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#Gentilrenzi| Il baccalà del Pd

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dicembre 13, 2016 by giancristiano

di Giancristiano Desiderio

Il Pd è il Grande Sconfitto del referendum del 4 dicembre che avrebbe dovuto cambiare l’Italia e ha cambiato solo il governo che non è più il governo Renzi ma Gentilrenzi. Sulla sconfitta referendaria non c’è stata nessuna rigorosa autocritica ma solo una frettolosa assunzione di responsabilità da parte del giovane Machiavelli di Pontassieve tutto preso dalla fregola di farsi da parte per poi poter rivendicare il gran gesto delle dimissioni. Davvero poca roba se quel che resta è una sorta di governo-fortino che ha il compito di preparare al Pd una campagna elettorale che si annuncia come la precedente campagna referendaria. Capita quando governo e maggioranza diventano prigionieri della propria inconcludenza.

In Campania il Pd ha fatto la figura del baccalà. Renzi, che non ha voluto usare – come disse – il lanciafiamme, ha dovuto trangugiare la frittura di pesce di De Luca. Nato come il governo della rottamazione, il governo Renzi è presto diventato il governo delle clientele arrivando a rivalutare – attraverso l’ex sceriffo di Salerno – il clientelismo come metodo di governo che, quando governava la Dc era malcostume, malgoverno e malaffare, e ora che al potere c’è il Pd è diventato il classico mito del buongoverno. Il risultato è che in Campania non solo è viva e vegeta la “questione meridionale” ma si è anche tramutata in “questione sociale”: il prodotto interno loro per abitante è il più basso del Mezzogiorno e tra i più bassi d’Italia: -0,1 per cento. Evidentemente, c’è clientelismo e clientelismo: quello democristiano era interclassista e parrocchiano e faceva mangiare un po’ tutti, questo del Pd e della sinistra è classista e clericale, nel senso che mangiano solo i sacrestani e si rimpinguano solo i padroni delle ferriere che sono riapparsi. C’è da meravigliarsi? Il Pd, in tempi ormai lontani, lo abbiamo definito il partito inutile e dalla inutilità non ci si può attendere nulla, se non che si tramuti in nocività. Sono riusciti a rendere indigesto persino il baccalà, che da solo tenne su intere civiltà.

Per il Pd non è la prima grande sonora sconfitta. Ma il Pd, ogni volta che perde, tace. Gli uomini e le donne della politica del Pd non hanno nulla da dire e quando parlano in pubblico usano un linguaggio verboso e macchinoso che è tipico del pensiero falso. Usano parole come istituzione, ente, cambiamento, persino Italia e mi fanno venire in mente – a proposito di Machiavelli – quell’uomo del Guicciardini che giustamente De Sanctis richiamava quando vedeva all’opera personaggi che usavano grandi parole e grandi ideali per coprire piccoli e grandi affari. E’ vero, c’è un piccolo difetto di etica e di politica, ma a me pare che la situazione sia più grave e che riguardi ormai l’estetica. Come suggerisce De Luca che dopo aver ricordato ai sindaci del Pd che Renzi ha dato soldi e soldi alla Regione e, per li rami, al Pd, ha scaricato la responsabilità della sconfitta proprio su Renzi. L’uomo ha una sua innata eleganza.

Per il Pd campano il caso è praticamente chiuso e si può ritornare a recitare la parte. La discussione non è chiusa perché non è stata mai aperta. Dimissioni zero. Ricambio nelle élite – chiamiamole così – zero. Si ricomincia attivando la solita propaganda. E ora per farla c’è anche un elemento in più: il ministero per la Coesione territoriale e il Mezzogiorno. Non serve a niente, dal momento che per il Mezzogiorno – e in particolare per la Campania – la politica non è la soluzione ma il problema. Sono verità amare, che non consolano, ma almeno evitiamo di prenderci in giro.


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Giancristiano Desiderio

Giornalista e saggista. È stato cronista parlamentare di Libero, vicedirettore de L’Indipendente, notista politico di Liberal. Collabora con Il Giornale e Corriere del Mezzogiorno

     

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Giornalista e saggista. Ha diretto il Secolo d'Italia e L’Indipendente. Ha fondato la rivista Percorsi.
 

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