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#InterNapoli| Elogio di Koulibaly come giocatore di colore

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dicembre 28, 2018 by giancristiano

di Giancristiano Desiderio

I cori razzisti – Buuuuu – nei confronti di Kalidou Koulibaly, come di chiunque altro giocatore nero o bianco, giallo o rosso che sia, non sono solo insulti indegni ma anche e soprattutto intimamente anti-calcistici. Basterebbe fare un’osservazione elementare: il più grande giocatore di ogni tempo è nero: Pelè. Talmente grande e talmente nero che per sottolineare la grandezza di un’altra immensità calcistica come quella di Johan Cruyff lo si definì: il Pelè bianco. Tuttavia, bisogna intendersi meglio. A mettere in fuorigioco l’insulto razzista non è solo la grandezza di Pelè – e altri giocatori si potrebbero prendere ad esempio: Eusebio, mirabile eleganza di Pantera nera, o quel sommo giocatore di Rijkaard – ma lo stesso calcio: la logica razzista è incompatibile con il calcio e con il Gioco. Non è solo una questione di educazione e di rispetto come ha detto, pur giustamente, Cristiano Ronaldo difendendo il gigante buono napoletano perché è invece la stessa natura del gioco del calcio come scontro o come lotta e come rito e persino come atto di guerra simulata ad esaltare ed elogiare la comune umanità degli avversari in partita. La logica razzista è negata dalla logica calcistica.

L’altra sera a Milano l’atto di guerra c’è stato per davvero, altro che simulazione. Squadre organizzate di tifosi interisti – ultrà di una squadra che per paradosso si chiama Internazionale – che hanno preparato, armati di mazze e roncole e quant’altro, un agguato ai tifosi napoletani. Alla fine, come si sa, c’è scappato il morto: il capo della frangia “Blood Honour” Daniele Belardinelli detto Dede. Si individueranno le responsabilità, forse. Non escluse quelle di una assenza del controllo dell’area circostante il Meazza in cui è andata in scena la guerriglia urbana. Ma ciò che qui conta è capire cosa la cultura calcistica in quanto tale possa fare per impedire che il tifo calcistico diventi un problema di ordine pubblico fino a degenerare nella guerriglia e nei funerali che si ripetono periodicamente.

La logica del calcio, come di qualunque gioco in cui si incontrano, si scontrano e si fronteggiano due squadre, ha in sé la violenza. Non bisogna aver paura di questa verità ed è necessario intenderla perché il calcio in quanto contiene in sé l’atto violento evita che quella violenza si scarichi nella società e, soprattutto, che degeneri nella forma peggiore di violenza organizzata che è quella totalitaria. I sostenitori delle squadre sono mossi da una logica dell’appartenenza che si alimenta sia della passione per la propria squadra sia della sconfitta della squadra rivale. Non ci vuole molto per notare che le due squadre in campo simulano una battaglia tra due eserciti o, se si vuole, anche un atto amoroso in quanto l’amore è una diversa forma di guerra. Tuttavia, la grande nobiltà del calcio e del Gioco sta proprio in questo: mostra in modo spettacolare e giocoso come la logica tribale che tende ad annientare l’Altro è deleteria per vivere, per giocare e persino per vincere perché annientando l’Altro si annienta, in realtà, se stesso come altro. La morte di Daniele Belardinelli lo dimostra in modo drammatico.

L’Altro non è solo la squadra avversaria ma ogni squadra che scende in campo. L’alterità attraversa in modo trasversale il calcio da una parte all’altra del campo, da una curva all’altra. Senza questa alterità di fondo, che è la condizione umana, non si potrebbe giocare. Come una guerra non nega la comune umanità e come i vincitori di una guerra sentono addosso, sulla loro pelle, la sofferenza e l’umanità dolorante del nemico sconfitto e gli rendono onore, così i vincitori di una partita di calcio sono accomunati agli sconfitti e scambiandosi le magliette ne assumono il sudore e la storia come il proprio sudore e la propria storia. Il Gioco ci rivela come ospiti anche a casa nostra, anche quando giochiamo in Casa. Ecco perché la logica razzista è stupida: è anti-calcistica. Non è solo una questione di buone maniere. E’ prima di tutto una questione calcistica. Oggi Kalidou Koulibaly, lungi dall’essere escluso dal gioco e dall’umanità, è il rappresentante più luminoso del gioco e dell’umanità proprio in quanto giocatore di colore. Lo vogliamo dire in modo ironico e con la stessa logica calcistica che in quanto socratica è sommamente ironica? Ebbene: la logica razzista è una forma di autogol.


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Giancristiano Desiderio

Giornalista e saggista. Ha diretto Il Sannio, è stato cronista parlamentare di Libero, vicedirettore de L’Indipendente e notista politico di Liberal. Scrive per il Corriere della Sera e Il Giornale.
     

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Giornalista e saggista. Ha diretto il Secolo d'Italia e L’Indipendente. Ha fondato la rivista Percorsi.
 

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