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#L’intervista| Lo “scandalo” liberale e i nemici della vita

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agosto 27, 2016 by giancristiano

di Francesco Postorino

(L’intervista con Giancristiano Desiderio che qui pubblichiamo è uscita sul bimestrale Diacritica fondato da Maria Panetta e Matteo Maria Quintiliani e diretto da Domenico Renato Antonio Panetta). Giancristiano Desiderio è uno scrittore e studioso di Croce. Collabora alle pagine culturali dei quotidiani e molte sue opere sono dedicate, per l’appunto, alla vita di Croce e allo storicismo assoluto. In questa sede ci limitiamo a citare: Croce abruzzese. Le radici esistenziali dello storicismo assoluto1; Croce sannita. Maestri, amici e allievi di una filosofia civile2 e La verità forse. Piccola enciclopedia del sapere filosofico dai Greci allo storicismo3. Desiderio ha scritto di recente un volume dal titolo provocatorio: Lo scandalo Croce. Quel vizio insopportabile della libertà4.

In che senso Croce è uno scandalo?

Risponderò in modo diretto, quasi crudo. Croce è uno scandalo perché, in un paese come l’Italia in cui la libertà è una parola, una maschera, una teoria, per lui la libertà è pensiero e azione. Mentre gli intellettuali italiani teorizzano la libertà ma non la praticano, Croce la teorizza e la pratica e nel momento della verità non la tradisce. Per Croce la libertà è vita etica, perché la filosofia si risolve nella vita vissuta secondo pensiero: Croce è un filosofo greco. È uno scandalo, inoltre, perché, mentre la cultura cattolica e la cultura comunista, la positivista e la neoilluminista, sono sempre alla ricerca di un istituto salvifico ˗ la Chiesa, lo Stato, il Partito, la Scienza ˗, Croce sa bene che la stessa ricerca di un istituto salvifico è una minaccia per la libertà delle coscienze e per la coscienza della libertà.

Lo scandalo Croce non è soltanto filosofico, ossia non riguarda solo la “filosofia dei distinti”, ma è anche e soprattutto storico, perché si manifesta nella vita del filosofo, dell’uomo e del cittadino e nei momenti cruciali della storia nazionale: la Grande guerra, il fascismo, il secondo conflitto mondiale, la Repubblica. In questi snodi cruciali della vita nazionale e della storia europea Croce non prende posizione in nome e per conto della verità ma “soltanto” per la sua difesa affinché proprio la verità non sia asservita al potere ma sia pensata come un necessario atto di dolore per tutelare la fragile condizione umana ed esercitata come un contro-potere. Lo storicismo − che altro non è che un sistema di giudizi sulla vita umana − ha per sua natura un carattere anti-totalitario ed è un metodo per salvarci come esseri erranti.

Lei utilizza questa formula: «Platone sta a Parmenide come Croce sta a Hegel». Può approfondire?

Il rapporto che c’è tra Parmenide e Platone è il medesimo che c’è tra Hegel e Croce: in entrambi c’è la necessità che l’essere non divori le cose, i fenomeni, i fatti. Platone, per “salvare i fenomeni”, deve confutare i sofisti e per farlo deve sconfessare Parmenide che gli vieta di pensare l’essere come l’altro, come il diverso, come il falso. Il pensiero platonico libera la facoltà di giudizio dell’uomo che non potrebbe essere esercitata se l’essere fosse solo e soltanto l’Uno. Per i sofisti, invece, l’essere non è l’Uno ma è i Molti e anche in questo caso il giudizio umano non può essere esercitato in modo rigoroso, perché diventa puro relativismo in cui tutto va con tutto e l’essere stesso è vittima della sua astrattezza. Perché ci possa essere un discorso minimamente sensato sull’essere occorre disobbedire a Parmenide e condurre la logica dell’essere sul piano della condizione umana: qui l’essere è uno-molti e il giudizio può essere esercitato nella sua arte di identificazione del diverso. Il diverso di Platone è il distinto di Croce e la differenza che passa tra Hegel e Croce rispetto al rapporto tra il “venerando e terribile” Parmenide e il divino Platone è una più scaltrita filosofia dello spirito o dell’esperienza umana nella sua dimensione storica. Per il resto, il problema filosofico è lo stesso: impedire che le fauci leonine dell’essere o della verità fagocitino in un sol boccone la varietà della vita umana e la sua libertà. In fondo, la storia della filosofia altro non è che la nascita, morte e resurrezione continua della “logica della filosofia” e la necessità sempre presente di pensare in equilibrio la verità e la libertà affinché la prima non uccida la seconda e la seconda non elimini la prima.

Lo storicismo crociano è a suo parere avversario di ogni forma o impulso totalizzante. Rimane tuttavia il problema delle quattro categorie dello spirito, il loro nesso trascendentale e la loro condizione data a priori.

L’avversario del pensiero crociano è la riduzione all’unità. Durante la vita del filosofo ciò che sembrava non “funzionare” era proprio la distinzione: tutto doveva essere ridotto e ricondotto a uno. Ma Croce si è sempre opposto a questa tendenza che ha sempre un doppio volto: uno teorico e uno pratico, uno ideologico e uno politico. La riduzione a Uno della varia e ricca vita dello spirito è la premessa teorica della dittatura e, peggio − quando l’Uno diventa addirittura la “verità della necessità” conosciuta dal Capo o dal Partito o dallo Stato ˗, dell’aberrazione totalitaria. Ma ciò che sembrava non funzionare ai tempi di Croce funziona molto bene ai tempi nostri, tanto che una volta Nicola Matteucci poté dire che in fondo lo storicismo crociano è il momento di fondazione del pluralismo. E tutta la filosofia di Croce vuole essere questo: consegnare gli uomini − gli uomini in carne e ossa, come diceva la Arendt − alla loro libertà.

Perché in Croce c’è l’esaltazione della libertà umana? Perché l’arte della distinzione del giudizio si esercita prima di tutto nei confronti della filosofia e di un presunto sapere assoluto che, se ci fosse, non potrebbe far altro che tiranneggiare l’esistenza. Questa idea di una verità assoluta e definitiva in Croce non solo è rifiutata ma è confutata: la filosofia, ossia la conoscenza storica, è la verità di quanto accaduto. Se nulla accade, nulla conosco. Quelle che si chiamano le quattro categorie dello Spirito sono il rapporto stesso che c’è tra il pensiero e l’azione in cui un atto fatto diventa un fatto detto. Le quattro categorie dello Spirito sono la relazione che l’essere, per essere detto e vissuto umanamente, deve intrattenere con se stesso. In fondo, una categoria dello Spirito è un predicato, aggettivo sostantivato − ad esempio, il Bello − che si riferisce a un fatto o a un atto compiuto. Le categorie, e lo diceva già Croce, non sono né quattro né tre né due, ma tante quanti sono i modi con cui riusciamo a pensare l’esperienza umana. Il nesso o rapporto pensiero-esperienza o pensiero-vita è necessario per pensare. Il pensiero, come suggeriva Goethe e amava ripetere Croce, ha un che di occasionale e questo non è il suo limite, cioè il suo difetto, ma la sua virtù, in quanto conosce il suo limite come altro da sé e quindi l’occasione della vita che gli fornisce la “materia” da pensare.

Nel suo libro dedica ampio spazio al confronto problematico con il comunismo italiano del dopoguerra. L’«Anti-Croce» e la manipolazione compiuta dal «Migliore» si sono rivelate le cause scatenanti dell’oblio e dell’isolamento cui è andato incontro l’indirizzo crociano?

Nel libro si ricostruisce il rapporto tra Croce e Togliatti, Croce e il comunismo, ma senza un intento polemico, che sarebbe fuori luogo; piuttosto, per evidenziare ancora una volta il ricco potenziale anti-totalitario della filosofia di Croce che il capo dei comunisti italiani non poteva accettare non solo sul piano politico ma neanche sul piano teorico o culturale. Per Togliatti la filosofia di Croce non solo rappresentava una critica del comunismo come sballata teoria filosofica e come aberrante realtà politica, ma era a tutti gli effetti un’eresia. Croce considerava il fascismo una parentesi, la famosa parentesi della Storia d’Italia; ma allo stesso modo riteneva il comunismo una minaccia seria per la continuità dello Stato nazionale e per l’eredità spirituale del Risorgimento.

Si guardi alla storiografia fascista e comunista, e si vedrà che sono due opposti che si attraggono. Il fascismo si presenta come il compimento del Risorgimento, il comunismo presenta se stesso come l’inizio della vera storia d’Italia. In entrambi i casi c’è una falsificazione della storia italiana e il suo contenuto più importante − la libertà − è di fatto estromesso per cedere il passo allo Stato, alla dittatura, al Partito. Croce, invece, mostra che, per ben intendere la storia d’Italia e per ben continuarla, non si può far altro che mettere al centro proprio la libertà e l’eredità risorgimentale senza snaturarla. La storiografia crociana, il suo ricco pensiero, la sua critica sempre esercitata con giudizio e discernimento, la sua idea che il filosofo non si debba trasformare in re e non debba essere consigliere del Principe di turno non potevano essere accettati dal nuovo principe rappresentato dal Partito comunista, perché quest’ultimo era l’espressione dell’ideologia marxista, mentre il pensiero di Croce era l’esaltazione della libertà di pensiero.

Il problema di Gentile fu risolto con le pallottole, ma a Croce non poteva essere riservato lo stesso trattamento, visto che anche Mussolini, che volentieri gli avrebbe somministrato la cicuta, non poté toccarlo e così ipocritamente se ne fece vanto agli occhi dell’Europa. Il pensiero gentiliano, inoltre, era facilmente controllabile perché era diventata una “scuola” con professori e allievi che per loro natura hanno bisogno di corridoi, aule, cattedre e si sintonizzano spontaneamente sugli interessi del potere politico del momento. Così gli intellettuali italiani, caduto il fascismo, cambiarono casacca e tradirono una seconda volta. Croce no. Lo scandalo è qui. Croce è il più importante e il più grande maestro della cultura extra e anti-accademica di casa nostra, ma nel secondo dopoguerra la cultura italiana diventerà solo ed esclusivamente una cultura organizzata e istituzionalizzata, tesserata e organica, politicizzata e sindacalizzata. Croce non appartiene a questo grande baraccone partitocratico e, anzi, fece in tempo a denunciare da subito la nascente partitocrazia che definiva “partitomania”. Tutto molto scandaloso.

Lei scrive, infatti, che la sua filosofia è incompatibile con la retorica delle accademie. Come andrebbe insegnata a scuola e nelle università?

A costo di scandalizzare e sfiorare il paradosso, dico che non va insegnata. L’idea stessa dell’insegnamento della filosofia è estranea a Croce e al più squisito spirito filosofico. La filosofia non nasce con l’insegnamento, ma attraverso l’intima necessità che hanno gli uomini di capirci qualcosa e di capirsi. Ciò detto, l’insegnamento era concepito da Croce − che non insegnò, se non come “supplente” con delle conversazioni negli ultimi suoi anni nell’Istituto di Studi Storici da lui fondato in un’ala di Palazzo Filomarino − come una pratica dei liberi studi in cui le buone volontà degli studiosi si confrontano e si migliorano tramite la loro reciproca autonomia. Qui entra in gioco il valore della filosofia crociana come sapere storico che ha maturato la consapevolezza della fine della filosofia come metafisica e come verbosità per consegnare le volontà ben disposte a praticare un lavoro di critica che si esercita in vari campi: estetica, economia, storia, logica, letteratura, filologia, scienze. La figura del filosofo che sa tutto, e non è buono a nulla ed è capace di tutto, è quanto di più lontano ci sia dalla concreta filosofia crociana ma, purtroppo, è anche quanto di più vicino ci sia al professore di filosofia dell’università italiana. Come insegnare Croce non è un problema che attiene alla filosofia crociana, ma all’ordine degli studi del nostro tempo e al sistema scolastico e accademico italiano di stampo napoleonico che non sa cosa siano i liberi studi, ed è tutto regolato dal valore legale dei “pezzi di carta” che Einaudi, giustamente, considerava un veleno.

Come valuta i giudizi maturati da Croce in merito alle scienze empiriche e alla giustizia di derivazione illuminista?

Una volta Paolo Rossi disse che la sua generazione esercitò l’anticrocianesimo come una pratica sportiva, volendo dire che parlar male di Croce era né più né meno che una moda. All’anticrocianesimo come moda appartiene la vulgata di Croce come nemico delle scienze fino al punto da considerare la cultura idealistica la causa dell’arretratezza della cultura scientifica in Italia. Poi, invece, si studia, e la serietà degli studi dimostra che l’arretratezza della cultura scientifica in Italia ha origine non al principio del Novecento ma negli anni Sessanta. E non poteva che essere così, perché la stessa filosofia della distinzione altro non è che il principio di autonomia del distinto, e quindi della stessa scienza, che in quanto tale non attende né dalla filosofia né dai signori filosofi come deve procedere. Che ci si creda o no, è questa la posizione di Croce e, del resto, era tale già nella Logica, che risale nientemeno che al 1909.

Si aggiunga, inoltre, che l’empirico non appartiene alle scienze come loro statuto ma anche alla filosofia, perché va concepito come una “funzione” che si manifesta là dove c’è necessità operativa. Nella filosofia dei distinti c’è l’epistemologia del Novecento e anche questo sa di scandalo.

Quanto poi alla giustizia, beh, siamo allo scandalo all’ennesima potenza: Croce non è un appassionato né della vita morale come giustizia né della vita politica come giustizia sociale. Croce, la cui vita operosa è ispirata all’etica del lavoro, rifugge dal puritanesimo, dal purismo, dall’azionismo e da ogni forma di moralismo in cui il fanatismo sopravanza la volontà umana nella sua fragilità e nella sua forza. Croce sa molto bene che, tra la libertà e la giustizia, il primato va riconosciuto alla libertà, perché una società libera può praticare la giustizia ma una società giusta non può praticare la libertà. Croce è un nemico giurato delle astrazioni giacobine e di ogni tipo di costruttivismo sociale perché ha una coscienza viva del lavoro degli uomini e sa che non c’è un sapere universale che sia nella disponibilità degli uomini o degli uomini di governo e che, invece, quando ciò viene pensato, si è già nell’anticamera della tirannia in nome e per conto − ed è questa la tremenda impostura − di valori come la verità, la giustizia, il bene, che non tardano a mostrare il loro volto ferrigno, perché privi della necessaria condizione umana.

Il suo liberalismo politico (o meta-politico) come si inserisce in un contesto multiculturale sempre più in alta tensione?

Smontando l’idea del multiculturalismo a vantaggio del pluralismo. Il liberalismo di Croce funziona molto bene come una macchina critica capace di smontare miti, ideologie, propagande, pregiudizi, conformismi.

L’idea dominante del nostro tempo è ispirata dal “politicamente corretto” che, però, non tarda a diventare il “politicamente corrotto”. Ciò che c’è di sbagliato è l’idea che si possa vivere tutti insieme appassionatamente perché siamo tutti uguali e ogni cultura ha pari dignità e può vivere accanto ad un’altra cultura e, anzi, proprio questo insieme di culture ci dà alla fine il bel quadro dell’umanità felice di se stessa. Ma questa idea egalitaria della cultura crede che le culture siano bocce di biliardo o birilli che si possono mettere una accanto all’altra, mentre le culture sono corpi vivi, sistemi mobili, reti complesse in cui la parte viva è soprattutto il conflitto che non è eliminabile giacché, come dimostra ora anche la storia, il rimedio è peggiore del male. Il liberalismo di Croce, che poggia su Machiavelli e sul sano realismo politico, che non sono il contrario del liberalismo ma la sua precondizione, tutto questo lo sa molto bene e ci fornisce una sorta di bussola sia per orientarci nella nostra società, e nel nostro tempo, sia per alimentare la cultura della libertà e la consapevolezza della libertà della cultura, che sono i due capisaldi della nostra civiltà. Certamente la nostra situazione non si lascia governare dai paternostri, né si lascia addomesticare dalla sicurezza ad ogni costo, ma il contributo della cultura liberale e umanistica di Croce è quello di fornirci uno strumento di lavoro ben collaudato, che consente di ripensare i problemi della libertà, i quali sono per loro natura in continuo ringiovanimento.

Firenze, Le Lettere, 2011. ↩
Benevento, ILibridiSanniopress, 2013. ↩
Macerata, Liberilibri, 2015 ↩
Macerata, Liberilibri, 2016 ↩

Qui il link della rivista: http://diacritica.it/


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Giornalista e saggista. È stato cronista parlamentare di Libero, vicedirettore de L’Indipendente, notista politico di Liberal. Collabora con Il Giornale e Corriere del Mezzogiorno

     

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