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#TerzaRepubblica| La virtuosa coscienza italiana

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luglio 14, 2018 by giancristiano

di Giancristiano Desiderio

Va bene che sono un sopravvissuto e che questo non è più il mio tempo ma ciò non toglie, anzi toglie per conservare in più alto grado la lotta per la ragionevolezza e, soprattutto, ciò non significa che debba sciropparmi le cazzate che restano cazzate e le scemenze che restano scemenze anche quando sono ministeriali o del santo circo mediatico-giudiziario.

Il meccanismo, ricondotto alle sue particelle elementari, funziona così. La classe politica al governo considera la politica una manica di ladri e di criminali e, insomma, è tutto un magna magna. Instaurando questo clima di caccia ai ladroni e agli stregoni si autorizza la santa procura ad intervenire come meglio e peggio si crede: tanto, se è la stessa classe politica a dire che tutti delinquono, allora i magistrati possono trasformare il rancore in azione giudiziaria e comune senso immorale. In questa scena in cui il carnefice è destinato a diventare vittima e la vittima arma il carnefice si aggiunge la mosca cocchiera del giornalismo che avvezza alla critica senza giudizio rinverdisce i giorni della diceria dell’untore.

Ormai gli italiani – e le italiane, è bene rispettare la parità di genericità – hanno la testa a forma di procura. Hanno sviluppato un sesto senso nel confondere tra norma e morale, Stato ed etica, tanto che in ogni legge non vedono un argine ma un reato e invertono così non solo il senso dell’ordinamento giudiziario ma anche quello della vita civile e sragionano così: se c’è la legge allora c’è il reato. Lo Stato di polizia, ormai, l’italiano e l’italiana se lo portano dentro e quando si sarà completamente materializzato non potranno prendersela con nessuno se non con se stessi che si sono abbandonati con la mente e con il cuore al rancoroso risentimento che consuma i loro petti e non ha permesso loro di capire che solo se c’è il reato c’è la legge.

Il ministro degli Interni vuole vedere i colpevoli scendere in manette dalla nave. Il ministro del Lavoro minaccia i funzionari italiani che rispetteranno un accordo commerciale vantaggioso per i produttori di casa nostra. Il presidente del Consiglio, che dovrebbe dirigere la politica del governo ed esserne il responsabile, è assente e il governo – che deve trovare una surroga nel presidente Mattarella, quello che si voleva mettere in stato d’accusa – è una nave senza timone carica di disperati e senza meta certa, proprio come una di quelle imbarcazioni fluttuanti nel Canale di Sicilia. L’unica legge sovrana del governo del cambiamento cretino è il risentimento: ora verso i negri, che sono in Italia nel più basso numero d’Europa, ora contro gli avversari politici (che hanno il torto di aver assecondato la barbarie giustizialista che ora pagano sulla pelle), ora contro l’intelligenza comune che si nutre di conoscenze, interessi, rischi, fatiche e vorrebbe nel governo del proprio Paese un porto sicuro e non un nemico in casa.

La legge del risentimento che si rivolge alla legge dell’ordinamento giudiziario produce un’azione inarrestabile nel duplice senso dell’aggettivazione: non si ferma mai e non è arrestabile. Questo è il meccanismo infernale della giustizia virtuosa che attua il castigo prima che la colpa sia provata e dinanzi al quale siamo già tutti colpevoli perché per quanto si possa operare con coscienza e scrupolo c’è sempre una norma ignota che può essere impugnata sulla scia di un controllo preventivo, degno di uno stato poliziesco, per renderti colpevole – sì, tu, proprio tu, colpevole – agli occhi della gogna dell’opinione pubblica. Questa oggi è la coscienza italiana, la virtuosissima coscienza italiana che ha di fatto instaurato un regime culturale e politico di ne habeas corpus. La fenomenologia della nostra vita privata e pubblica, cioè la nostra condizione, è precipitata gradualmente ma progressivamente in una situazione kafkiana in cui la cristiana morale operosa, che sa quanti sacrifici ci vogliono per fare un po’ di bene, è stata sostituita dalla presunzione di innocenza che è vista come l’anticamera della colpevolezza e dell’arresto preventivo, mentale e materiale.

Una volta questa logica ferrea e ferrigna, con cui si costruivano le mostruosità totalitarie, aveva un argine nella sua stessa forza d’acciaio: il realismo politico. Oggi questo argine, in cui il male conosce se stesso, non c’è più perché al suo posto ci sono poveri virtuosi imbecilli per i quali il male è il bene.


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Giancristiano Desiderio

Giornalista e saggista. Ha diretto Il Sannio, è stato cronista parlamentare di Libero, vicedirettore de L’Indipendente e notista politico di Liberal. Scrive per il Corriere della Sera e Il Giornale.
     

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Giornalista e saggista. Ha diretto il Secolo d'Italia e L’Indipendente. Ha fondato la rivista Percorsi.
 

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