibile a uomini che la pensano come lui. E’ davvero strano che tutte queste usanze finiscano per essere presentate, per così dire, come sciocchezze. Ma non sarà mai plausibile che gli uomini facciano tutto questo per mera sciocchezza. E’ fondamentalmente sbagliato giudicare le concezioni magico-religiose degli uomini come errori. Agostino è in errore, quando, in ogni pagina delle Confessioni, invoca Dio?”

Allora – e concludo – ad interrogarsi, forse, dovrebbero essere sacerdoti e vescovi, magari riflettendo sulla possibilità che quell’insopprimibile desiderio di sacro possa essere incanalato verso direzioni più preziosamente evangeliche. Attenzione: qui nessuno intende impartire lezioni. Ma Francesco non sta dimostrando, con il suo magistero e con la concretezza simbolica dei suoi gesti, che il mondo attende disperatamente di essere cambiato? Sarà sufficiente l’esposizione delle spoglie mortali di un santo? Ho idea che non basterà.

 


1 comment »

  1. rosa ha detto:

    Io sono stata a Pietrelcina , ho fatto la fila , sono passata davanti alla bara , non ho fatto sacrileghe foto, ho sperato e spero che sia solo una maschera e che Padre Pio riposi in pace in qualche luogo tranquillo. Tuttavia sono andata perchè è una sua rappresentazione ed una sua commemorazione . Ho voluto così onorarlo. Semplicemente e senza contorsionismi filosofici che non sono il mio forte.

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Giornalista e saggista. Ha diretto Il Sannio, è stato cronista parlamentare di Libero, vicedirettore de L’Indipendente e notista politico di Liberal. Scrive per il Corriere della Sera e Il Giornale.
     

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