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#Addii| La morte di Marchionne e la nostra solitudine

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luglio 25, 2018 by giancristiano

di Giancristiano Desiderio

Chi comanda è solo, diceva. Ora che è morto in una clinica di Zurigo, dopo che i suoi connazionali hanno dato ancora una volta un pessimo spettacolo di se stessi, ad essere soli siamo noi. Sì, perché Sergio Marchionne, che a Gianluigi Gabetti disse senza giri di parole “Fiat è fallita, bisogna fare un’altra cosa”, in splendida solitudine uscì da Confindustria, divise il sindacato, conquistò gli operai, salvò Pomigliano, Melfi e perfino Mirafiori, chiuse la storia della Fiat del secolo scorso e inaugurò una storia nuova aperta al mondo con la Fca – Fiat Chrysler Automobiles – e fece, in fondo, una sola cosa: mise l’Italia al livello del mondo. Posto davanti alla sfida giocò la sua partita senza retorica, senza ingiurie, senza recriminazioni ma con la serietà necessaria del compito e con l’obiettivo, raggiunto, di creare un lavoro di qualità per tutti coloro che, come lui, sarebbero stati pronti a fare la propria parte, piccola o grande che fosse. Ecco perché oggi ad essere più soli siamo noi: perché quest’uomo venuto fuori dal nulla, ma con dietro le spalle una bella e sofferta storia familiare di italiani della piccola borghesia di provincia arrivata in Canada e ritornata in patria, la solitudine della responsabilità se l’era caricata sulle spalle mentre ora noi siamo nel bel mezzo di una controriforma che nella sostanza e nelle forme è il contrario dello stile e del lavoro di Sergio Marchionne.

Come è apparso, così è scomparso. Sembra strano ma è così. Apparve quando l’Italia era un paese fermo sulle gambe ormai da molti anni e riuscì, almeno nel suo settore, a rimetterla in cammino. E’ scomparso ora che l’Italia è nuovamente ferma sulle gambe e si è data un governo del cambiamento delle controriforme che discute il cosiddetto decreto dignità che è una cosa indegna fin dal nome: come se chi lavora non avesse dignità o non fosse in grado di decidere di se stesso e attendesse la mano santa dello Stato che intervenendo, invece, crea disoccupati o finti occupati. A me non sembra un caso che sia andato via ora. Ci sono delle morti che chiudono delle stagioni senza che coloro che restano siano in grado di aprire delle nuove vie. E’ la condizione italiana.

L’Italia è un paese in crisi da molto tempo perché giunto davanti al bivio tra la difesa limitata dell’esistente e i necessari cambiamenti del lavoro ha scelto la prima strada e ha sperato che i cambiamenti non fossero così forti da mettere in discussione le conquiste sociali. Ma è stato un calcolo miope, molto miope, basato sulla rendita e non sul lavoro, perché i cambiamenti non solo hanno modificato il mercato ma anche il welfare. Invece, Marchionne giunto dinanzi al bivio imboccò l’altra strada e non solo riuscì a salvare la fabbrica italiana automobili torino ma la ricreò in un nuovo mondo, dandole una nuova dimensione, una nuova vita e altrettanto diede agli operai e alle operaie che accordando fiducia a Marchionne diedero fiducia a se stessi ed a se stesse. Oggi la Cgil tace, gli operai gli rendono omaggio. Purtroppo, ciò che Marchionne ha fatto per la Fiat nessuno l’ha fatto per l’Italia che alla fine, adattandosi a resistere e attendere la sua ultima ora, è diventato un paese in decadenza.

Avevo per Sergio Marchionne una naturale simpatia perché alla fin fine il suo compito era pur sempre quello di vendere automobili e per coloro che vendono automobili, nuove usate o malandate che siano, ho innata amicizia. Anche se ho avuto sempre l’impressione che di automobili capisse poco; ma è pur vero che con il suo arrivo il parco macchine si è rinnovato, attingendo alla tradizione. C’è poi di mezzo anche la filosofia, della quale Sergio Marchionne, il manager Marchionne, era un appassionato, nel senso che coltivava il vizio degli studi o delle letture: a conferma che il pensiero filosofico – e, invero, altro non ne esiste – non serve a generare professori ma uomini che sono impegnati nel mondo nei lavori più disparati e più disperati. Anche questo costume lo rendeva vero in un paese di maschere: invece di essere uno degli svariati milioni di intellettuali italiani che spiegano ciò che non sanno, ha preferito essere uno che lavora, perché lavorare è l’unico modo per far funzionare il cervello.


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Giancristiano Desiderio

Giornalista e saggista. Ha diretto Il Sannio, è stato cronista parlamentare di Libero, vicedirettore de L’Indipendente e notista politico di Liberal. Scrive per il Corriere della Sera e Il Giornale.
     

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Giornalista e saggista. Ha diretto il Secolo d'Italia e L’Indipendente. Ha fondato la rivista Percorsi.
 

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