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Gourman | L’insalata asiatica, Obama e le alici delle Cinque Terre

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maggio 13, 2017 by Antonio Medici

Non capita nei menu dei ristoranti italici di imbattersi nell’insalata asiatica. E’ già una fortuna, non solo per gli avventori e i cronisti gastronomici ma per l’intera dignità civile del paese, a quanto pare. In un arguto e documentato articolo apparso lo scorso 27 aprile sul New York Times, infatti, Bonnie Tsui denuncia “il disinvolto razzismo dell’insalata asiatica”. La poliedrica editorialista cino-americana dell’autorevole foglio newyorkese e di altre note testate USA, laureata ad Harvard cum laude in Lingua e Letteratura inglese e americana, appassionata nuotatrice, “si augura anche, come scrive Oliver Sachs in Water Babies, di nuotare sino alla morte” scrive sul suo blog, scrittrice pluripremiata, sostiene che la superficialità con cui si è creato negli States un gusto definito asiatico ma dissociato dagli usi e dai sapori orientali, sia una sorta di rappresentazione o indizio della cecità con cui gli americani si rapportano agli asiatici. E’ estraneo alla cultura alimentare asiatica, ad esempio, il consumo di vegetali crudi ovvero l’uso di maionese e mostarda che invece sono tra gli ingredienti principali delle asian salad, vendutissime nelle catene americane. L’uso di un linguaggio creato ad hoc, dunque, per stereotipare un intero continente, richiamando l’esotico, e compilare una check list di diversità geografica nei menu è solo un modo per offrire ai consumatori ciò che essi si aspettano o sono abituati ad aspettarsi, prescindendo completamente dalle reali diversità delle cucine degli altri paesi, dell’Asia in particolare. Insomma non asiatici hanno creato a tavolino un gusto asiatico, che non ha nulla a che vedere con la cucina asiatica, per venderlo ai non asiatici. La Tsui si chiede, ragionevolmente, che tipo di considerazione ci si possa aspettare sia data alle diversità etniche o culturali delle persone quando si è adusi ad un linguaggio generalizzante e non si è capaci di guardare ai paesi e alle culture come distinte entità.
Mi è tornato in mente l’interessante analisi della Tsui, leggendo il menu preparato da Chicco Cerea del ristorante “da Vittorio”, tre stelle Michelin, per la cena di Barak Obama di qualche giorno fa a Milano. Vi si legge tra l’altro di piatti con acciughe delle Cinque Terre e crudo di Carpegna, tartufo nero di Bracca, patate di Martinengo. Un menu, insomma, che asseconda la più fatua, insulsa, depravata – ci si passi l’espressione – moda di questi sciagurati anni di food chiccoso per palati largamente ignoranti e condizionati da parole e immagini. Imperversa nei menu l’indicazione dell’origine delle materie prime per richiamare una vacua autenticità e ostentare una ricerca di prodotti di nicchia o semplicemente ignoti ai più. A cosa serve? A ben poco se non, appunto, ad assecondare quello che oggi i consumatori si aspettano ossia la proposizione di piatti creati con materie prime “genuine”, “locali”, “biologiche”, “sostenibili” aggiunga il lettore altri infiniti aggettivi. Si tratta, purtroppo, troppo spesso di mera evocazione. Certamente, almeno si spera, ad Obama saranno stati serviti alici, patate e tartufi dell’origine indicata ma siamo sicuri che a noi comuni mortali vengano servite pietanze effettivamente composte con i prodotti indicati nei logorroici menu d’oggigiorno? Pochi giorni fa ho mangiato una pizza con pomodoro del piennolo che a mio avviso, a giudicare da gusto, era un piennolo, appunto, asiatico, non me ne voglia la Tsui ove mai leggesse questo articolo. Il linguaggio dei menu italiani sta all’opposto della generalizzazione americana dell’asian salad ma è funzionale ad un risultato analogo, la contraffazione. Il tartufo bianco di Alba, ad esempio, viene in larga parte dal beneventano e dal Molise. E se oltreoceano il linguaggio generalizzante produce razzismo qui di contro, quello iper dettagliato, produce perdita d’identità, che è comunque una negazione di identità. La ricchezza della cucina italiana storicamente l’hanno fatta le preparazioni popolari e dei grandi cuochi. E’ il genio della creazione a creare l’identità culinaria italiana non già l’origine paesana delle materie prime.


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