Non so se lo avete capito o non so se ci sono arrivato io tardi ma l’Italia è in decadenza. Siamo arrivati al decadimento, ossia al punto in cui non si può far nient’altro che rassegnarsi, perché tutto è andato sprecato: tempo, risorse, occasioni, necessità. Non una cosa di ciò che andava cambiata è stata cambiata – lo Stato sociale, il lavoro, le professioni, la scuola – e ora le cose cambieranno noi. Accade. Accade quando si decade. Ma non voglio parlarvi di tanto. Piuttosto, è mio proposito dirvi perché scrivo ciò che scrivo.
C’è un volumetto di Nietzsche – quel Nietzsche che prima d’essere un filosofo è una maestro di stile – che s’intitola Ecce homo e ha per sottotitolo l’accattivante “come si diventa ciò che si è”. Nietzsche lo scrisse quando era ad un passo dalla follia o già vi aveva fatto il suo ingresso senza più uscita. Lo buttò fuori in pochissimo tempo insieme ad altre cosette come Trasvalutazione di tutti i valori, i Ditirambi di Dioniso, Il crepuscolo degli idoli. Tutto in tre mesi, quando aveva 44 anni. In Ecce homo l’euforia che prelude alla follia si tocca con mano. Ma di questo volumetto a me interessa soprattutto lo stile, sempre che lo stile sia qualcosa. Nietzsche dice perché è così saggio, perché è così accorto, perché scrive libri così buoni, perché è un destino. Le righe di questo mio scrittarello che intitolerò perché scrivo ciò che scrivo traggono ispirazione da qui. Perché la decadenza che viviamo ha effetti sulle nostre vite ben più di quanto non immaginiamo. Non è solo questione di vita comodo o scomoda, di abitudini e novità. Per me il decadimento ha influito direttamente sulla scrittura.
Ho scritto finora – non solo, ma per lo più – articoli politici di analisi e commento. Il pezzo che si chiama fondo o editoriale o, a volte, nota politica. Un articolo che è composto da due momenti: l’analisi e l’esortazione. L’analisi prova a mettere in chiaro il fatto e l’esortazione individua una strada da percorrere. Insomma, si tratta di retorica. Ci può essere buona o cattiva retorica ma resta il fatto che un articolo di fondo è una forma di retorica. Scriverò sempre meno questo tipo di articolo – tanto nel contenuto, quanto nella forma – perché nella stagione della decadenza non hanno più valore e senso né l’analisi né l’esortazione. Soprattutto quest’ultima non ha più ragion d’essere. Come a dire: quel che è stato è stato. Nel tempo della decadenza la retorica perde la sua funzione e io – persino io – non posso di certo perdere tempo dietro a Pepe o a Letta.
Ma se non scriverò o scriverò molto meno articoli politici, su cosa potrò lavorare? Il lettore non distratto avrà visto che negli ultimi tempi i miei articoli parlano di cose un po’ strane: un bar, un assassino, un animale, un augurio. La scrittura ha mutato pelle, qualità e gli argomenti sono cambiati. Gli articoli sono quasi diventati dei tentativi. Come fossero delle prove per sforzarmi di raccontare fatti, personaggi, sentimenti, idee, illusioni, delusioni, cose, vite e morti. La scrittura non è un mezzo che uso per la comunicazione – per questo si può far ricorso a Twitter – ma un modo di essere, di esprimere e raccontare un mondo che è finito e un altro che continua nella decadenza. Perdonatemi, dunque, se potete, ingenuità e cadute che sono tipiche dei tentativi. Lo sforzo è riuscire a portare a maturazione uno stile e una prosa per raccontare una storia. Una storia, almeno una, che valga la pena raccontare.
