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#Riflessioni | John Chilcot, chi era costui?

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ottobre 10, 2016 by admin

di Amerigo Ciervo

Chi, tra gli incalliti novecenteschi, con gli occhi ottusamente  serrati e, quindi, incapaci di comprendere le novità che il mondo si preoccupa di squadernarci davanti, pieni di dubbi,  soprattutto in questi giorni, nei confronti delle “magnifiche sorti e progressive” prospettive pentastellate,  mettendo da parte, almeno per una volta, post o tweet divertenti, volesse tentare di capire perché la sinistra europea (con dentro, ovvio, pure quella di casa nostra) sia diventata quel che è diventata, si segni, e non dimentichi più,  il nome di sir John Chilcot. Un civil servant, secondo Wikipedia. Britannico, of course. Che, alcuni mesi fa, ha pubblicato i risultati della lunga, serissima inchiesta sulle vicende della seconda guerra del Golfo, ufficializzando, senza possibilità di smentite, il ruolo perverso giocato, in quegli avvenimenti, da Tony Blair, con  tutta la lunghissima serie di  bugie e di falsità, raccontate dai politici e amplificate dai media compiacenti,  necessarie per scatenare la tragica guerra di cui, ancora oggi, paghiamo le conseguenze. Ora, con Bush figlio, la sinistra non aveva nulla in comune. Mi ricordo che, nel 2002, quando fummo per la prima volta negli USA, il mio amico, l’etnomusicologo statunitense Bau Graves, lo definiva regolarmente “un ottuso bevitore” e scrivendomi, in una mail, al tempo della seconda guerra del Golfo: “It’s time of shame”. Per gli americani, secondo lui, era il tempo dello scuorno. Viceversa, Blair, il suo più fedele alleato, era da tempo diventato la stella polare del nuovo modo di concepire la sinistra. Che occorreva trasformare, facendo proprie, in buona sostanza, le ragioni degli avversari e trascinando i ceti sociali, di cui storicamente erano stati rappresentati gli interessi, dentro il grande calderone del pensiero unico. Le scelte del maggioritario, del monopartitismo funzionale alle volontà dei gruppi dominanti e dei cosiddetti poteri forti, rispondevano a tale esigenza.

Guardando dentro lo schieramento che sostiene il sì alla riforma Renzi-Boschi – Confindustria, Marchionne, Wall Street Journal, Financial Times (ultimamente con qualche distinguo di non secondaria importanza), banchieri – appare evidente come non si voglia altro che confermare e consolidare quella linea. Qualche giorno fa anche l’uomo del Ponte, l’amministratore delegato di Impregilo, ha detto sì. E non poteva mancare l’Europa, la “signora Rinascente” del film Così parlò Bellavista, che, a poche settimane dal referendum, ha scoperto come, in Italia, ci sia stato un terremoto con trecento morti e con danni ingenti alle abitazioni, agli uffici pubblici e al patrimonio artistico, e come da qualche anno sbarchino, sulle nostre coste, decine di migliaia di migranti che occorre accogliere e assistere. Sicché, le acque si sono rotte e flessibilità sia!

Certo, da più parti si auspica la necessità di parlare del merito della riforma. Nessuno di noi si sta sottraendo eppure a me appare più utile riferirsi al contesto generale in cui la riforma, che sarà sottoposta al giudizio dei cittadini, sia stata pensata e partorita, se  vogliamo comprenderne lo spirito. E la divisione nella sinistra italiana a proposito del referendum – al di là delle legittime e motivate ragioni espresse sulle presunte  innovazioni positive da parte dei sostenitori del Sì, al di là, viceversa, degli strafalcioni,  a sentire costituzionalisti illustri, della riforma approvata da un parlamento non pienamente legittimo che, a voler applicare la decisione della Corte costituzionale, avrebbe dovuto sciogliersi, dopo l’approvazione della nuova legge elettorale, e al di là, infine, della volontà, ugualmente legittima, di quelli che, tra i quali chi scrive, voteranno No – è un altro chiaro ed evidente segno della sua profonda metamorfosi. Ne fa fede, per esempio, quanto vadano rinfacciando, Renzi e i suoi aficionados, a D’Alema e a quelli che, nel PD, sono orientati a sostenere il No. Il tentativo di riforma – sostengono – portato avanti nella commissione bicamerale presieduta dall’ex segretario dei DS, e abortito per il disimpegno berlusconiano, presentava alcuni elementi, per molti versi, anche più radicali della riforma su cui si dovrà esprimere il popolo. Lascio volentieri agli esperti la decisione se quest’affermazione sia vera o rappresenti uno dei tanti mantra ascoltati e letti un po’  dappertutto. E’, in ogni caso, probabile che, dal punto di vista che abbiamo assunto, essa rientri in quella deriva cui ci si sta riferendo. Non dimenticando come lo stesso D’Alema sia stato uno dei più spericolati corifei delle tesi del blairismo.

E a proposito di D’Alema e Renzi, molti seguaci del secondo me li ricordo un tempo, durante un comizio al “Calandra” per la campagna elettorale del 2006, plaudenti nei confronti del primo e, successivamente, ai tempi delle primarie, alquanto scettici nei riguardi del sindaco di Firenze che si preparava a scalare il potere del partito. Mi ricordano un po’ i tifosi di una certa squadra a proposito di Higuain, che quando vestiva la maglia azzurra era “uno scarto del Real Madrid” e, oggi, viceversa, è un campione di valore assoluto. Allora, se è chiaro che il NO alla riforma elettorale scaturisce essenzialmente dai gravi problemi di merito in essa presenti e che si stanno illustrando alle donne e agli uomini di buona volontà, a cui i grandi temi istituzionali sono a cuore, non per mero politicismo ma perché è in essi che si innervano le grandi questioni della polis (la libertà, la democrazia, i diritti, la giustizia sociale, il problema dell’uguaglianza, il ripudio della guerra eccetera), non è possibile non sottolineare quanto sia necessario che la sinistra italiana (ed europea) debba ricominciare a porsi domande chiare, sui nuovi bisogni, sulle  priorità e sui nuovi obiettivi per un’azione reale di cambiamento della società. Insomma, secondo me, non è Renzi il problema, ma è la prospettiva politica renziana che continua a muoversi lungo una direzione che si è rivelata totalmente fallimentare, che rappresenta  la naturale  conclusione di una scelta, quella blairiana, che ha provocato solo macerie, sia reali, come si apprende dal rapporto Chilcot, che metaforiche, se si pensa al restringimento dei diritti, della partecipazione democratica e alla sciagurata adozione di parole d’ordine assolutamente lontane dai valori della sinistra.

L’auspicio è che si possa rimettere in moto una grande rivoluzione politico-culturale, attraverso cui nuovi gruppi dirigenti, prodotti da una rigorosa e creativa intelligenza collettiva, comincino a ripensare, seriamente ma radicalmente, il destino dell’Italia e dell’Europa, senza nessuna nostalgia e senza inutili sogni di ritorno al passato, indicando però nuove strade e forgiando nuove parole d’ordine. Chiudendo così, definitivamente, i conti con i tragici disastri dell’ultimo trentennio della nostra storia, a cui, come s’è visto, anche la cosiddetta sinistra ha offerto un valido e quanto mai sciagurato contributo. L’unico problema è che la pazziella del referendum durerà ancora un paio di mesi, con martellamenti continui in televisione, sui giornali e sui social dove quotidianamente si assiste a lunghissime, estenuanti e irritanti litanie di accuse e controaccuse tra i sostenitori delle due posizioni. E la storia è cominciata già da sei mesi. Nello stesso lasso tempo gli Usa, che sono gli Usa, hanno tenuto le primarie in una cinquantina di stati, hanno celebrato le due convenzioni, e, tra una trentina di giorni, eleggeranno il nuovo presidente. Una lunga, lunghissima agonia che produrrà uno strappo profondo, difficilmente ricucibile.

Dopo il 4 dicembre, con la vittoria del Sì si scatenerà una resa dei conti in cui non sono previsti prigionieri, giusto nello spirito che permea la riforma costituzionale e l’Italicum. La mia idea è che la vittoria del No, oltre a sancire la volontà di una riforma seria e non sgangherata, potrebbe salvare quel che resta della sinistra italiana, già duramente menomata, come s’è visto, dalle mirabolanti sciocchezze, vendute come brillanti adeguamenti alla nuova realtà, una sinistra già in articulo mortis per una serie di leggi, con un marchio ben riconoscibile, che sembrano inverare la profezia di Gianni Agnelli (“In Italia le cose di destra le può fare solo un governo di sinistra”), costringendo tutti, ma proprio tutti, a rifare i conti con la propria storia e con la propria coscienza. Gettando tutta l’acqua sporca, certo. Ma, almeno,  tentando di salvare il bambino. E senza mai dimenticarsi di John Chilcot.


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Giornalista e saggista. Ha diretto Il Sannio, è stato cronista parlamentare di Libero, vicedirettore de L’Indipendente e notista politico di Liberal. Scrive per il Corriere della Sera e Il Giornale.
     

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