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#StudiSanniti| La belle époque delle Terme di Telese

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gennaio 12, 2019 by giancristiano

di Alessandro Liverini

È difficile da credere, ma Telese è stato un luogo non marginale della belle époque italiana. È difficile da credere non solo e non tanto per la lontananza geografica dalle città e per l’appartenenza ad un contesto socio-economico depresso, ma perché si è soliti pensare che prima del 1934 – anno in cui perse lo status di frazione ed acquistò quello di comune autonomo, affrancandosi da Solopaca – Telese fosse solo una categoria storiografica o, meglio, un adattamento linguistico della Telesia romana.
Questa idea è tanto diffusa quanto falsa. È vero invece che vi è stata una seconda Telese, cioè la Telesis nova medievale (di cui pure qualche autore ha determinato i limiti cronologici ed i connotati storici) ed una terza Telese, cioè la Telese moderna (della quale ho già avuto modo di tratteggiare origine e compimento nel mio La proprietà delle acque telesine. Storia di una lite di confini e alla quale è interamente dedicato il mio nuovo scritto Telese moderna. Storie e protagonisti della terza comunità telesina, che sarà pubblicato a breve).

Le radici della modernità telesina sono riconoscibili nella destrutturazione del sistema feudale e nella liberalizzazione della proprietà privata; dunque nella trasformazione della borghesia, da redditiera in produttiva, e nella diffusione delle idee politiche liberali. Su questa historia generalis s’innestarono fattori squisitamente locali, che determinano la emersione di Telese dal silenzio della storia. Ex umbra in lucem. Senza troppi giri di parole, questi fattori furono le terme, la ferrovia e il Grand hotel. Le terme, costruite dalla Provincia di Terra di Lavoro nel 1855 ed aperte al pubblico nel 1857, furono affidate dalla neonata di Provincia di Benevento all’impresa Minieri nel 1877. La ferrovia (e, segnatamente, la tratta Caserta-Ponte Casalduni) fu attivata nel mese di marzo del 1868, mentre nel mese di luglio del 1883 fu creata l’appendice Telese-Cerreto – Telese-Bagni, che diede una notevole propulsione alla crescita degli stabilimenti termali. Infine, il Grand hotel, costruito in cinque anni su iniziativa dell’imprenditore napoletano Eduardo Minieri e aperto al pubblico nel mese di giugno del 1891.

In effetti, l’iniziativa edificatoria fu intrapresa da Eduardo Minieri in società con Luigi Scarpitti, Federico Curioni, Giuseppe Frontera, di Napoli e Vittorio Isotta, di Genova. A tal fine, nel mese di giugno del 1887, essi stipularono un contratto e istituirono una società in nome collettivo, denominata Alberghi di Telese. Il terreno fu acquistato da Rachele Massone. I lavori furono affidati alla ditta Società partenopea per costruzioni. Successivamente, nel mese di agosto del 1894, i soci sciolsero e liquidarono la società. Da allora in avanti l’albergo passò nelle mani della famiglia Minieri: da Eduardo, che morì nel 1899, ad Alfredo, al quale, morto prematuramente nel 1921, successe la moglie Anna Albano, poi i figli Eduardo e Guido, con le loro mogli Marcella Silenzi e Celestina Mascheroni, fino ad arrivare ad oggi con Alfredo e Annalisa Minieri, Elda Vecchi e Costanzo Jannotti. Non è stato affatto un secolo breve quello attraversato dal Grand hotel e dalla famiglia Minieri. Basti pensare alla seconda guerra mondiale, che portò devastazione e saccheggi e alle radicali trasformazioni culturali, istituzionali ed economiche che hanno inciso sulla storia novecentesca.

Tutta la forza propulsiva e la resilienza del Grand hotel hanno, probabilmente, origine proprio nella belle époque. La bellezza fascinosa dei luoghi, la vicinanza con le sorgenti solfuree e con gli stabilimenti termali telesini, l’essere lontano dai clamori della città ne fecero una perla rara, un’oasi di pace fuori dal tempo, la quintessenza dell’eleganza. Il Grand hotel si affermò come idea, più che come luogo fisico. Fu scelto come buen retiro da attori, registi, scrittori di primaria importanza nel panorama artistico esistente tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo.

Uno dei più assidui frequentatori del Grand hotel fu Renato Eduardo Manganella, passato alla storia come Lucio D’Ambra, pseudonimo assegnatogli dall’amico Ugo Ojetti. Nato nel 1880 da una famiglia di magistrati borbonici, crebbe a Roma, ove il padre lavorava come alto funzionario ministeriale. Fu amico di Luigi Capuana, Giovanni Verga e Luigi Pirandello. A quest’ultimo consigliò – da giovane – di dare seguito alla vocazione per la scrittura teatrale, alla quale inizialmente antepose l’amore per la pittura. Frequentò i principali salotti della cultura italiana dell’epoca, tra i quali la libreria Detken di Napoli ed il caffè Greco di Roma. Nel 1913 una felice intuizione lo spinse a parlare per primo in Italia di Proust. Dal 1917 fu regista e dal 1918 produttore cinematografico. Nel 1897 aveva sposato Adele Merlo e scelto come testimoni Luigi Capuana e Alfredo Minieri. Nel suo diario Gli anni della feluca, al giorno 12 dicembre 1897 annota: «Mio matrimonio a Napoli con Lilla mia. Testimoni suoi: il principe Ruspoli e Angelo Petriccione; testimoni miei Luigi Capuana e Alfredo Minieri».

L’amicizia di Lucio D’Ambra con Alfredo Minieri era risalente. Sempre nel diario, al giorno 14 febbraio 1897, annota: «Ieri ho avuto a dejeuner Giannino Antona, Luigi Capuana e Alfredo Minieri: tre persone almeno che credo mi amino e che non diranno male di me appena usciti fuori del portone» ed ancora, al giorno 16 febbraio 1897, «[…] mi riprometto una buona settimana di lavoro, e farò con Minieri gite a Telese, a Caserta, al Vesuvio, a Pompei, a Sorrento, forse a Capri. Insomma, se Giove Pluvio mi protegge, voglio godermi questi giorni. Oggi ho pranzato in casa Minieri […]». Alfredo Minieri ne è amico e confidente. Lo protegge dalla paura dell’insuccesso e dalle critiche.

Non privo di interesse è il rapporto di Lucio D’Ambra con il giornalista e critico letterario napoletano Roberto Bracco. All’inizio i due si odiano, tanto è vero che nel suo diario, al giorno 23 febbraio 1897 D’Ambra, nel riferirsi al mondo della critica letteraria, scrive «Ho paura, paura, paura!… Ho paura, per la prima volta, e veramente! Del resto Roberto Bracco mi farà lotta e ieri Minieri si è battuto con lui. E l’ha ferito, per me. Proprio come per una ballerina». Gli iniziali dissapori sono pure riconducibili al fatto che nel febbraio del 1884 Roberto Bracco aveva abbandonato il Corriere del mattino insieme al direttore Martino Cafiero, in aperta polemica con Eduardo Minieri, che ne era proprietario. Aderì poi, dal 1892, al Mattino di Edoardo Scarfoglio e Matilde Serao.

I due – D’Ambra e Bracco – poi divennero amici, pur affrontando diversi destini. Il primo aderì al fascismo e alla mussoliniana Accademia d’Italia, sciolta poi nel 1939 e confluita nell’Accademia dei Lincei, seguendo le orme di Pirandello, Ojetti, D’Annunzio, i quali firmarono il Manifesto degli intellettuali fascisti, redatto dal filosofo Giovanni Gentile; il secondo, seguendo le orme di Benedetto Croce e firmando il suo Manifesto degli intellettuali antifascisti, restò all’opposizione. Fu questo isolamento, probabilmente, a costargli il premio Nobel per la letteratura, al quale fu vanamente candidato dal 1922 al 1926.
In effetti, l’adesione al fascismo di Lucio D’Ambra fu problematica. Ne è testimonianza il fatto che nella primavera del 1938, la polizia fascista ordinò il sequestro dello scritto Cinque donne per la strada, romanzo a puntate apparso sul Popolo di Roma, ritenendolo lesivo dell’immagine del regime.

Lucio D’Ambra soggiornò al Grand Hotel di Telese nell’estate del 1897, dal 23 luglio alla fine di mese di agosto. Molte sono le pagine di diario dedicate al soggiorno telesino. Rimando al pregevole saggio di Fulvio Di Mezza, apparso sull’Annuario 2016 dell’Associazione Storica Valle Telesina, titolato Ai tempi del cinema muto. Appunti su un protagonista dimenticato: Lucio D’Ambra.

D’Ambra morì il 31 dicembre 1939. Poco tempo prima aveva presagito la barbarie della seconda guerra mondiale, vergando sul diario «Dio risparmi all’Europa pazza il finimondo».
D’Ambra non lo seppe mai, ma il «finimondo» ci fu davvero. Ed anche la terza Telese, che D’Ambra tanto aveva amato, iniziò a declinare. Il Grand hotel da luogo dell’anima divenne ospedale militare, rest camp americano. Ma dalle ceneri risorse, incarnando il destino telesino, fatto di tramonti e di albe.


1 comment »

  1. Domenico Ocone ha detto:

    Molto interessante.

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Giancristiano Desiderio

Giornalista e saggista. Ha diretto Il Sannio, è stato cronista parlamentare di Libero, vicedirettore de L’Indipendente e notista politico di Liberal. Scrive per il Corriere della Sera e Il Giornale.

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