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#TerzaRepubblica| L’inquieta autobiografia nazionale

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maggio 28, 2018 by giancristiano

di Amerigo Ciervo

Diversamente si comporta il soggetto nella sfera del pensiero concettuale: non abbiamo più un soggetto in quiete che sostiene passivamente gli accidenti: il soggetto, piuttosto, è il concetto che muove se stesso e che riprende entro sé le proprie determinazioni» (Hegel, Fenomenologia dello Spirito).

Il pensare genera inquietudine. Quanto più le situazioni della vita si presentano inquietanti, tanto più spingono verso l’obbligo del pensiero. E i giorni che stiamo vivendo, dal punto di vista politico, sono – non v’è dubbio alcuno a riguardo – seriamente inquietanti. Secondo il ben noto giudizio bruniano, filosofare non è comodo. Il mio amico Nicola Sguera, negli ultimi tempi, ha attraversato – siamo sempre in zona Hegel – “il travaglio del negativo”. Ritenendo di conoscerlo abbastanza bene – Nicola, non Hegel – non ho mai avuto nessun dubbio dell’esito del suo impegno politico. Chi bazzica, di solito, con il daimon, e non solo per ammannirlo annualmente a un po’ di giovani, arriva a scelte conseguentemente necessarie. Al posto suo mi sarei comportato alla stessa maniera, sebbene gli avessi, con un pizzico di cinismo politico, consigliato di restare in consiglio a rappresentare gli ottocento cittadini che lo avevano scelto come loro rappresentante. In queste ultime ore l’inquietudine sta raggiungendo punte altissime. E’ il tempo migliore per riflettere. Tuttavia riflettere, come suggerisce Spinoza, non significa “ridere o piangere o imprecare”. Significa “comprendere”, intelligere. Sforzarsi, impegnarsi a “leggere dentro” le cose. Una battuta per far ridere, il disperarsi o, peggio, l’imprecare contro qualcuno (Mattarella, Di Maio, Salvini), come da ieri accade di scorgere ad abundantiam sui social, non serve a molto. A cominciare, ovviamente, dalle mie battute. Non giudico la scelta del presidente della Repubblica. Non ho le sufficienti, e necessarie, competenze giuridiche. Posso opinare che una qualche esperienza, nel campo, il Mattarella se la sia costruita, sia solo per il fatto di aver insegnato Diritto costituzionale all’università. Ho sentito ( e ho riletto) la sua ricostruzione della vicenda che mi è sembrata credibile. In ogni caso i pregiudizi della piazza (gli idola phori ) sono i più pericolosi e, contro di essi, si combatte una battaglia perduta.

A me, però, interessa il futuro. E il futuro della mia parte politica, la sgangherata sinistra italiana. Che una certa lettura della scelta, per me corretta, del presidente – il quale, secondo molti, avrebbe, in fondo, preso le parti del PD per farlo rientrare nel gioco politico – sia, per molte ragioni, sbagliata è proprio lo stato comatoso della sinistra, di tutta la sinistra – nessuno si senta escluso – a dimostrarlo. Il PD (tutto? Una parte rilevante di esso?) moriva dalla voglia di vederlo all’opera, il governo giallo-verde, per due motivi. Primo: allontanare le elezioni. Andare in autunno al voto equivale a un suicidio politico, così come stanno le cose dalle parti del Nazzareno. I democratici avrebbero preferito volentieri attendere qualche anno, nel tentativo (disperato?) di ritrovare un minimo di visione politica, di risolvere le gravi e delicatissime questioni relative alla leadership e, magari, aspettare di veder sfilare qualche cadavere sulle rive del fiume per lucrare – ed è il secondo motivo – un po’ di voti dagli errori e dalle possibili contraddizioni di un governo, frutto malsano di quell’irrazionalismo che sembra l’unica cifra reale della politica, della società e della cultura di questo paese. Diversamente da come pensa Giancristiano Desiderio, non “sostengo con dignità le mie sconfitte politiche, né m’immalinconisco nella difesa anagrafica di un antifascismo partigiano.” Si può sostenere con dignità una sconfitta, certo, ma la sconfitta, in fondo, non è solo mia. E, come spesso ho scritto, ritengo che sul fascismo il giudizio conclusivo – ahimè, ancora valido, specie in queste ore, a distanza di quasi un secolo – resti quello, stentoreo e senza appello, di Piero Gobetti. E’ l’autobiografia della nazione. Sicché, caro Cristiano, continuo, nel mio piccolo, a riflettere.

Dunque, per fronteggiare l’irrazionalismo, ma, soprattutto, per prepararsi alle elezioni, cosa dovrebbe fare la sgangherata sinistra in cui, ancora in tanti, ci riconosciamo? Occorre, in primis, cominciare a sgombrare il campo da tutte le macerie provenienti dalle fatiscenti costruzioni miseramente crollate negli ultimi anni; individuare poi una decina di punti essenziali, raccontando chiaramente alle elettrici e agli elettori italiani quali siano le reali condizioni economico-finanziarie del paese, e in che cosa si possa realmente incidere per cambiare la rotta. Ricordando a tutti e a tutte, in ogni caso, che o ci si salva tutti insieme o insieme si perisce. Su questi punti bisognerà lavorare per ritrovare un accordo forte, leale e trasparente, tra tutte le componenti. Un accordo che riscopra le virtù rivoluzionarie dell’umiltà, della pazienza, dell’analisi e dello studio. Un accordo che preveda un passo indietro dei gruppi dirigenti che hanno fallito e che faccia mettere da parte tutti i rancori, le divisioni, i dispetti e i personalismi che hanno ridotto quel mondo a una sorta di bellum omnium contra omnes. Di guerra di tutti contro tutti. Non si parli più né di rottamazione né di asfalto. E si smetta di beccarsi, una volta per sempre, sui social. E’ una pratica che serve solo a creare divisioni ulteriori. Si ritrovi la forza per opporsi con decisione e con forza a una destra che si manifesta sempre più carica di “istinti oscuri e di insondabili pulsioni”. (Umberto Eco) Si perderà ugualmente la battaglia? E’ possibile. Ma la perderemo con dignità.

Criticando le concezioni fatalistiche, Epicuro – a cui il giovane Marx dedica la sua tesi di laurea – nella Lettera a Meneceo (133-134), distingue «ciò che accade necessariamente, ciò che risulta dal caso ed infine, ciò che corrisponde alla nostra iniziativa». Mentre il movimento degli atomi nel vuoto obbedisce alla necessità, gli atti liberi sono il risultano della scelta possibile tra azioni opposte. E la prova del fatto che possiamo decidere in un senso o nell’altro ci è offerta, in ogni momento, dalla nostra vita etica, che ci guida nella scelta dei piaceri più giusti e nella sopportazione dei dolori che non sono evitabili. Insomma, molto, se non tutto, dipende da noi. Ma dubito che, razionalmente, si arriverà a tanto. E, tra qualche mese, le geremiadi risuoneranno ancora alte sui tetti della bella città. Mentre all’autobiografia della nazione si aggiungerà una pagina nuova.


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Giancristiano Desiderio

Giornalista e saggista. Ha diretto Il Sannio, è stato cronista parlamentare di Libero, vicedirettore de L’Indipendente e notista politico di Liberal. Scrive per il Corriere della Sera e Il Giornale.
     

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Giornalista e saggista. Ha diretto il Secolo d'Italia e L’Indipendente. Ha fondato la rivista Percorsi.
 

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