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Un tempo nessuno si sognava di intonare cori offensivi, o di invocare l’intervento del Taburno

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ottobre 1, 2018 by admin

di Amerigo Ciervo

Agli inizi degli anni Sessanta, durante l’estate, ci si alzava dal letto, dopo la pennichella obbligatoria, verso le cinque e si partiva per il campetto della canonica dove, con la solita ciurma, davamo vita, fino all’ora di cena, a una  serie ininterrotta di  partite, lunga più o meno  quanto quella domenicale di SKY. Con risultati  “zemaniani”: quindici a nove, diciannove a tredici e, finanche, venti a sette. Come si potrà  immaginare, ci si era dati, anima e corpo, a un gioco totalmente offensivo. Altro che “catenaccio” o “gioco all’italiana”. Noi non lo sapevamo, ma il cosiddetto “calcio totale”,  l’avevano inconsapevolmente inventato, e diffusamente praticato,  i giovanissimi “eroi” del campetto della canonica.

Ci si trasformava, immedesimandoci, in “Rivera” o in “Altafini” o in “Maldini padre”: il Milan aveva appena vinto la coppa dei campioni a Wembley, battendo il Benefica, sicché i campioni rossoneri erano diventati le icone in cui dei ragazzini di un paese della Campania interna, che stavano scoprendo il fascino del football, potevano specchiarsi,  tentavado i primi dribbling o, come si diceva, con gergo arcaico, le “puntate” o le “discese”.

Alla fine si correva negli spogliatoi, ossia nella sacrestia, passando per il sottopassaggio, cioè un cunicolo buio, parallelo alla cappella della Madonna nera, che collegava il campetto di calcio con la sacrestia, attraverso un paio di stanze-ripostiglio e una ancora più oscura e maleodorante latrina.

Lì, nella sacrestia della parrocchia, il nostro obiettivo primario era un secchio d’alluminio, che avremmo trovato nella raffinata acquasantiera barocca, sistemata ai piedi di due tabulae marmoree su cui erano stati incisi, a futura memoria, tutti i pesi e gli obblighi dei luoghi pii della comunità ecclesiastica. Se il secchio lo avessimo trovato – come spesso accadeva – già occupato da un mazzo di garofani, non ci saremmo peritati di sollevare i fiori gocciolanti, di appoggiarli con un’incerta cura nell’acquasantiera e di correre velocemente al pozzo a cui si accedeva attraverso una porta alle spalle della scrivania del parroco. Qui attaccavamo con furia il cato al vinnolo, ossia all’antica macchina girevole che ci avrebbe messo nelle condizioni di attingere l’acqua dal pozzo.

Che goduria quell’acqua fresca. Essa  si presentava invitante a  noi che non aspettavamo altro, rimuovendo, senza scrupolo alcuno,  tutti i  materni consigli della prudenza: non bere quando sei sudato,  bevi piano piano e altre analoghe raccomandazioni. Bere in tal vorace maniera era un vero momento rivoluzionario, radicalmente liberatorio. Un salire sulle barricate, lanciare  oggetti contundenti e sventolare la bandiera della libertà, come nel celebre quadro di Delacroix.

Rimesso il secchio a posto, con la poca acqua sfuggita alla nostra sete inestinguibile e con i  garofani che già principiavano a mostrare un qualche segno di avvizzimento, si riprendeva mesti la strada di casa, personalmente apparecchiandomi all’accoglienza  che mi avrebbe, appena giunto a casa, carico di gloria sportiva e di polvere, riservato mia madre, con la  consueta definizione heideggeriana sulla mia condizione di “gettato”. Non di “gettato nel mondo.” Di “gettato” e basta.

E’ d’uopo, a questo punto, ricordare che il campetto, dove giocavamo,  non fosse dotato di manto erboso. Anzi. Alla polvere asciutta di luglio si aggiungeva la sabbia di una rudimentale buca, lì scavata perché gli alunni della scuola media, che era provvisoriamente lì allocata, potessero esercitarsi nel salto in lungo, durante l’ora di educazione fisica. La buca era poi circondata, per tre  parti, da un bordo di cemento. Così, mentre il portiere era favorito dalla sabbia, gli attaccanti e e i difensori avrebbero dovuto dribblare anche il suddetto bordo, ponendo attenzione a non scivolare e battere contro il cemento, evitando  conseguenze  devastanti. E’ indubbio che tale curiosa situazione aiutava i calciatori in erba (o  “in polvere”) a consolidare una tecnica di certo più raffinata.

Alla fine della giornata, dunque, dopo le estenuanti gare, il nostro aspetto ricordava l’immagine che avevamo letto nell’Iliade, nel libro ventiduesimo, quello del duello finale tra Ettore e Achille, quando si racconta del cadavere dell’eroe  troiano  trascinato intorno alle mura di Ilio dal piè-veloce e ai poveri occhi di Priamo e di Ecuba si palesa impolverato e insanguinato. Il racconto potrebbe finire qui.

Confesso, però, di aver espunto, da esso, un particolare non secondario. Quello relativo alla formazione delle squadre che seguiva i più biechi canoni, ispirati ad una regola che, oggi, si potrebbe definire “prepotenza di classe”. Così chi portava il pallone si riservava un’ampia possibilità di scelta. Magari non era bravo, ma sapeva adunare intorno a sé i più bravi ma, soprattutto, i più vecchi e i più scafati. E qui ritroviamo uno dei principali motivi dei risultati zemaniani. Raramente capitava, in un sistema simile,  che le gare potessero prendere una piega diversa. E pure, talvolta, accadeva. Allora il padrone del pallone, punto sull’orgoglio, si riprendeva il Super Santos e, sdegnato, ci lasciava tutti in brache di tela. Per poter riprendere il gioco – che era il nostro desiderio più grande – era necessario, allora, rifare le squadre e creare le migliori condizioni perché il (pre)potente possessore dello strumento di produzione del gioco se ne potesse ritornare a casa, vittorioso e gongolante.

Crescendo, non abbiamo smarrito l’amore per il calcio (soprattutto per quello giocato, fino a quando abbiamo avuto la forza psicofisica di praticarlo), anzi, per molti di noi, la passione è pure aumentata. Ognuno s’è scelto una squadra diversa per la quale tifare e abbiamo compreso che – essendo, lo sport in genere, e particolarmente il calcio, una formidabile rappresentazione simbolica della vita individuale e politica – avremmo dovuto mettere da parte l’infantilismo di quelle prepotenti selezioni e provare a pensare che, sebbene, nelle complesse vicende della  vita e della storia, si fosse rivelato complicato il creare le condizioni perché tutti potessero (e possano) partire alla pari, almeno lo sport, dico: almeno lo sport, tale possibilità dovrebbe assicurarla.

Ma siamo tutti convinti che così è? In fondo l’unica differenza positiva, tra il calcio prepotente delle nostre origini rispetto a quello di oggi, è che nessuno si sognava di intonare cori offensivi, o di  invocare l’intervento del Taburno, che è un monte pacifico e tranquillo, e, come già ricordato, insieme s’andava a tirare l’acqua dal pozzo per bere. Tutti dallo stesso secchio. Vinti e vincitori.

 

 


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Giancristiano Desiderio

Giornalista e saggista. Ha diretto Il Sannio, è stato cronista parlamentare di Libero, vicedirettore de L’Indipendente e notista politico di Liberal. Scrive per il Corriere della Sera e Il Giornale.
     

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